Non si accorse nemmeno del foglietto incastrato nei tergicristalli che continuava a scorrere sui vetri grondanti di una pioggia satura di giorni come quelli. Raggiunse la galleria dove l’aspettava la sua quasi socia con la solita calzante ironia e dove, in evidente ritardo, arrivò fradicia di noia.
“Alla buon’ora”
“Traffico e pioggia”
“Un bel connubio, un titolo da dare alla tua prossima opera”
“Non ci sarà una mia prossima opera, non scatto da secoli”
“Potresti tornare a farlo”
“Non mi interessa più. Lo sai”
“Io so solo che invece dovresti”
“Ti prego, sono appena arrivata, rimandiamo le prediche a dopo e iniziamo l’allestimento ora”
“Come vuoi, guarda qui”
“Cos’è?”
“Guarda da te”
“E’ una foto”
“Non è una foto”
“Ah, e io che pensavo che il processo di registrazione di un’immagine si chiamasse fotografia, che stupida”
“Non sei stupida, hai solo voglia di esserlo. Non è una foto. E’ anima e sangue. E’ desiderio e morte. E’ sole e nuvole. E’ quello che sente un artista prima del click, è quello che ci mette mentre guarda attraverso l’obiettivo, è quello che conosci bene anche tu. Non puoi lavorare in queste condizioni di assoluto appiattimento fisico e mentale, non puoi e non posso nemmeno io!”
“E’ una foto, come le altre qui dentro. Allestisco la sala di là”
Una lacrima di pietra le uscì indisturbata e non vista. Come una guerriera armata e ben corazzata la sentì scendere fino alle labbra. La assaporò. Sentì il navigato sapore del sale. Non poi così amaro. Si asciugò con stizza quel rivolo di rabbia e solitudine e decise che stare lì ora non avrebbe avuto senso.
“Faccio una cosa e torno”
“Domani abbiamo la mostra e tu fai una cosa e torni??”
“Faccio una cosa e torno”
E risalì in macchina con le maledizioni della sua amica che la marcavano stretta. Aveva smesso di piovere ma rimase lì dentro con il motore spento a guardare il vuoto. Poi lo vide. Pensò banalmente ad un multa, ad una pubblicità. Ma non era minimamente un foglio stropicciato e appiccicato al vetro, riusciva piuttosto a scorgere dei caratteri nitidi che avevano resistito alla pioggia. Lo dimenticò ancor prima di realizzare cosa potesse essere e lo lasciò lì, mise in moto e si allontanò verso il vuoto. Ma il vuoto non fece in tempo a portarla da nessuna parte.
Il cellulare vibrò nella tasca dei suoi pantaloni.
“Dimmi”
“Non mi dire -dimmi- che mi urti il sistema nervoso”
“Dimmi”
“Devi tornare, qui da sola non ce la faccio, c’è un mare di roba da fare. Deve ancora venire quel tale a consegnare i cavalletti, c’è da capire se vuoi esporre la roba di quella tipa strana, e poi è arrivato stamattina del materiale nuovo di un solo artista. E ti ricordo solo che domani abbiamo una mostra fotografica in un galleria che è la tua, ancora da finire di allestire. Cosa pensi di fare?”
“Arrivo”. E attaccò con una matura consapevolezza devastante. Avrebbe fatto quella mostra e poi avrebbe chiuso.
Tornò alla galleria come un fulmine.
“Eccomi. Dove sono le cose arrivate?”
“Non sono cose. Sono fotografie. E comunque eccole. Io penso al resto”
Il tempo di aprire il plico e sputare la sentenza.
“Non è gran che ‘sta roba, e poi non possono inviarci foto a ventiquattro ore dalla mostra. Non ho una galleria da quattro soldi, non ho messo su un tendone da baraccone, c’è una segreteria organizzativa dietro, c’è un lavoro di scelta e selezione di mesi, buttala via!”
E scaraventò tutto per terra.
“Non le hai nemmeno viste. Faccio questa mostra con te domani e poi me ne vado”
“Allora guarda siamo in due e comunque puoi anche andartene adesso!”
Sentì solo lo sbattere dell’uscio a vetri e se lo immaginò in frantumi.
Ma era blindato, come la sua anima.
Le foto erano sparse ovunque. Le calpestò, le prese a calci ma non erano strade con dossi o curve da poter spostare, erano autostrade piane e dritte e non si muovevano da lì.
Ci girò intorno camminandoci sopra, la maggior parte erano capovolte e le poche che riusciva a scorgere sembravano senza senso. Incomplete, come un pittore che lascia a metà la sua tela e la sovrapposizione casuale delle une sulle altre amplificava la sensazione della frammentarietà. Non le mosse da così. Erano bellissime. Un pensiero banale, ma non le venne in mente altro. Un’armonia di gesti e movenze che scaturivano da ogni singolo punto visibile delle foto. Un estro e una prepotente frenesia in una fluttuazione di ritmi da lasciarle la gola secca e sopra ogni cosa il desiderio e la voglia di… non sapeva bene cosa.
