Provocazione in forma d’apologo 245

Un occhio liquido senza palpebre e cigli perennemente puntato verso la luna madre.
Ce lo ricordiamo perfettamente entrambi, ormai vent’anni fa, il figlio della padrona con quel suo pozzo stretto e profondo dalle pareti di eternit, nel quale aveva messo delle carpe che indossata la maschera si tuffava a recuperare per levarle al cielo in una specie di sacrificio alimentare, fanciullo invecchiato in solitaria farandola su di un greto miserrimo.

Come ricordiamo tutti gli altri sacrifici, deviati verso il regno vegetale: quelle piante piantate sulla ghiaia, o in luoghi dove la luce del sole tace da sempre e per sempre, e quei tumuli di fiori e di pietre, quei cespugli svuotati come ventri dal cucchiaio di una mammana.
Ma poi è inevitabilmente tornato al vecchio ed unico amore. Di certo ispirato da un tamagnone agricolo riempitosi d’acqua per le interminabili piogge ha cominciato a ricavare nell’incolto davanti a casa una pozza, poco più di una vasca da bagno circondata da quelle lastre di pietra che si usano per l’opus incertum, come incertissimo è il suo ed il nostro cammino intorno a quell’orlo.
Tutta la notte, in quella piccola pozza, si rifletteva la luna, con una luce più forte di quella del sole. Così mi assicuravi tu, la madre vicaria, colei che è sicura di essere mandata nei luoghi di sofferenza e follia a far da contrappeso, ad evitar che le cose precipitino. Macché, ti ho risposto irritato, la luna aggira il mondo e voi dormite, sognando che faccia quello che vi sognate voi. La luna come tutto muta e si sposta, per rifletterla in modo costante l’occhio del pozzo dovrebbe fare altrettanto; e infine non è detto che non lo faccia, frutto com’è di quell’odio amore implacabile.
Ma poi ho scoperto sul fondo di quella pozza motosa un faretto, collegato alla rete nel solito modo avventuroso e miserrimo, e ho detto, a te preposta, di farti parte diligente in difesa della bella d’erbe famiglia e d’animali che rischiava d’andarne folgorata; e tu ci hai provato, ricavandone il solito zero.
Almeno ne verrà fuori un racconto, ti ho detto; sì, e dirà questo e quest’altro, mi hai risposto.
No, ti ho replicato: per dir ciò che dirà è ancora presto, questa cosa avrà veri ma non divinabili seguiti; perciò aspettiamo, prendiamo la luna al balzo, la vita al varco.
Ed è andata così. Nel giro di un quarto di luna la pozza è stata disfatta e rifatta più volte, fino ad assumere la dignità di un piccolo stagno. Stagno da pesciolini e ninfee, hai subito fantasticato, ma ben presto sei stata disillusa. Nei due metri per tre profondi quattro palmi son comparsi due pattugliatori formidabili, uno bianco e uno nero, di ben più che cinquanta centimetri. Quel bianco però, ho scoperto, non era che il bianco d’una pancia, uno dei due bestioni nuotava con evidente pena sul dorso e malgrado gli sforzi non riusciva a girarsi. Ha patito nel trasporto, ha spiegato il figlio della padrona allora allora apparso, se non supera la notte domani finirà nella pentola. E’ roba buona anzi ottima: sono storioni, se ne ricava il caviale, ma lo sapete voi come si ricava il caviale?
Te l’ho spiegato sottovoce e tu con orrore hai lasciato il tuo posto d’osservazione al balcone.
E il mattino seguente sei subito corsa a vedere se lo storione acciaccato si era ripreso, e quando li hai visti entrambi pattugliare i confini del regno con il dorso rivolto al cielo hai esultato. Ma l’esultanza non è durata a lungo: che cosa potranno mangiare? Pane, crocchette per gatti? Internet consultata in proposito l’ha escluso: pescetti vivi ci vogliono, crostacei, al peggio mangimi speciali.
Ma lungo tutto il giorno nessuno si è presentato a nutrirli ed allora, assistita da me e da gatti partecipi, ci hai provato tu, con pane e crocchette, ricavandone il solito zero. Di momento in momento la tua apprensione aumentava, fin quando invece del figlio è apparsa lei, la madre e padrona.
Che cosa mangiano, che cosa gli date?, le hai subito chiesto con la voce che tremava di quella speranza che non muore neanche per ultima. Mangime speciale, mangime speciale, ha risposto di fretta lei fuggitiva, non lasciando vedere che una coda storionica su cui era impossibile posare del sale, e mentre dileguava si sentivano ancora le sue ultime parole: Belli vero? Li ho avuti per la Festa della Mamma. Ma adesso devo correre dagli altri, da domani speriamo nel sole, dopo tutta quest’acqua.

4 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 245

  1. elisabetta bordieri

    “si rifletteva la luna, con una luce più forte di quella del sole”,
    forse per questo è andata così.
    saluto

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *