Il pensiero compromesso. Gottfried Benn e il nazionalsocialismo

benn

di Stefanie Golisch

 

                                                                    Vivere nel buio, fare nel buio ciò che si può

                                                                    Gottfried Benn

 

 

La riflessione poetologica accompagna la produzione poetica di Gottfried Benn.

Dagli anni venti in poi, fino alla sua morte nel 1956, la poesia viene affiancata da una vivace produzione saggistica che tratta non solo dei problemi della lirica ma espone anche  la sua visione del mondo, la sua Weltanschauung.

Contro Hegel e con Nietzsche, Benn predilige una visione della vita umana biologistica e quindi pessimista. In aperto confronto con i teorici marxisti, vede nel presunto progresso storico una figura del pensiero assurda che non smetterà mai di combattere. L’idea che la storia in qualche modo sia destinata a progredire è per lui una specie di wishful thinking di stampopiuttosto piccolo borghese. (1)

Poesia e saggistica  dunque: una squisita mescolanza di due generi letterari che a priori si rivolgono a una minoranza di lettori colti, in grado di accompagnare Benn nei suoi viaggi provocatori attraverso millenni di cultura umana.

Viaggi provocatori, ieri come oggi, poiché Benn sostiene apertamente idee antimoderniste, idee che contraddicono quasi tutti gli ideali della tradizione umanistica occidentale e del materialismo storico che da essa nasce.

Può questa  negazione programmatica dei valori traditi spiegare il fatto che Benn, pur per un assai breve periodo, si dichiari pubblicamente a favore dello stato nazionalsocialista?

Si tratta di un caso isolato nel panorama degli scrittori tedeschi della sua generazione, o rappresenta invece una corrente intellettuale più diffusa?

Cercherò di rispondere a queste domande, ricapitolando la genesi del suo pensiero.

Gottfried Benn. Da giovane, autore di poesie che sono fra le più estreme nell’ambito dell’espressionismo letterario tedesco. Negli anni venti, scrittore di saggi provocatori. Un uomo solitario, dermatologo di professione, che appare malvolentieri in pubblico, trascorrendo le sue serate, piuttosto, nelle bettole del suo quartiere, ascoltando, osservando. Un uomo, d’altro canto, che cura attentamente la sua immagine come una misteriosa presenza – non presenza. Uno scrittore che ridicolizza gli ambienti della bohème letteraria, che disprezza gli utopisti politici così come la piccola  borghesia conservatrice. Un carattere difficile, cinico e melanconico al contempo, pronto a compromettersi con un regime che stava per una politica  contro lo spirito, contro la cultura, contro l’umanità.

Immediatamente dopo la presa del potere di Hitler, Benn esprime, tramite discorsi pubblici e radiofonici, il suo entusiasmo e la sua soddisfazione personale per gli sviluppi nella nuova Germania. (2)

Senza scrupoli, si fa nominare presidente commissariale della  Preußische Akademie der Künste, dopo che Heinrich Mann, il precedente presidente e mentore di Benn, fu cacciato dal regime.

Il suo entusiasmo non durerà a lungo, eppure suscita molte domande.

In ambito letterario, Benn rappresenta pressappoco un caso unico.

La stragrande maggioranza degli autori che all’epoca contavano e che noi oggi conosciamo come rappresentanti sui generis della letteratura tedesca tra le due guerre – Thomas e Heinrich Mann, Lion Feuchtwanger, Stefan Zweig, Franz Werfel, Robert Musil, Bert Brecht, per nominare solo alcuni –  presero senza indugio le distanze. Si dimisero dalle loro funzioni ufficiali, si ritirarono nella vita privata oppure lasciarono la Germania.

Quelli che decisero di servire il regime, furono in genere autori ed artisti di rango minore, carrieristi che cercarono di compensare la mancanza di talento con una buona dose di opportunismo politico. Purtroppo  non è esagerato dire che durante i 12 anni del cosiddetto terzo Reich, non esisté vita letteraria-intellettuale in Germania. La cultura tedesca, privata dei suoi elementi più stimolanti – anzitutto quelli ebraici – cessa di esistere e solo dopo il 1945 si ricostituisce faticosamente.

Quali sono gli elementi della Weltanschauung di Benn che corrispondevano agli obiettivi del regime nazista?

Innanzitutto l’antimodernismo, l’idea di una svolta antropologica e la visione della vita umana come inevitabile tragedia che non può in alcun modo essere modificata in direzione di una utopia sociale e politica. Ho sempre visto la vita nel medesimo modo, scrive Benn nella prefazione di  Il  nuovo stato e gli intellettuali, come tragico, ma con il dovere di viverlo. (3)

Il grande solitario – il ruolo, nel quale Benn si compiaceva di più – cercava, tramite  l’adesione al nazismo, l’affermazione ufficiale e concreta delle proprie posizioni, una specie di unione tra spirito e potere.

E’ possibile che egli, che nel 1934 ha ricevuto Marinetti a Berlino in panni ufficiali abbia fantasticato una simile posizione come artista di stato anche per sé stesso, sottovalutando l’invincibile avversità dei nazisti per l’arte e gli artisti.

Infatti, ben presto i funzionari nazisti, riconoscono nelle opere di Benn tutti gli elementi di una poetica nichilista e disfattista, che dovevano essere combattuti con tutti i mezzi.