Prese il telefono.
“Scusami, sono sempre nervosa lo sai prima del giorno fatidico”
“Sì, ma stai peggiorando”
“Lo so, lo so, mi si sta scaricando il cellulare, dai vieni che mi è venuta un’idea”
“La galleria è piena di prese dove metterlo in carica, mi vuoi solo mollare”
“Spicciati”
Raccolse ogni foto e si preoccupò che i suoi calci non avessero fatto danni irreparabili.
Iniziò a guardarle per davvero.
Troppo per davvero.
Un tremore inaspettato la sommerse.
E poi come delle voci.
Sentì una vampata salirle da dentro.
Continuò a guardare.
La vampata prese le fattezze di un’onda che la travolse ineluttabilmente.
E vide mani. Mani dappertutto. Foto di mani in bianco e nero. Non erano foto incompiute. Ma erano solo mani.
–sei tutta da toccare, non so da che parte cominciare, rilassati per favore e fammi lavorare, ora sei in mio potere e non hai scampo, lasciami sfiorare e stringere e succhiare la tua pelle, sento ogni tua asperità, ogni piccolo millimetro che assaporo delicatamente e mi riempio fino a diventare ventosa, scoprire di te ogni punto che non conosco, toccarti in profondità e lasciarti libera di abbandonare ogni resistenza a me e toccarti ancora e ancora e ancora, dentro e fuori e ancora dentro e ancora fuori, palpare la tua essenza e farla mia–
Foto che le venivano addosso con violenza. Foto di mani nude e leggere che le disegnavano i contorni del corpo. Sentì la sua maglia salire.
–ti sento fremere con un sottile brivido di dolore, ogni piega della tua natura è bagnata per l’eccitazione come rugiada che copre ogni cosa, fresca, umida e calda, e poi inebriarmi del tuo muoverti in sintonia col mio corpo e diventare uno solo è una meraviglia, accorgermi che assecondi i miei movimenti in una danza frenetica fuori da ogni tempo e spazio, sentirti madida, irrorata e sentire il tuo piacere scendere nella mia mano e inondarmi mentre ti appoggio il mio amore sulle tue labbra ormai sensibili all’inverosimile, guardare i tuoi occhi e sapere che ormai non sei più con me, ma in un’altra dimensione totale di piacere, questo si è anche il mio godimento, ho le mani bagnate e piene del tuo odore intenso come fiori di lavanda strofinati che inspiro e faccio miei e saranno per sempre i tuoi odori forti ad accompagnare il ricordo in ogni istante che non sarò con te–
Il sussulto dei suoi fianchi che spingevano fino a scuoterle i muscoli la pervase. Intuì meandri di cui non conosceva l’esistenza, probabili sentieri nascosti, incerte strade impervie, ma non provò a resistere, presagì solo un calore struggerla e prenderla e portarla via inondata e piena.
–e ora lascia che tutte le vibrazioni provate lascino il posto ad una unica e forte sensazione che scoppia dentro e implode e lascia senza fiato, ascolta il battito accelerato e riempi l’udito, come onde che si frangono sugli scogli del porto quando il maestrale infuria e copre ogni sentire che non sia natura e forza e vita piena in ogni attimo–
“Ehi ma che succede qui?”
Non prestò attenzione a quella voce.
“Oh ma che hai fatto?”
Tornò da dove era venuta e si ricompose.
“Niente, niente, è tutto ok”
“Non si direbbe, guarda che faccia”
“Ti sbagli, è a posto, smantella tutto nel frattempo”
“Smantella tutto cosa?”
“Tutto. Alla mostra domani esporremo solo queste”
“Queste che? Ah, la roba arrivata stamattina. Ma non era da buttare? E poi, scusa, gli inviti stampati? Cosa diranno gli ospiti e gli artisti? Fammi vedere. E chi è poi questo? Chi è gc? Che nome è? Due lettere attaccate in minuscolo, non sembrano nemmeno due iniziali. Non c’è un numero di telefono, non c’è una biografia, magari è un pazzo. Cosa racconti, che esponi opere di gc? Una mostra dove il protagonista non sarà presente, un fantasma. Un fallimento certo!”
“Non ho una sola risposta alle tue domande ma è quello che farò, torno subito scusa”
“Di nuovo? Te ne rivai di nuovo??”
“No, prendo in macchina la carica del cellulare, era scarico sul serio, prima, e non volevo mollarti”
Uscì e lo rivide di nuovo. Stavolta lo prese, umido e lesse.
–Non è tutto bianco e nero. Guarda meglio. C’è tutta una scala di grigi dentro. La fotografia che vuoi scattare è intorno a te, ma devi metterti in sintonia con ciò che ti circonda se vuoi davvero trovarla. Se vuoi davvero ritrovarla. Le mani intorno a te sono le mie. E la sintonia è la tua–
Firmato gc.
