L’altra parte, di Domenico Vuoto

stabilimento balneare
Bisogna guardarle le nuvole sullo Stretto. Non in autunno o d’inverno quando scaricano sulla terra una collera accumulata nel resto dell’anno, sobillando le fiumare sulle due coste. In estate. Le volte che in estate spadroneggiano in un cielo che si limita a tenerle d’occhio dal fondo della sua impassibilità. Magari sono poca cosa – quattro schizzi di bianco contro l’indaco – però gonfiano i muscoli, si danno arie. Imprevedibili come ragazzini, stracciate come ragazzini dopo una zuffa. La loro è una festa inopportuna. Giù, gli uomini hanno i nervi a fior di pelle. Il mare non è da meno sotto la sferza del vento. Per uno che volesse iniziare la sua villeggiatura, un giorno così non è di buon augurio. Ma chi può scegliere il giorno di un inizio desiderato? Quelli che mettono i piedi sull’arenile mentre il mare gli si avventa contro, osservano le nuvole e le stramaledicono.

Nel luglio del cinquantaquattro – per l’esattezza il tre luglio del cinquantaquattro -papà e mamma litigarono per l’ennesima volta, e non per le nuvole. Si rinfacciavano la responsabilità della scelta del nuovo stabilimento a mare. Avevano deciso il grande salto spostandosi con la famiglia dal Venezia al Fontana Rossa.

A cose fatte, la scelta era sembrata folle a entrambi.

Gli stabilimenti erano attigui. Però le loro differenze saltavano subito agli occhi. Scalcinato instabile sulle palafitte il Venezia, quanto invece il Fontana Rossa appariva saldo, le cabine allineate a formare un quadrilatero, le verande accoglienti, il largo tratto di spiaggia. Un’impressione di generale signorilità. A cominciare dal proprietario, uomo affabile, abbigliamento e modi sportivi. Il quale si premurava di avvertire che nel suo stabilimento “le indecenze” di qualsiasi genere non erano ammesse.

Per noi che veniamo dal Venezia il passaggio al nuovo stabilimento è l’ingresso in un luogo come si deve. In una comunità balneare socialmente più elevata. Al di sopra, come affermano gli zelatori del Fontana Rossa, c’è solo il Lido, spiaggia da ricchi. I miei, ripeto, sono insieme orgogliosi e preoccupati. Ma la preoccupazione che riguarda la nostra modesta economia familiare, finisce per prevalere sulla vanità e sull’orgoglio.

A me il Fontana Rossa dava soggezione. Mi lasciava frastornato la vista di tante belle donne dalle unghie laccate di carminio, dei costumi attillati all’ultima moda, della sabbia chiara e fine. Com’erano lontani i tempi del Venezia. Certe volte si riaffacciavano nel ricordo ma venivano messi da parte come certi mobili ormai rosi dal tempo.

Ed eccola, la nostra cabina. E’ a fianco di quella dei signori Famà. Una vicinanza sulla quale i miei si sono trovati, se ce ne fosse stato ancora bisogno, in disaccordo. La mamma ne è contenta. La signora Famà è la sua migliore amica e vicina – vive con la famiglia a pochi metri da noi e la sua casa gode di una certa reputazione nel quartiere dove abitiamo. Quanto a mio padre, questa raddoppiata vicinanza gli dà un sacco fastidio. Preferirebbe che tra noi e i signori Famà ci fosse almeno una cabina di estranei, una cabina-cuscinetto, diciamo. Afferma che invece in questo modo dovrà “ancora soggiacere alle messinscene”. Non spiega di chi sono e in cosa consistono le messinscene, però mia madre deve saperne qualcosa e preferisce tacere.

Prima di conoscere l’uomo che lo portava il nome Famà aveva suonato alle mie orecchie una piccola musica. Così diverso da Laganà, Zuccalà, Fragalà, Barillà – nomi che circolavano e circolano più diffusamente a Reggio e che mi ricordavano i suoni di una grancassa. Certo anche Famà come tutte le parole tronche mi dava una vertigine quando, dopo il soprassalto dell’accento, si spalanca il vuoto e il suo cuore cessa di battere. Ma intanto la sua musica irrompe nella mia mente. La stuzzica. Famà. Penso a un frullo d’ali; al dito che va alle labbra e intima il silenzio. Penso a una sospensione che si è prodotta nel rumore del mondo. Quel nome è nelle mie grazie. E’ una piuma che svolacchia pigra e leggera. E tanta leggerezza ha eletto a suo proprietario un uomo massiccio, i massicci baffi rettangolari disegnati sul labbro superiore, le grandi mani impreziosite da anelli imponenti. E mai unione è stata più indovinata. Mai una figura sanguigna, di tale consistenza fisica come quella del signor Famà ha mostrato di possedere la virtù della leggerezza, e addirittura dell’inconsistenza.