Con un paradosso si può dire che loro capiscono Benn prima che egli avesse capito loro.

La sintesi tra spirito e realtà politica si rivela un’illusione.

Disgustato dalla brutalità e dalla volgarità della politica nazista, Benn prende le distanze. L’iniziale entusiasmo si trasforma in profonda ripugnanza. Nel 1934, in seguito al Röhm Putsch, Benn decide di ritirarsi dalla vita civile e arruolarsi nell’esercito come ufficiale medico. Tale rimane fino alla fine della guerra.

Questo ritiro avviene nel pieno rispetto di un codice d’onore di tradizione prussiana, secondo il quale, anche in tempi di tirannia, l’ufficiale ha comunque il dovere di rimanere fedele alla sua nazione – convinzione tanto diffusa quanto fatale per quel che riguarda i futuri sviluppi della Germania.

Nella visione di Benn però, questo gesto rappresenta l’unico modo per riaffermare la propria dignità di uomo e di scrittore. Non aperta opposizione ma un grande No. La vita interiore e quella esteriore, lo spirito e il potere, sono inconciliabili.

Lo spirito e l’arte derivano non dalla vittoria, ma dalla distruzionequesta frase è vera ed è anche vero che non esiste la realizzazione. Esiste solamente la forma e il pensiero. Questo è un riconoscimento che Lei non trova ancora in Nietzsche, oppure egli lo nasconde. La sua bestia bionda, le sue idee dell’ allevamento ( cioè: della razza umana – sg ) sono ancora dei sogni dell’ unione fra spirito e potere. Questo è finito. Ci sono due regni. (4)

Gottfried Benn nasce nel 1886 come figlio di un prete protestante nella Prussia orientale. Egli stesso descrive l’ambiente della sua infanzia come amusisch, cioè privo di senso artistico. Letteratura, musica e arte non esistevano in casa Benn, dove il padre, rigido ed ascetico, dominava la vita familiare.

Dopo il liceo il giovane Benn, si iscrive contro la volontà del padre, che avrebbe voluto vedere il figlio prete,  a Berlino alla facoltà di medicina, scelta che sarà decisiva per la formazione del suo pensiero. Al contrario della maggior parte degli scrittori, egli si appropria di una solida cultura scientifica che influenzerà in molti sensi la sua produzione poetica e saggistica.

Benn eserciterà la sua professione di dermatologo fino al suo pensionamento che avviene solo nel 1953, cioè tre anni prima della sua morte. Sebbene la sua doppia vita di scrittore e medico in determinati periodi della sua vita gli pesasse non poco, è altrettanto orgoglioso della propria disciplina ferrea.

Per il giovane Benn che esordisce come poeta espressionista con una prima raccolta di versi nel 1912, il quotidiano confronto con la malattia e la morte  rappresenta una importante fonte di esperienza vissuta. Nell’ospedale militare, dove lavora, egli è costretto di confrontarsi con l’essere umano nella sua mera fisicità, ferita, minacciata da malattia e morte.

Infatti, proprio in questo periodo nascono le poesie più crudeli. Benn evoca una visione dell’essere umano tutto fisico, condannato a morte fin dalla nascita.

Non risparmiando al lettore alcun dettaglio, Benn descrive come il cancro si diffonda lentamente all’interno del corpo umano, come nel petto di una ragazza morta dei topi si facciano il loro nido, come le più povere donne di Berlino partoriscano in un misero ospedale defecando contemporaneamente. (5)

La realtà delle sue poesie è la sua realtà quotidiana: una visione dell’uomo terrestre, una visione che smentisce programmaticamente ogni implicazione metafisica.

La vita era una legge mortale (…) scriverà molti anni dopo nel suo saggio Urgesicht , l’uomo allora, così come oggi, non poteva che accettare il suo destino senza lacrime.(6)

Benn vuole essere all’altezza del suo tempo. Con uno sguardo volutamente freddo e impersonale, nella sua funzione estetica simile al bisturi, che usa all’ospedale, egli distrugge, le grandi illusioni sulla natura dell’essere umano, quali religiose, illuministiche, idealistiche e marxiste.

In una poesia del giovane Benn, l’uomo, il coronamento della creazione, non appare che un maiale. (7)

Siamo ancora alla vigilia della prima guerra mondiale. Si festeggia ogni anno con grande pompa il compleanno del Kaiser, donne con vesti lunghe, poche biciclette sulle strade, ancor meno macchine. Chi può, si muove in carrozza, i poveri, la maggior parte, a piedi. Siamo all’inizio di un secolo terrificante, lontani ancora da Auschwitz, dai gulag, da Pol Phot.  Siamo all’inizio, ma la diagnosi c’e già: l’uomo, il coronamento della creazione, un maiale.

Benn, all’epoca, conduce una vita apparentemente tranquilla, molto disciplinata. Con grande responsabilità svolge la sua professione e compone, nel suo tempo libero, versi audaci che smentiscono la sua  modesta esistenza borghese.

Una contraddizione?

Sì, per forza, avrebbe risposto Benn.

Per lui l’epoca dei nessi causali era ormai scaduta, all’uomo del suo tempo non rimaneva che affrontare la sua realtà inquietante a sangue freddo. Senza passioni, né speranze. Inutile illudersi, dice Benn, l’insieme delle contraddizioni, l’impossibilità di sintesi, questo è l’emblema del XX secolo.

Niente da fare, amor fati.