Il cofano della macchina la sorresse da un collasso sicuro e avvertì il bagnato sul suo pantalone di velluto blu. La testa prese a girarle vorticosamente. Ma cos’era? Ma chi era? Aggrappandosi a quel poco di raziocinio che ancora aveva, rientrò.
“Beh, e il cavo?”
“Quale cavo?”
“Il cavo del cellulare!”
“Ah già… il cavo del cellulare. Non lo so, è in macchina credo”
“Cos’hai? E cos’è che hai in mano?”
Guardò distratta il foglio nemmeno non fosse nella sua mano.
“Niente, è un foglio. L’allestimento, pensiamo a quello ora.”
“Come vuoi”
“Ah, una cosa. Tornerò a scattare, forse”
“Cosa? Cosa hai detto?”
“Sì, questione di sintonia. E di mani. Ora lo so”
“Non ti seguo”
“Non importa. Capirai”
Un successo. Una mostra folle e senza precedenti ma fu un successo.
Cercò in ogni mano che stringeva la mano di gc ma sapeva che nessuna di quelle avrebbe potuto essere. Ma sapeva anche che dopotutto le andava bene così.
Si avviò verso la macchina per chiudere quella giornata, ma avrebbe chiuso molto di più. Non c’erano altri modi che chiudere per tornare a scattare, per ritornare a sentire la sintonia attraverso le mani in un click. Il click di una vita messa da parte che urlava la sua assenza.
Sul tergicristalli un biglietto non spiegazzato sembrava messo lì da poco.
Distesa e materica lo lesse.
–Abbandonarsi al calore del corpo che ti è vicino ansimante ancora per l’adrenalina che piano piano ritorna a ritmi normali. L’essere arrivati, questo conta. Non ci posso essere ma ci sono. gc–
Salì e accese il motore. Distese le dita e poi le avvolse strette intorno al volante. La macchina si mosse piano, quasi da sola. L’assurdo è una presenza ineludibile, un percorso di senso e i suoi effetti ritagliano logiche che sfuggono al controllo. Mentre guidava, i suoi pensieri presero ad accavallarsi in diversi livelli di immagini e in diversi canali di colore sovrapposti, varcarono le soglie delle pieghe del suo nucleo e, come mani di naufraghi libere e nude, presero il largo verso ciò che le rimaneva ancora da toccare. Il suo nuovo click l’avrebbe sentito dentro e ovunque.


Ho appena aperto l’E-mail, dammi il tempo…più tardi di leggerTI.
Il commento…critico…verrà a posteriori.
Un abbraccio, Eugenio
É stato come un clck
una diaframma chiuso,aperto,chiuso
dove non ci sono occhi per vedere
ma solo per sentire…
A me sembra una nuovo step delle tue storie d’amore. Bello. Bello sembra poco anzi. Essere, sentire. Le folgorazioni che dà l’arte. L’erotismo che ne è sempre l’ossessione costante.
Ossessione costante, sottostante
Cara Elisabetta,
quello che veramente gli altri ci chiedono e ciò che gli diamo veramente, se lo abbiamo e se ne siamo capaci, è qualcosa di cui abbiamo vera esperienza, e tu qui lo hai ricordato.
Riabbraccio,
Roberto
Ciò che abbiamo , che sentiamo nel nostro profondo, spesso immaginario, lo ritroviamo in questo scritto. Una visione forte di ciò che le mani sanno dare e cogliere e mantenere . Di come la passione a certi livelli di grande coinvolgimento e non solo materico ma sublimato dal trasporto interiore verso l’altra persona possano coinvolgere tutti i sensi, nessuno escluso. La fantasia dell’autrice riesce a portarmi al centro della scena, tocca corde che da fotografo posso condividere e fare mie. Non sembra neanche uno spaccato di vita ma un flash di una storia che sarebbe ancora da raccontare immaginando il prologo e la continuazione. Un bel viaggio sarebbe …..
Reblogged this on Parlami d’amore.
Non è tutto bianco e nero. Guarda meglio. C’è tutta una scala di grigi dentro.
“Mi baci con i baci della sua bocca! Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino. Per la fragranza sono inebrianti i tuo profumi…….” Ct 1,2-3
baci,
Daniela
Quanta sensualità in questo collage di erotismo e di fotografie! Una storia più audace delle precedenti, che va a pizzicare delle corde a cui sono molto sensibile. Mi viene in mente la mitica Valentina di Crepax, ma anche qualcosa di Manara, con quel click che “avrebbe sentito dentro e ovunque”. In entrambi i casi, qualcosa di bellissimo. Grazie per questa nuova, piccola grande emozione che ci hai regalato.
BlueMaury
respirando le vostre parole…
grazie
bello, emozionante e intrigante. Finalmente ti sei spinta oltre. Pensieri sensuali ricchi di emozioni…erotismo…insomma mi piace.
Un abbraccio stretto.
Andrea
bhè…che devo dire! c’è tutto ..passione..amore..la vita…tutta in un click…!!!Brava come sempre e più di sempre !!!!Baci!