E’ in quel mese di luglio al Fontana Rossa che la vedo, è lì che brilla in tutta la sua luce, da lì balza nella mia mente torpida, bussa, chiede di essere ospitata anche solo per un momento, di avere un suo posticino d’onore nei ricordi. Lì, e quasi mai nel quartiere dove abitano le nostre rispettive famiglie.

Eccolo che spunta allo stabilimento alla mezza venendo dal suo negozio di merceria a due passi dal Duomo. Non è piegato dalla fatica. O dal sole che spazza le vie della città fiaccando le gambe agli altri esseri umani. Cammina dritto impettito, scende le scale che dal lungomare portano al passaggio della ferrovia, l’attraversa, fende la strada bianca di polvere che fiancheggia da sopra gli stabilimenti. A venti metri circa dal nostro, lancia un fischio che annuncia il suo arrivo. Un fischio sottile modulato che raggiunge le orecchie come una lama sonora, le penetra, vi si insedia. Scuote dall’indolenza, dallo snervante languore marino gli ospiti del Fontana Rossa, e proclama:

Sono io e sto arrivando.

Ed è allora un’agitazione, un concerto di stoviglie e posate nella veranda di una delle cabine. Una tovaglia a scacchi bianchi e rossi si gonfia come vela al vento prima di posarsi docile su una tavola dipinta di un blu cobalto. E’ la signora Famà che fa avanti e indietro nella sua cabina, apparecchia la tavola dove il marito siederà, e proclama ai vicini:

Arriva mio marito.

Con un sorriso di ostentata sopportazione o di stanchezza per un fatto che si ripete. (Si sa invece che è fiera dell’uomo che ha sposato; solo che per modestia e scaramanzia non vorrà darlo a vedere). Lancia una voce al figlio Nenè che sguazza nel mare, quello accorre, lei scandisce:

Tuo padre arriva.

Il figlio non se lo fa ripetere due volte, si precipita nella veranda, siede su uno degli sgabelli e mentre la madre con un asciugamano gli massaggia testa e spalle grondanti d’acqua, chiede educatamente:

Che preparasti da mangiare?

Lei non risponde. Continua a massaggiare, al termine allenta a Nenè una sventola affettuosa sulla nuca, il figlio si alza in piedi, aspetta l’arrivo del padre con la compostezza, la deferenza di un attendente il suo ufficiale. Intanto il fischio è cessato, il signor Famà sta per fare il suo ingresso nello stabilimento.

E ora sostienimi, ricordo. Rendi limpido uno sguardo sfocato dal tempo. Rispondi a questa domanda: cosa succede dopo? dopo che il signor Famà ha fatto il suo ingresso nello stabilimento? Niente, sembrerebbe. E invece no. Perché la sua bocca, la bocca del nostro vicino, si apre in un grande sorriso sgargiante in modo che tutti noi si possa vedere che scoppia dalla contentezza per gli affari che vanno bene, la famiglia invidiabile, la stima, il rispetto che lo circondano; e non ultimo: per la bella forte dentatura. Sempre avanzando e sorridendo lungo la striscia o passerella di cemento che fiancheggia le cabine, il signor Famà si sbraccia in saluti a questo e a quello che contraccambiano e si sbracciano a loro volta. Ma ecco: come mai papà si sottrae a quella festa di voci e gesti mostrando di non accorgersi dell’arrivo del vicino? Perché tenta di passare inosservato o fa per svignarsela azzardando qualche passo verso il mare? E’ invidioso della sua famiglia, degli affari, del fischio, del sorriso? Disprezza l’uomo, lo considera un ciarlatano, una persona molesta indegna della sua amicizia? O teme che la sua dentatura possa sfigurare nel confronto con l’altra?

Al di là dei motivi che spingono papà a un comportamento piuttosto bizzarro, c’è da dire che non riuscirà a sfuggire alla cordialità del nostro amico che lo inchioda sulla sabbia con un possente:

Ti saluto.

E fa il suo nome: Ciccio. Allora papà si gira piano, mette la mano a visiera come per proteggersi dal sole, poi:

Finalmente sei qui, esala, i tuoi ti stanno aspettando.

Spera in questo modo di essersi liberato della sua presenza. E invece il signor Famà continua a parlargli con voce stentorea. Fa volteggiare le mani che splendono dell’oro massiccio degli anelli. Indica il cielo:

Oggi ci andò bene, manco una nuvola, il mare è un olio.

Entra nella veranda della cabina. Sporge la bocca sfiorando con virile degnazione le labbra della moglie e quando Nenè gli si avvicina, mette un’espressione grave. Poi abbassa il capo per dargli modo di depositare sulla sua guancia un bacio rispettoso.

Sempre con voce stentorea lo apostrofa:

Un uccellino mi disse che facesti disperare tua matre.

Nenè protesta la sua innocenza. Il signor Famà aggrotta la fronte, assume un’espressione di accresciuta gravità come per rendere ancora più chiaro il concetto che:

Ai figli non si dà mai soddisfazione puranco se dicono la verità e hanno ragione, sennò si prendono troppa confidenza col patre.

Poi si infila nella cabina mentre la moglie e il figlio rimangono nella veranda, una accanto all’altro, di guardia alla porta.

Pochi minuti, e lo vediamo uscire seminudo, il costume di lana nero tirato sopra la vita e assicurato al torace da una cintura bianca.

. E dopo – cosa succede dopo?, chiedo a questo mio sguardo non più giovane, afflitto da quel singolare difetto della vista che gli permette di guardare da lontano e poco o niente da vicino. A questo mio sguardo di volta in volta spietato o indulgente nella resa dei conti col passato. Nessuna risposta. E’ spento. Non vede. Sembra che il signor Fama sia stato risucchiato in un vuoto di memoria e non comparirà mai più.

E invece eccolo che torna. E’ qui, più vivo che mai.

Siede a capotavola. Il figlio è piantato davanti a lui, all’altro capo. Manca poco al pranzo. L’attenzione del nostro vicino è concentrata sulla tavola. Su quei dettagli che richiedono una sua supervisione: la disposizione delle stoviglie, dei bicchieri, delle posate, il cestino col pane, le due gazzose; la misteriosa bottiglia piena d’acqua, provvista di tappo di porcellana con guarnizione di gomma. Spostare, allineare, fare coincidere ogni cosa con precisione millimetrica sotto lo sguardo intento di Nenè – la moglie nella cabina a dare gli ultimi ritocchi alle pietanze che fra poco compariranno a tavola.

Il nostro vicino prepara lo scenario del più grande spettacolo del Fontana Rossa. Come per magia gli compare in mano una scatola rettangolare in cartoncino colore avorio. Che apre piano lasciando vedere al suo interno, allineate, numerose bustine, parte di colore blu, parte rosso.

E’ l’Idrolitina del Cavalier Gazzoni.

Con gesti larghi avvicina a sé la bottiglia col tappo di porcellana, versa nell’acqua il contenuto della bustina blu, chiude, aspetta la reazione mentre agita la seconda bustina con forza come se desse la sveglia a un atleta che esita a entrare in campo. I minuscoli grani della blu precipitano a cascata al fondo del recipiente, l’acqua si intorbida. Ma il signor Famà non le dà tregua, non dà tregua alla bottiglia, l’acciuffa per il collo, la solleva in alto, la scuote più volte capovolgendola, la posa sul tavolo, aspetta osservando sempre l’acqua finché non è tornata alla trasparenza originaria, la stappa: giù il contenuto della bustina rossa; e richiudere. Con la prontezza, la rapidità e innanzi tutto la calma, la perizia di sempre. Questa volta non ci sarà neppure da aspettare, la reazione è immediata. L’acqua del recipiente esplode, si tinge di rosso, turbina, ribolle scagliando in ogni direzione proiettili-bollicine; ed è un gioco pirotecnico, il divampare di un incendio, un’eruzione vulcanica che si intensifica quando la bottiglia viene riacciuffata senza riguardo per il collo, sottoposta a rinnovati scuotimenti e capovolgimenti.