Un’ altra vita.

Possibile che Benn non abbia mai sognato un’ altra vita, un’ altra forma di quotidianità più congeniale al suo essere poeta?

C’e stato un pur breve periodo della sua vita nel quale egli sembra trascendere i proprio confini prestabiliti. Cambia il suo rigido stile di vita, buttandosi nella tanto disprezzata bohème di Berlino.

A causare questo esperimento di un’altra vita fu l’incontro con la poetessa Else Lasker-Schüler .(8)

Nella personalità della Lasker-Schüler, Benn trova il suo esatto contrario, la negazione personificata di tutto ciò che egli vuole rappresentare davanti a sé e al mondo.

Chi era quella donna che Benn conobbe a Berlino nel 1912 e che lo sconvolge, lo affascina e lo disgusta al tempo stesso e della quale dirà, molti anni dopo la sua morte, che la sua esistenza avrebbe accompagnato la  sua vita come un orlo lontano –  als fernen Saum. (9).

Lasker-Schüler che aveva 17 anni più di Benn, era già una poetessa di fama. Una personalità stravagante, una donna indipendente che si prende, cosa inaudita per l’epoca, la libertà di condurre la propria vita senza scendere ad alcun compromesso.

Dopo aver divorziato da suo marito, dopo aver rotto con la sua famiglia molto benestante, conduce una vita al di là delle regole della borghesia, nella quale era nata e cresciuta. Povera, nonostante la sua crescente fama letteraria, vive la sua vita poeticizzandola . Scrive i suoi versi nei cafè letterari o nelle camere ammobiliate, che cambia in continuazione. Quando le manca il denaro, non si sdegna di mendicare con i mendicanti nelle strade di Berlino, e di trascorrere le notti insieme ai senza tetto sulle panche dei parchi pubblici. Con i suoi capelli tagliati corti e i suoi vestiti eccentrici è una aperta provocazione.

Ci vuole un poco di fantasia  per immaginare questa strana copia:  Benn, ipercorretto, scrupoloso, pieno di idiosincrasie, ed Else Lasker-Schüler, caotica, libera, totalmente   spensierata.

I due s’innamorano. E quasi da subito inizia un dialogo poetico tra di loro. Barbaro, der Barbar viene soprannominato Benn dalla sua amante, mentre egli la chiama senza mezzi termini Hure, cioè puttana. Amore e odio, irresistibile attrazione e repulsione istintiva s’incontrano nelle loro dediche poetiche come se nella loro arte si assaporasse già l’inevitabile fine della loro breve unione tanto passionale quanto fragile.

Per la prima volta nella sua vita, Benn esce dallo scoperto, accompagnando la sua amante nei luoghi che lei abitualmente frequenta. Spudoratamente pubblicano il dialogo letterario del loro amore nella famosa rivista Die Aktion, diventando un pettegolezzo nella bohème letteraria di Berlino.

Ciò che per Else Lasker Schüler è l’unico modo di vivere, per Benn rimane un breve periodo al di fuori della propria vita.

Ben presto si stanca. Ciò che la sua amante gli chiede risulta, nella misura delle convinzioni, una  vergogna. La paura di perdere se stesso fa sì che egli, poco a poco, si ritiri, ritornando alla sua vita precedente, cioè alla sua doppia vita.

La sintesi di vita e arte, che Lasker-Schüler vive con la massima naturalezza, per Benn non è possibile. Egli ha bisogno della guerra continua all’interno di se stesso. La sua poesia non  nasce dall’armonia, ma dalla massima tensione.

Lasker-Schüler, pur mendicando con i mendicanti, non corre il rischio di perdere sé stessa; il suo io forte e sicuro, è intoccabile, mentre a Benn occorre una cornice solida, una stretta delimitazione del suo raggio d’azione per proteggersi contro i demoni che abitano la sua anima, contro il rischio di precipitare in una dimensione non più vivibile.

La  relazione fra i due caratteri incompatibili finisce quasi per legge naturale, sebbene nessuno dei due si dimenticherà mai dell’altro. L’inquietudine rimane.

E’ Benn a prendere le distanze.

Si sposa. Diventa per la prima ed unica volta padre.

Partecipa, come ufficiale medico, alla prima guerra mondiale ed apre, nel 1917, il suo studio da dermatologo a Berlino, dove eserciterà la sua professione ininterrottamente fino al 1935.

Accanto alla sua opera poetica s’intensifica la produzione saggistica. E’ proprio in quegli anni che Benn sviluppa la sua teoria dell’arte e della vita, tracciando il ruolo del poeta-intellettuale nella società. Per lui, l’arte e la storia rappresentano gli eterni antipodi. L’artista non può cambiare il mondo. Non è il suo compito. Il regno dell’arte e quello della storia sono strutturati secondo una logica diversa, incompatibili fra di essi.

Ciò che vive è diverso da ciò che pensa, scrive Benn nel suo saggio autobiografico Doppia vita, questo è un fatto fondamentale della nostra esistenza e dobbiamo rassegnarci ad esso. Possibile che una volta era diverso, possibile che in un futuro incalcolabile, si possa ristabilire l’unità persa, oggi la razza vive in questo modo. (10)

Non sorprende che negli ambienti artistici dell’epoca, la sua Weltanschauung  venga duramente criticata come elitaria e reazionaria.

Benn non si apre al confronto. Non cerca il dialogo che ritiene inutile. Per lui, l’utopia terrestre, la realizzazione di una società  libera e giusta, è una illusione. Per lui, la vita umana è tragica per definizione. All’uomo, all’altezza della propria epoca, non rimane che riconoscere spassionatamente, così scrive Benn a un amico, di vivere nel buio e di fare nel buio ciò che si può. (11)

Probabilmente, egli stesso non si sarebbe definito nichilista, ma realista. Nei suoi saggi ragiona con lo sguardo freddo e disinvolto dello scienziato. Solo nella sua poesia dà voce alla natura intima dell’uomo, al suo mistero.

Questa tensione non si scioglierà mai.

E’ essa la matrice dell’intera opera poetica di Benn.

Nel 1928 esce un volume di saggi che suscita una discussione tanto animata quanto controversa sull’autore e il suo pensiero. Benn polarizza. Per la sinistra rappresenta il  nemico di classe sui generis, l’incarnazione del reazionario, mentre ottiene consensi da parte della destra politica..

Questa volta decide di rispondere pubblicamente ai suoi avversari. Contro l’idea del progresso storico, egli, imperturbato, afferma la sua visione tragica.

Ritengo molto più radicale, molto più rivoluzionario  insegnare all’ umanità: così sei  e non  sarai mai diverso, così vivi e così hai vissuto e così vivrai  per sempre. Chi ha  il denaro guarisce, chi ha il potere presta il giuramento giusto, chi ha la forza, crea il diritto. La storia non ha senso. (12) 

E’ opportuno ricordare il contesto storico in cui vengono pronunciate tali parole.

Sono anni nei quali la Germania vive una situazione di crescente instabilità sociale e politica. Più di sei milioni di disoccupati, miseria e degrado sociale ovunque. Decine di partiti, molti di dichiarato estremismo antidemocratico, creano un forte clima di tensione nella società di allora. Per gli artisti di sinistra, che cercavano di mettere la loro arte al servizio della  giusta causa, che lottavano nei loro scritti per la libertà del pensiero e per la giustizia sociale, parole come quelle di Benn dovevano per forza sembrare inaccettabili.

Nel contesto del pensiero marxista, la tragicità  esistenziale, sulla quale Benn insiste tanto, non poteva che risultare fuori luogo, una specie di sentimentalismo borghese che avrebbe ignorato consapevolmente la quotidiana miseria dei tanti e che doveva essere quindi combattuta.

Benn sa di non farsi amici eppure rimane fermo sulle sue posizioni.

Nonostante ciò, nel 1932, viene eletto, per intervento personale di Heinrich Mann, membro della Preußische Akademie der Künste. Nel suo discorso inaugurale, Benn si definisce uno scrittore apolitico e smentisce ogni possibile nesso tra arte e vita. L’arte, sostiene Benn, segue esclusivamente una logica interiore sua e quindi non può che esprimere sé stessa: In un’epoca nella quale finisce la religione degli dei, mentre il socialismo non può mai asciugare tutte le lacrime, l’eccellente compito della vita è l’arte, la trascendenza, l’attività metafisica, alla quale ci obbliga. (13)

Le stesse idee, che in un epoca meno problematica farebbero parte di una naturale pluralità di vedute, allora dovevano sembrare codarde , una fuga consapevole dell’artista dalla sua responsabilità politica di fermare l’ascesa della destra nazionalsocialista. Compito che nell’ambito della sinistra era diventato l’imperativo categorico.

Ancora nel suo saggio autobiografico Doppelleben del 1950, Benn dichiara di non aver mai letto fino in fondo il programma del partito nazionalsocialista e di non aver mai partecipato ad una riunione.(14)

Anche se è palese che egli usi la sua presunta ignoranza per attenuare la sua responsabilità, è altrettanto probabile che l’autore davvero non si fosse mai confrontato con la Realpolitik nazionalsocialista.

Proprio questo atteggiamento di superbia gli diventerà fatale nei mesi seguenti.

Immediatamente dopo la presa del potere, Benn elogia pubblicamente il nuovo governo, esprimendo la sua piena soddisfazione personale che sarebbe addirittura il risultato del mio sviluppo intellettuale di 15 anni. (15)

Parole chiare che non lasciano alcun dubbio. In un discorso radiofonico dell’aprile del  1933 intitolato Il nuovo stato e gli intellettuali (16), Benn articola la sua teoria della tragicità della vita umana, applicandola alla realtà contemporanea. Per la prima volta opera con termini che dopo Auschwitz assumono inevitabilmente un significato terrificante: ELIMINAZIONE ed ALLEVAMENTO.

Secondo la sua visione strettamente biologistica, la  rinascita della razza bianca sarebbe possibile solamente attraverso la distruzione dei suoi elementi  più deboli e quindi tramite il mirato allevamento dei forti.

Fu Klaus Mann, figlio maggiore di Thomas, scrittore e pubblicista che aveva lasciato la Germania già  nei primi mesi del 1933, a rivolgersi con una lettera aperta a Benn, chiedendo dei chiarimenti e invitandolo a riesaminare le sue posizioni.

E Benn risponde, non personalmente, ma tramite la Lettera agli emigranti letterari  che la radio di Berlino trasmette  il 24.5.33. Il giorno dopo il suo discorso viene pubblicato nella Deutsche Allgemeine Zeitung.

Benn afferma le sue posizioni. Mette in chiaro che non si tratta di un malinteso. Per lui, la nuova Germania è la  più grande realizzazione del Weltgeist, che viene  prefigurata nell’inno di Goethe intitolata “Alla natura”. (17)

Ciò che  avviene in Germania è solamente l’inizio della grande svolta antropologica, che egli aveva da sempre sognato. Inevitabile, secondo Benn, che questa svolta, cioè, il sorgere del nuovo uomo,  richiedesse dei grandi sacrifici, non per ultimo, umani.

In un altro breve saggio dell’epoca, intitolato Züchtung I , uno scritto orrendo che testimonia l’assoluta cecità politica di Benn, egli diventa ancora più esplicito, auspicando agli uomini tedeschi, cervelli con i canini, cervelli con delle corna.

E’ un crimine  vedere il nuovo uomo come un sognatore.(…) Egli deve essere capace di combattere e questo non lo  può imparare dalle fiabe(…) questo lo può imparare solamente sotto le frecce, fra nemici (…) Non ci sarà più pace in Europa.(18)

Alla fine della sua lettera aperta rivolta a Klaus Mann e a tutti coloro che avevano lasciato la patria  per  – così lo vede Benn – divertirsi sulle spiagge del Mediterraneo, egli si congeda con una ferma dichiarazione a favore dello stato nazista.

Klaus Mann, deluso ed amareggiato, riassume l’accaduto e conclude:

Che senso ha la polemica? In parte patologica, in parte solamente volgare, un grande talento si sdegna di fronte ai nostri occhi. E si rovina mentre si prostituisce. Benn , improvvisamente, scrive male. Il suo stile varia da un pathos ormai di  routine ad un vuoto, sferragliante cliché. (…) Questo spettacolo del tradimento dello spirito, che ci disgusta, ci insegna  però una cosa importante: l’inconciliabilità con i traditori . (19)

Qualche mese più tardi appare, nella stessa rivista che unisce, pur per un breve periodo, l’élite degli scrittori tedeschi esiliati, una poesia di Else Lasker-Schüler, dedicata alla condizione esistenziale dell’esiliato: Die Verscheuchte  – la scacciata. (20) La poesia finisce con le seguenti righe:

Und deine Lippe, die der meinen glich,

Ist wie ein Pfeil nun  blind auf mich gezielt

 

E il tuo labbro che era uguale al mio,

ora è puntato, cieco, come una freccia su di me

Versi, senza alcun dubbio,  rivolti a un uomo preciso: a Gottfried Benn, il barbaro.

L’entusiasmo di Benn non durerà a lungo.

La domanda è se la sua  Weltanschauung  si fondi davvero nell’ideologia nazista o se si tratti soltanto di certi elementi del pensiero che in un momento storico ben preciso assumono un fatale significato.

Quali sono i motivi che spingono Benn a  revisionare le sue posizioni?

Considerando l’instabilità dei precedenti governi della repubblica di Weimar –  ben  20 cancellieri in solo 14 anni! –  l’interesse maggiore nel nuovo regime era di  eliminare tutti gli organi democratici in modo tale da poter installare una dittatura, legittimandola democraticamente. L’elenco delle misure legislative prese in brevissimo tempo, in funzione di questo obiettivo, è impressionante.

In seguito all’incendio del parlamento a Berlino nel febbraio del ’33, per il quale furono incolpati i comunisti, entra in vigore una prima legge che limita la libertà delle attività politiche. Un mese dopo viene approvato il cosiddetto Ermächtigungsgesetz, cioè la legge, che sanziona formalmente la fine della repubblica di Weimar. In pratica questa legge proclama lo stato di emergenza e abolisce il parlamento. Nello stesso mese viene inaugurato il primo campo di concentramento a Dachau dove vengono deportati gli oppositori politici. Contemporaneamente i nazisti invitano la popolazione al boicottaggio dei negozi degli ebrei. Nel mese di giugno, tutti partiti vengono vietati e in molte città della Germania vengono organizzate degli autodafé.

Chi voleva vedere, poteva vedere e prevedere, tanto è vero che già nel febbraio del 1933 Heinrich e Klaus Mann, Bertolt Brecht e molti altri scrittori lasciano la Germania, mentre Benn continua a pubblicare in Germania fino all’estate del 1934, quando esce il suo Lebensweg eines Intellektualisten.

Solo nell’agosto dello stesso anno, in seguito agli avvenimenti riguardanti il Röhm Putsch, Benn finalmente prende le distanze. Scrive all’amica Ina Seidel:

Non condivido più. Certe cose mi hanno dato l’ultimo colpo. Terribile tragedia! Quanto grande è cominciato, e quanto sporco sembra ora. Ma questo non è ancora la fine. (21)

Ora anche Benn cade in disgrazia. A partire dal 1935 la sua attività pubblicistica viene ufficialmente vietata. Nella stampa nazista si apre una vera e propria campagna di denuncia contro di lui che ora  viene insultato come maiale, omosessuale, amico degli ebrei. A scatenare questa polemica furono soprattutto le sue poesie espressioniste che ai funzionari nazisti non potevano che risultare entartet, cioè  degenerate.

Sembra uno sdoppiamento: Benn contro Benn. Il poeta contro l’uomo politico. Il vedente per definizione contro il cieco.

