Appunti su “Le Foglie del Giovedì”, di David Chiucconi

Cucchioni
Ogni parola una foglia, ogni foglia un vascello.

Le foglie del giovedì, di David Chiucconi, edizioni Pequod-Italic, Ancona, 2013

di Anna Elisa De Gregorio

Diciamo subito che David Chiucconi è uomo di mare a trecentosessanta gradi: ama andare in barca a vela nel tempo libero, e, nel tempo del lavoro, è un tecnico surveyor (in parole più semplici, si occupa di controlli sulle navi). La sua poesia si trova proprio in quel vascello nominato da Emily Dickinson nell’esergo alla prima sezione della plaquette: ‹‹Nessun vascello c’è che come un libro/ possa portarci in contrade lontane…››. Oppure rammenta le lievi imbarcazioni di cui scrive Francesco Scarabicchi in prefazione: ‹‹Con i suoi piccoli velieri, David salpa dai porti della mente a navigare il mare dello sguardo, come un timoniere che tiene la rotta e ascolta il vento››.

Le foglie del giovedì (italic, ancona, 2013) è il primo “vero” libro di Chiucconi; nel novantacinque, sponsorizzata dal Comune di Camerano, viene pubblicata una sua plaquette dal titolo Sensazioni, che possiamo chiamare una prova di stampa, spia di una necessità, che si è fatta via via più pressante, di esprimersi attraverso la parola poetica. Oggi Chiucconi ha dato forma, contenuto e contorno a questa sua necessità, proponendoci un piccolo libro, ma ponderato e compatto, dopo un severo lavoro di sottrazione, lasciando sulla pagina l’impronta dei suoi pensieri, che, pur nella leggerezza, sono nati dietro la spinta di una sua conquistata verità.

Il libro è strutturato in due sezioni , I luoghi e Le voci, composte con ammirevole unità di ispirazione. I luoghi sono quelli della sua vita, dei suoi viaggi, delle sue passeggiate, del suo andare per mare, ma anche dell’infanzia con le sue presenze o assenze. Appare qui il paesaggio marchigiano, qualche volta lussureggiante e luminoso: ‹‹…Ostenta trionfi la natura stamattina,/liquido di miele, anima d’oro./ Anche la luce mi raggiunge serena››. A volte, invece, la natura è matrigna, metafora di stati d’animo, di mancanze, di abbandoni: ‹‹Quante crepe sto contando/ sulle rovine./ Specchi in disarmo/ coprono sentieri abbandonati/ baluginio lontano quasi negato/ nelle remote regioni››.

Nella lirica Prima di tornare è nascosto il senso di questo volumetto e il segreto del suo titolo: ‹‹La luce filtra tra le foglie del giovedì,/una selezione di pensieri mi conduce lontano,/vicino./ Aspetto paziente/ di scendere le scale del piano interrato, dove fievole è la luce d’entrata/ e alberga un ordine appena passabile…››. David Chiucconi ci racconta come è arrivato al “suo piano interrato”, ci svela il percorso (paziente) della psicanalisi; il lavoro di scavo nel sé permea ogni verso del libro, dandogli un più profondo significato. Il giovedì del titolo non è altro che il giorno in cui l’autore scendeva quelle scale, che sapevano di sale, per raggiungere lo studio del suo analista, r-aggiungendo anche foglie nuove per la sua vita.

Chiucconi sa, adesso, che nel passato, quello più lontano, è “già accaduto e stato” tutto ciò che oggi siamo diventati: ‹‹Rumore di zoccoli sul marciapiede,/ad evocare un ricordo infantile,/ nel gioco dei sogni./ La mano della madre,/ in quell’estate di tempi diversi,/ l’infermità agognata, prezzo, della mia libertà››. Lo struggimento (per qualcosa che non tornerà e, quindi, che è andato perduto per sempre) è il sentimento che aleggia nei versi di questa bella lirica. L’infanzia, pur piena di mancanze (l’infermità agognata), che ognuno di noi continua ad abitare, come la città più cara, lascia filtrare pensieri e ricordi indelebili: chi legge è accomunato al poeta dallo stesso sentimento, e questo gli genera commozione. Ci si sente compagni della stessa vicenda umana: nasce un sentimento di gratitudine verso chi ha saputo dire quello che noi non sappiamo dire. Sono da notare, ancora nella prima sezione, alcuni testi metapoetici, brevi dichiarazioni di intenti, dove la poesia sempre è accomunata alla solitudine e al silenzio: ‹‹Nelle radici affondate/ in questa solitudine/ fertile/ germogliano versi fioriti››.

Dai Luoghi passiamo adesso a qualcosa di più impalpabile, alle Voci della seconda sezione, che sono soffi, sospiri di natura e di uomini, parole di marinaio, gridi, mancanza di voci, o, soprattutto, voci di pensieri: ‹‹Ostruzioni verso il suono/che a fatica mi raggiunge./ Amerei ascoltare infinite voci,/ma seduto sull’ingombro,/ tra il velo che mi affligge/ e le ore che non tornano, posso solamente udire/ il mio pianto,/ tenace, immutato››. Nella lirica appena trascritta, Ostruzioni, c’è un continuo gioco di rimandi fra una difficoltà di “sentire” i suoni reali intorno a noi e il disagio, ancora più reale, del non “sentire altro”, quello che non ha suono, che è all’interno di noi e ci sfugge. La prossima poesia, invece, racconta mirabilmente il vuoto e l’assenza di una qualsivoglia voce interiore: ‹‹È triste la messa/ senza Dio,/ tra profumi costosi/ di cupe figure eleganti./ Tutti in ordine, nei parcheggi improvvisati/ sui marciapiedi delle chiese./ Voluttà, sconfitta,/ pane quotidiano››. Ecco, adesso, come fa parlare il vento David Chiucconi: ‹‹È il vento/ che la fa da padrone,/ sulle acque,/ la terra,/ che erode le anime,/ allontana le foglie,/ gonfia le vele o/ dirige le bandiere./ Quel vento,/ che dilegua,/ ha chiuso violento la porta››. Si ha l’impressione che l’autore, non solo abbia lavorato dentro, nel chiuso dell’anima, ma abbia provveduto a rendere il paesaggio esteriore più concreto, saldato con nuovi strumenti di identificazione. Ascoltiamo, ancora, una voce forte, vera, che arriva dal corpo: ‹‹Mi hanno insegnato il rammendo/ma non ho aghi per me./ Gli strappi sul corpo/ hanno il colore del vino,/ tanto sono pulsanti/ e reclamano, ad alta voce,/ sarti, dal buio››. Questa poesia, dal titolo Rammendo, ricorda molto gli aghi, le cuciture, le scuciture e le ricuciture di Antonella Anedda (poeta di grande leggerezza), nel suo ultimo libro Salva con nome. La levità è la cifra conquistata anche da David Chiucconi, che racconta di come va il mondo, il “suo personale” mondo, con il tono ventoso del marinaio, che ha percorso il “suo personale” mare e che gli è sopravvissuto perché rispetta e accetta ciò che lo sovrasta, mantenendo il suo posto e il suo limite di uomo, senza debordare, con mitezza.

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