Tutto questo avviene davanti ai miei occhi. I miei tredici anni non mi proteggono dallo scontento molto infantile che provo nel confrontare la tavola del vicino con la mia. Non più di tre metri separano l’una dall’altra, eppure la distanza sembra incolmabile. Il fatto è che la nostra tavola non sarà mai così bene apparecchiata come l’altra. Tanto per dire, la tovaglia che la ricopre non è di stoffa a quadretti bianchi e rossi. E’ una volgare incerata color crema con fiorellini gialli e blu, di come ce ne sono a migliaia. Forse non dovrebbe neppure chiamarsi tovaglia, non è degna di questo nome. Sulla nostra non fanno bella mostra le stoviglie e posate della capienza e brillantezza della tavola del signor Famà. Si potrebbe dire che nel confronto la nostra appare ordinaria, anonima e addirittura grossolana. C’è sì una bottiglia di acqua al centro ma non è destinata allo spettacolo nel quale il nostro vicino ha appena finito di esibirsi; e nella piccola caraffa a lato c’è vino per due soli bicchieri perché papà, uomo di legge, è convinto che:

Il troppo vino istiga al vizio e alla violenza.

Potersi trovare al posto di Nenè. Condividere con lui il momento in cui il padre gli versa, come fa sempre, un bicchiere di idrolitina e gli ordina di non berlo subito ma durante il pranzo. E avendone in risposta un sì inequivocabile che però non convince del tutto il signor Famà. Il quale si gira verso mio padre e pronuncia queste precise parole:

Diglielo anche tu che sei un carabiniere. Se non ci sarei io che ci penso a tutto…

Sì, potersi trovare al posto di Nenè quando la madre dall’interno della cabina annuncia con una bella voce squillante:

La pappa è pronta.

Con il signor Famà che si assesta nella sua sedia provvista di braccioli. Ampia quanto basta per contenere i suoi fianchi poderosi e un culo non meno imponente.

Adesso che pietanze fumanti vengono depositate dalla moglie sulla tavola, sono smarrito. Diviso tra ammirazione e sentimenti meno nobili. Scorrono davanti ai miei occhi immagini di serenità, di concordia famigliare. Di movimenti silenziosi di mandibole, interrotti dai risucchi che fanno le bocche mentre sorseggiano l’idrolitina e le gazzose; di sospiri, gemiti che ne accompagnano la discesa in gola. In nessuna veranda, a nessuna tavola del Fontana Rossa si gusta tanto ben di dio con tanto meditato piacere. Il pranzo è interminabile. Primo, secondo, contorni a volontà, scialo di frutta. E ogni piatto libera nell’aria il suo profumo; a ogni portata voci tra marito e moglie, da questi al figlio, da Nenè ai genitori:

Ne pigliasti poco, pigliane ancora.

Oggi non ho tanta fame come la ebbi ieri.

Le melanzane non le hai manco toccate, almeno assaggiale.

Vuoi la gazzosa?

Devi mangiare, sennò non cresci e diventi debole di petto.

I pomodori. I peperoni. Le cotolette di alici. Passami il sale.

Ti accatto la tilivisione se fai il bravo.

Non te le lavasti bene le mani.

Sì, che me le lavai.

Giura sulla vita di tua matre e di tuo patre.

Giuro.

Giuro, santa cuddura1. Ai nostri tempi…

Sempre così quell’estate al Fontana Rossa.

Le giornate che scivolano uguali, e noi a languire sulla sabbia. Sfibrati dalla noia, da una sensualità che monta come un malessere. Nelle verande, un chiacchierio a mezza voce. Pettegolezzi che filano lisci. Discorsi lasciati cadere a metà, sospiri, silenzi. Saltano fuori storie belle e sepolte. Qualcuno tira in ballo la saponificatrice avvistata in questa o quella zona della città mentre cammina in cerca di bambini da sgozzare e saponificare.

Ancora? Dove? L’hanno scarcerata? Com’era, come non era.

Si raccontava del vecchio seduto tutto solo ogni giorno nell’ora infuocata alla famosa gelateria del lungomare. Passava il tempo a fissare l’orizzonte o a soffiare sul gelato che gli si scioglieva in mano.

Non mi convince, brutta faccia, naso storto.

E mio padre che si inalberava e imprecava per un niente. Parlava di aspettative tradite. Si pentiva del passaggio al nuovo stabilimento. Ne incolpava mia madre, la nostalgia del Venezia gli metteva in bocca queste parole:

Là almeno tutto era più genuino, niente cazzabubbole e sbruffonate di chi so io.

Il Fontana Rossa era il paravento delle delusioni dietro il quale papà nascondeva il nostro vicino. Si intuiva che ce l’aveva con lui. Più che il fischio, i sorrisi sgargianti, la confidenza non richiesta né ricambiata, lo imbestialivano la tavola apparecchiata, lo sfoggio di un’abbondanza che sembrava non avere fine; e poi gli annunci di acquisto della televisione – perché li contavi sulla punta delle dita quelli che la possedevano a Reggio.

Mai che facesse il nome di quello che la sua ossessione aveva trasformato in un nemico. Ma noi sapevamo a chi erano rivolte le sue parole e allusioni. Né gli riusciva di evitare la coincidenza tra l’ora del nostro pranzo e quello del signor Famà, allontanando così il tempo di un confronto che lo umiliava. Aveva dovuto arrendersi all’inevitabilità di quella coincidenza che si verificava almeno tre volte a settimana. Si sfogava con mia madre parlandone a voce bassa, un’aria mista di implorazione e di collera trattenuta.

Ogni giorno la stessa storia.

Mi urta, non ci posso fare niente.

L’aria da padreterno quando si mette a tavola. Propaganda, réclame, messinscena.

Ciccio di qua, Ciccio di là – gliel’ho permesso io di chiamarmi Ciccio?

I cafoni sono cafoni, aprono bocca e cacano sproloqui: tilivisone, ti accatto e tutti gli altri strafalcioni che non riesco neppure a contarli. Fascista quando c’era il fascismo, adesso democristiano. Una banderuola. Di politica ci capisce quanto posso capirci io dei bottoni del suo negozio. Con la gente che addirittura gli crede.

E io che mi sento umiliato. Umiliato dell’umiliazione di papà, della nostra povera tavola, di quel passaggio al Fontana Rossa che non ha cambiato niente nella nostra vita. Dimostra invece quanto sia stato patetico, perché al di sopra della nostra possibilità, quel desiderio di cambiamento. Nello stesso tempo non posso fare a meno di guardare sulla tavola del nostro vicino. Invidio il ben di dio che vi compare ogni giorno. Certe volte il sacerdote e sovrano di quell’abbondanza viene a visitarmi nel sogno. Allora la sua immagine prende uno spazio che si prolunga dolorosamente nella veglia.

Gli ultimi giorni al mare ci si trascina. Ci si guarda, i pochi rimasti, come al termine di una baldoria tirata troppo per le lunghe o come i superstiti di un naufragio. Negli stabilimenti c’è aria di smobilitazione. E di tentativi per dimostrare il contrario, e cioè che tutto continua e continuerà come prima. Ricordo che lo scorso anno gli ospiti del Venezia si ripromettevano di vedersi l’estate prossima tra le cabine marcite dall’acqua, ed ecco invece che molti sono passati ad altre spiagge, qualcuno ha lasciato la città, altri sono scomparsi per andare chissà dove o forse sono morti.

Se non fosse per il nostro amico e vicino il Fontana Rossa sarebbe un funerale. La sua presenza rende meno angosciosa la vicinanza del distacco. I suoi fischi non conoscono distanze, la sua cordialità si diffonde come un contagio. Con lui, noi ragazzini siamo convinti che l’estate si prolungherà oltre la sua scadenza naturale, magari all’infinito, e sarà festa. Bisogna vederlo. Ieri scoppiava di contentezza. Giocando a tressette nel pomeriggio con alcuni amici calava le carte con tale energia che il tavolo sobbalzava. Qualcuno che si congratulava con lui trovandolo così in forma, si sentiva rispondere prontamente per scaramanzia:

Facendo le corna.

Papà non partecipava al gioco perché lo considerava un vizio capitale. Osservava il il vicino e scuoteva il capo, un’espressione che andava dallo stupore, all’indignazione, al risolino sarcastico. Solo a fine giornata, a casa, ha detto a mia madre evitando come al solito di fare nomi:

Sembra addirittura vero per quanto è falso.

Poi alle obiezioni di lei su questo punto, ha continuato a snocciolare:

Come fa a ridere se non ha neppure gli occhi per piangere? Io so quel che dico. Sono a conoscenza di cose che riferirò a tempo debito.

La mamma gli ha fatto notare con tono insolitamente dimesso che le cose forse non stavano proprio nei termini in cui lui le dipingeva; che per carità le risparmiasse discorsi di malaugurio. Papà l’ha sfidata a dimostrare il contrario. E la conversazione si è chiusa.

Oggi però è successo qualcosa che nessuno s’ aspettava. E’ andata così: eravamo a fine pranzo. Il signor Famà stravaccato nella sua sedia, stava dicendo a mio padre:

Ciccio, oggi le costardelle mi ballavano in bocca per quanto erano freschissime, e ti dico che quando le accattai…

Non ha completato la frase. Ha storto gli occhi, che gli si vedeva solo il bianco, ha mandato un lamento, un ihii, e poi ecco che si piega in avanti annaspando nell’aria. Infine giù sulla tavola, la testa nel piatto della frutta come quella di un san Giovanni decollato.

La moglie lancia un urlo, mia madre si leva dalla tavola precipitandosi nella veranda del vicino con quella rapidità da grande uccello che lei mette quando accorre in aiuto dei bisognosi. Altri bagnanti si precipitano verso lo spazio angusto della veranda. Risuonano urla, si sente il pianto disperato di Nenè. Papà dal suo posto dà ordini di non “intralciare i soccorsi”. Io rimango paralizzato al mio posto. Registro con un senso di estraneità, ma con precisione, ogni voce, ogni parola proveniente dalla barriera dei corpi. Due donne parlano a voce bassa tra loro compatendo il nostro vicino. Una a un certo punto dice:

Puh, si sente una puzza. Come gli è potuto succedere?

Magari se la fece nel costume. – L’altra.

Un pezzo d’uomo come lui.

E intanto, siccome nessuno obbedisce ai suoi ordini, papà finalmente si muove e un momento dopo si fa largo nella piccola folla di curiosi deciso a prendere la situazione nelle sue mani. Io lì ancora fermo. L’intervento di mio padre porta già a qualche risultato, la gente seppure di malavoglia abbandona la veranda andando a fermarsi, parte sulla vicina passerella in cemento, parte sulla sabbia.

Da lì occhieggiano la cabina del signor Famà facendo le loro diagnosi:

Colpo di sole.

Blocco di intestini.

Colpo apoplettico.

Sciolta.

Il puzzo arrivava anche a me, mescolato all’odore salmastro proveniente dal mare. La veranda del vicino era ormai deserta. La tavola era sottosopra. Un grosso lembo della tovaglia pendeva tutto da una parte. Sulle assi del pavimento comparivano rimasugli di cibo, pere e pesche rotolate via dalla fruttiera. I miei e la signora Famà erano chiusi nella cabina. Nenè fuori raccattava la frutta rotolata sul pavimento della veranda. Raccattava lentamente asciugandosi le lacrime.

Una pesca era rotolata fino ai piedi del mio sgabello, una delle grandi floride pesche che troneggiavano nella fruttiera del nostro vicino. Mi sono abbassato a raccoglierla cercando di non farmi vedere da Nenè. Poi mi sono infilato nella cabina. La rigiravo tra le mani osservandola come si osserva un tesoro conquistato a fatica. L’ho avvicinata al naso ce l’ho tenuta a lungo, inebriato dal profumo. Non ne avevo mai posseduta una uguale, ero felice. L’ho addentata chiudendo gli occhi, pregustandone il sapore. Ho sputato subito il boccone. Era disgustoso; l’interno della pesca guasto, bacato. Ho scaraventato il resto del frutto nel cestino dove la mamma gettava gli scarsi rimasugli dei nostri pranzi. Poi sono schizzato fuori. E andavo verso il mare a nettarmi le mani.

Tutto questo è successo quattro mesi fa, e sono sembrati anni.

Quando c’è da cancellare il ricordo di un dolore o da sfrangiarne i contorni fino a renderlo sopportabile, il tempo si dilata benigno nella mia mente. Ma io so che questa volta non sarà così. So che rimarrà fermo al momento in cui ho subito il torto e non saprà staccarsene e rimasticherà il veleno di allora.