Il pensiero di Benn, inutile negarlo, è profondamente antidemocratico. La sua visione dell’essere umano è quella di  una creatura debole, ontologicamente imperfetta, e quindi incapace di migliorare le proprie condizioni di vita. Ancora in una lettera al suo editore del 1948, definisce il zoonpoliticon  un mostro greco,  una idea balcanica . (22) Difende il suo nichilismo universale, l’assoluta assenza di ogni speranza.

Dopo essere stato costretto a tacere per tanti anni, dopo la fine della guerra, Benn  appare di nuovo sulla scena letteraria. Il testo più emblematico di questo periodo è  il suo saggio autobiografico Doppelleben, che viene pubblicato nel 1950.

Senza preamboli, Benn affronta il suo coinvolgimento personale che descrive come una serie di coincidenze fatali.

Ovviamente il suo obiettivo primario è di giustificarsi; nonostante ciò non si può non   riconoscere il coraggio di rendere pubblico lo scambio di lettere fra lui e Klaus Mann del 1933, lettere che giocano decisamente a suo sfavore.

Benn mostra rispetto per la lungimiranza politica di Mann, mentre per se stesso fa valere la fede ingenua nel rinnovamento del popolo tedesco, una via di uscita dal razionalismo, dal  funzionalismo, dall’irrigidimento della civilizzazione. (23)

Del resto, il Terzo Reich viene presentato e commentato più che altro come un incidente della storia piuttosto imbarazzante.

Come la maggior parte dei Tedeschi della sua generazione, Benn vuole dimenticare Per rendere il suo pentimento convincente, Benn avrebbe dovuto essere decisamente più esplicito nella sua autocritica, e nella condanna del nazismo in generale.

Basta costatare che in tutto lo scritto non appare una sola volta la parola AUSCHWITZ, nella quale si somma l’orrore nazista. Prevale il tentativo di salvare se stesso:

Aver sempre  saputo tutto, aver  sempre avuto ragione, questo da solo non è grande. Sbagliarsi  e nonostante ciò andare avanti a credere alla propria voce interiore – questo è l’uomo (…) ed è al di là della vittoria e della sconfitta che comincia la gloria. (24)

Questa frase è un tipico esempio di come funziona l’elaborazione del passato nella riflessione autobiografica di Benn.

Al di fuori del preciso contesto suona bene; la sua stilistica elegante lo fa apparire quasi una citazione classica. A un esame più attento però, si rivela un inganno. Reclamando per sé stesso la gloria, che comincerebbe  al di là della vittoria e della sconfitta, Benn offende la memoria storica di tutti coloro che hanno combattuto attivamente contro il nazismo. Uomini come Klaus Mann, che, caduto dopo la fine della guerra in profondo stato di depressione, si era suicidato  a Cannes, quando, in Germania, Gottfried Benn vive un fulminante come-back letterario.

Nel 1952, Benn ebbe la possibilità di confrontarsi pubblicamente con il suo passato.  In occasione di un anniversario, fu invitato dal British Center di Berlino a ricordare, con un breve discorso, Else Lasker-Schüler, che era scomparsa a Gerusalemme nel 1945.(25)

Questo discorso sarà il suo più autentico confronto tra il proprio passato e quello della Germania..

Lui, che fino ad ora non aveva mai trovato una sola parola per gli ebrei uccisi nei campi di sterminio, immagina vicino alla tomba della Lasker-Schüler, un cedro per rinfrescarla e un fresco vento, che ricorderebbe la sua patria, dalla quale fu cacciata.

Non di più e non di meno.

Benn non vuole compromettersi.

Vuole essere riconosciuto come maggior poeta della sua generazione.

Vuole il successo.

Die Wunde Heine, cioè La ferita Heine  intitolò Theodor W.Adorno  un suo famoso  saggio su Heinrich Heine. Anche Benn, in tutt‘altro senso, è una ferita.

Ferita nella carne del pensiero del XX secolo. So viele Lügen geliebt, so vielen  Worten geglaubt –  così tante menzogne amate, a così tante parole credute (26) – scrive Benn, tirando le somme della sua vita in una delle sue ultime poesie.

Riconoscersi ed essere riconosciuto.

Dopo la morte di Benn, un altro poeta di lingua tedesca, da giovane espressionista  come lui, che negli anni venti si converte comunista per essere nominato verso la fine della sua vita  nientemeno che ministro della cultura nella Germania Democratica, Johannes R.Becher, dedica un necrologio all’amico di gioventù.

Nella sua breve poesia, Becher, un altro esempio della fatale alleanza fra spirito e potere, evoca una tanto sottile quanto fatale somiglianza, secondo la quale entrambi i poeti sarebbero, nonostante tutto, rimasti soli nella ressa.

Al verso del poeta  non  rimane quindi che il pianto. Una lacrima dura e severa – eine harte, strenge Träne –  dedica Johannes R. Becher a Gottfried Benn. (27)

E’ forse in questa  immagine apparentemente paradossale che si concretizza una vita e un’opera letteraria che può essere ricordata solamente nella sua inconciliabile ambiguità.

 

Note

1  Quest’idea è un pensiero ricorrente in tutta la produzione saggistica di Benn dai  tardi anni  venti in poi.

2  I due discorsi radiofonici sono:

1) Der neue Staat und die Intellektuellen. (Gottfried Benn, Gesammelte Werke, vol.1, ed.:Dieter Wellershoff,Wiesbaden 1961), p.24O-250.

2) Antwort an einen literarischen Emigranten  (Gottfried Benn, Gesammelte Werke, vol.4, ed:. Dieter Wellerhoff, Wiesbaden 1961), p.239-249.

3  Benn,Gesammelte Werke, vol.4, ibidem, p.393.

4  Gottfried Benn (rororo-Monographie), ed.:Walter Lennig, Hamburg 1997, p.120.

5  Gottfried Benn: Gedichte. In der Fassung der Erstdrucke, Frankfurt a.Main 1997:

1) Schöne Jugend, p.22.

2) Saal der kreißenden Frauen, p.36.

6 Urgesicht (Gottfried Benn, Gesammelte Werke, vol.5, Prosa, Wiesbaden 1968, p.1290.

7  Benn, Gedichte, ibidem: Der Arzt, (poesia in 4 parti, parte 2), p.88.

8  Per quel che riguarda la relazione fra Gottfried Benn e Else Lasker-Schüler vedi:

Helma Sanders-Brahms: Gottfried Benn und Else Lasker-Schüler – Giselherr und Prinz Jussif, Berlin,1997.

9   Rede auf Else Lasker-Schüler (Gesammelte Werke,vol. 4, ibidem), p.540.

10 Doppelleben ( Gesammelte Werke, vol. 4, ibidem) , p. 128.

11 Das Gottfried Benn Brevier, ed.:Jürgen P. Wallmann, München 1986, p.151.

12  Zum Thema Geschichte (Gesammelte Werke,vol. 1, ibidem),  p.377.

13  Gottfried Benn ( rororo-Monographie), ibidem, S.99.

14  Doppelleben, ibidem, p. 70.

15  Klaus Mann: Gottfried Benn oder die Entwürdigung des Geistes (Die Sammlung, Literarische Monatsschrift, ed.:Klaus Mann, 1934, 1.Jahrgang, München 1986. (ristampa), p.50.

16 Der neue Staat und die Intellektuellen, vedi nota 2.

17 Antwort an einen literarischen Emigranten, ibidem, p. 243.

18  Züchtung I ( Benn, Gesammelte Werke, vol.1), ibidem, p. 220.

19  Die Sammlung, ibidem, p.50.

20  ibidem, p.384.

21  Gottfried Benn (rororo-Monographie), ibidem, p.120.

22  Berliner Brief, Juli 1948 ( Benn, Gesammelte Werke,vol.4) ibidem, p.282.

23  Doppelleben, ibidem, p.78.

24  ibidem, p.88.

25  Questo sostiene Helma Sanders – Brahms nel suo libro, ibidem, p.183.

26  Benn, Gedichte, ibidem: Spät, (poesia in 4 parti, parte 3) , p.

27  Gottfried Benn ( rororo-monographie) ibidem, p.154.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2 pensieri su “Il pensiero compromesso. Gottfried Benn e il nazionalsocialismo

  1. augusto

    Cara Stefanie, ho letto e molto apprezzato la tua profonda conoscenza di Benn , uno scrittore e un poeta di cui ,a suo tempo, mi sono occupato . Ma nel tuo articolato e acuto saggio , Gottfried Benn ne esce fuori con le ossa rotte, come uno che giustifica ( e quasi glorifica) i suoi gravi errori del passato , un opportunista pieno di sé ( si ritiene il più grande poeta tedesco della sua epoca) che cerca il successo ad ogni costo , anche dopo aver abiurato dal nazismo , e cercato la sua redenzione e il riscatto , e forse non si mette adeguatamente in luce un altro aspetto che lo riguardava: Benn era fondamentalmente un “disperato lucido” .

    Cervelli

    Io ricordo di aver letto “ Cervelli”, una parabola sul cannibalismo metafisico (“una volta i poeti si nutrivano del proprio sangue “ ) , e il protagonista tiene metaforicamente in mano il proprio cervello come un pane che si spezza e si mangia. “Gli erano passati tra le mani, inavvertitamente, circa duemila cadaveri , e questo lo aveva sfinito in maniera strana e inspiegata.” Il contatto quotidiano del giovane medico con “la morte già morta” non provoca orrore: il languido , estenuante ,sentimentale passaggio dell’Acheronte è già avvenuto. Nelle mani di Ronne, il protagonista , restano i corpi che si decompongono ,ma non è l’esplosione gassosa e molle , lo svanire per mutazione della materia biologica ciò che provoca in lui , alla distanza, quello sfinimento tanto simile alla morte: quei corpi , lui li taglia a pezzi o, per essere più esatti, li scompone , ne ricava oggetti fisici privi di ogni funzione , inutili, manomessi. Ronne attraversa la vita in una specie di “trance”, in lui c’è un corpo cavo che pulsa come un cuore abbandonato. Mette in scena la condizione dell’io, della voragine dell’io , dell’abisso della depressione , della disperazione. In questo periodo , Benn scrive lettere e saggi non estranei alle concezioni dell’esistenzialimo, in cui vengono dissacrati i valori del mondo borghese: “Il matrimonio è comunque un’istituzione intesa a paralizzare l’istinto sessuale, quindi una costruzione cristiana. Abramo e Odisseo non ebbero a soffrirne. Per l’uomo c’è però solo l’illegalità, la lussuria, l’orgasmo,mentre tutto ciò che ha l’aria di un legame è contro la sua natura. Una banalità! Hamsun dice: c’è soltanto un amore -: quello rubato, – ha ragione. Nel matrimonio ci sono questioni economiche, questioni alimentari, aspetti mondani, “interessi comuni” – tutti siluri contro il sesso. Il legame umano con la moglie paralizza l’elemento volgare, inferiore, criminale che per l’uomo sta al fondo di ogni coito autentico; egli diventa impotente, ma questa impotenza nel matrimonio è un’ovazione per la coniuge in quanto essere umano…”

    Medico poeta

    Credo che Benn fosse un nichilista , come ce ne erano tanti nella sua epoca , ed anche ora. Inoltre era tedesco e aveva subito tutti gli orrori della prima guerra mondiale , con la Germania affamata , lercia, sporca, corpo nudo , un semi cadavere in putrefazione. Perciò le sue liriche non potevano essere che “spietate”, tra le più spietate e terribili del ventesimo secolo . Le sillogi “Morgue” , “Figli” e “Carne” , per non parlare di “Macerie”, già dicono tutto fin dal titolo. Usa un linguaggio nuovo , fatto di vari strati linguistici ,pieno zeppo di sostantivi , che procede per associazioni di idee , tutta roba di pura creatività, da corteccia cerebrale ben messa punto. E infatti Benn mette a nudo , attraverso visioni espressionistiche , di malattia e putrefazione – descritte con la lucidità e la freddezza impressionante del chirurgo –le piaghe della società, la condizione di estraniamento dell’uomo , l’assoluta materialità in ogni suo atto:
    “Se si pone subito il coito all’inizio di una relazione non ci sono nevrosi. Se invece si comincia operando con amorini, cupìdi e altre simili divinità da giardino, e s’intravede il coito solo in fondo al viale, ci sono nevralgie in certe parti del corpo.“Quanto all’omicidio sessuale, lo considero da sempre la forma veramente
    ideale dell’amore, almeno da parte dell’uomo di delicato sentire; al tipo gagliardo, naturalmente, non interessa come va a finire l’amore.””

    Il nazista sognatore

    Poi , Gottfried , scrive saggi d’adesione al nazismo, ( Il nuovo stato e gli intellettuali, Arte e potenza) che sono musica divina per Hitler , che subito lo fa chiamare e gli dice: amico Gottfried Benn, finalmente , un artista non degenerato , un puro, un ariano vero , stringimi la mano , tu sì che sei un vero poeta , anzi sarai il poeta della rinascenza nazista . E lui , grato e commosso , abbraccia il padre del nazismo con entusiasmo , convinto che nelle sue implicazioni ideologiche vi sia una sorta di giustificazione esistenziale . Benn sogna un nuovo mondo , sogna un uomo nuovo cieli e terre nuove , sogna sfracelli in terra e in cielo , sfracelli che purtroppo s’avverano , ma non nel senso che li voleva lui ( in fondo era un poeta e non poteva non mettere ai primi posti la libertà , fraternità, uguaglianza e il nazismo “nnun era ccosa”) Benn capisce che ha fatto una grande cazzata e si redime.

    La disperazione

    S’arruola come medico militare e vede tanta di quella sofferenza e martirio , dolore solitudine e disperazione da lasciare il suo amato genitivo ellittico e tornare a versi poveri e straccioni , da restarci di ghiaccio , per la pietà ( “A Genazzano di sera… le mie mani erano due blocchi di ghiaccio/. Ognuno con cinque ghiacciuoli/ che tintinnavano”). Da queste esperienze , Gottfried esce trasformato, ritrova se stesso, il proprio centro, una diversa nuova capacità di esprimersi , un nuovo stile , un nuovo mondo , che è emanazione del suo vero spirito :“Tu negli ultimi regni,tu nell’ultima luce
    sei il dio che scioglie/ tutti gli affanni” Ma anche questo Dio che inizialmente scioglie tutti gli affanni , nel finale è solitario, affondato in distanze , avvolto nel silenzio e se “antichissimo era il desiderio, antichissimi il sole e la notte, tutto: sogni e pene pensati nel vaneggiare…ora nessuno aspetta e nessuno chiama”. Alla fine , Benn si ritrova con la propria solitudine e disperazione, di nuovo a guardare le cose con distaccato dolore , senza darsene spiegazione alcuna. In fondo siamo tutti disperati, ma pochi sanno d’esserlo.

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  2. sgolischanie golisch

    Grazie tante per questo commento molto differenziato.

    Voglio dire questo: La causa scatenante perché ho pubblicato questo articolo un po’ vecchio, è la discussione intorno al premio nobel per Mo Yan e in particolare il suo discorso a Oslo dove non si è distanziato dal regime ( al quale, del resto,appartiene) Ovviamente non ha nemeno menzionato Liu Xiaobo, premio nobel per la pace, tutt’ora in prigione in China!
    E l’ovest, oramai complice del regime cinese, in gran parte tace!

    E’ per questa circostanza molto attuale che ho pubblicato l’articolo su Benn.
    Io amo la poesia di Benn, nonstante tutto.
    Ma la macchia rimane.
    E non si può certo dire che egli non avesse saputo.

    I sistemi totalitari continuano a esistere e putroppo anche i loro sostenitori , quelli lucidi e quelli vigliacchi !

    In fondo, Benn era un pretesto…

    Un caro saluto serale

    Stefanie

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