Adesso il signor Famà è scomparso. Non è che non lo si vede più. Passa almeno due volte al giorno lungo la via che costeggia la sua e la nostra casa ma la sua figura entra appena nel mio campo visivo, e si è già dissolta. E’ la mia mente che la fa svanire e in questo non sente ragioni né pietà. Se penso a com’era al Fontana Rossa; a quando in ogni sua parola, in ogni gesto ne vedevo nascosti mille altri che toccava a me, suo muto ammiratore, svelare e custodire. Un malessere, una debolezza del suo corpo inquartato si è portato via tutto. Com’è vendicativa la delusione. E quanto più vendicativa se si insinua nell’animo di un ragazzino. Chi ne è stata la causa subisce una condanna senza appello. Sarà scacciato dal suo cuore per non rientrarci mai più.

Quanto a papà, nessuna sorpresa, nessuna delusione. Sostiene che lui sapeva. L’avevo previsto, precisa con orgoglio malcelato. Alla fine assume un’aria dispiaciuta, scuote il capo. Però stringi stringi la sostanza dei suoi discorsi è che il signor Famà – ora scandisce il nome – se l’è cercata, vivendo “nella finzione finché ha potuto permetterselo”. Quel giorno al mare, spiega, ha reagito al peso dei reali problemi, altro che colpo di sole. Ma dopotutto non è morto, se l’è cavata. Una scarica, con rispetto parlando. Afferma che se si fosse trovato nei suoi panni come minimo si sarebbe ammalato seriamente di cuore. Ma che ad ogni modo prova pietà per lui. Un uomo è sempre un uomo, dice.

Gli occhi a questo punto gli si velano dalla commozione e lascia capire che il prossimo anno saremo ancora al Fontana Rossa.

1 Santa Cuddura: santa ciambella. Giuramento di nessun valore.

10 pensieri su “L’altra parte, di Domenico Vuoto

  1. Simonetta Melani

    Difficilmente capita d’incontrare tanta bella scrittura.
    Una leggerezza che alitando nelle profonde cavità della memoria, impietosa e acuta, infilza con ami acuminati dettagli di impressionante visibilità materica.
    Domenico Vuoto è maestro del racconto breve, scrittore eccellente.

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  2. bioraffaella

    Bello! C’é stato un tempo che pensavo vorrei essere come gli altri,poi mi sono resa conto che gli altri sono come noi ,ne più ne meno e che hanno all’incirca le stesse problematiche nostre nonostante le apparenze mentre le nuvole si muovono silenziose nel cielo non curanti di quello che succede sulla terra ,o quasi…

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  3. Rosa Salvia

    Mi sono accostata da poco alla lettura dei racconti di Domenico Vuoto e devo dire con estremo piacere ed interesse. Il racconto qui riportato è bello, incisivo, toccante. E desidero aggiungere che secondo me l’estrema semplicità della narrazione significhi per Domenico Vuoto estrema concisione. La prima impressione che scaturisce dalla lettura dei testi di questo autore è infatti quella di un perfetto nitore delle figure e delle metafore proposte (basti a riguardo citare le storie che vedono protagonisti gli animali) cui fanno da immediato contrappunto le riflessioni che ne scaturiscono. Pressoché totale è l’assenza di elementi non direttamente aderenti all’immagine e alla sensazione evocata e la concentrazione è massima. In ciò la ragione della “freschezza” e originalità di questa scrittura. Rosa Salvia

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  4. Fabio Ciriachi

    si resta davvero sorpresi nel passaggio dalla perfezione apparente del quadro al guasto rivelatore della scarica, che rotola fino a noi come la pesca grande e bella ma marcia dentro che fa sentire tradito l’io-narrante

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  5. Domenico Ludovici

    Semplicemente bello, benissimo scritto, come è sempre per Domenico Vuoto. Basterebbe l’ìncipit…

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  6. Francesco Dalessandro

    Grazie a Fabrizio d’aver accolto questo gioiello.
    Ma dove sono le case editrici? Non esistono più lettori che segnalino gemme come questa a qualche editore (che non voglia pubblicare solo le banalità del momento)?

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  7. Francesco Dalessandro

    Grazie a Fabrizio di aver accolto questo gioiello.
    Ma dove sono le case editrici? Possibile che non abbiano più lettori capaci di leggere e suggerire loro gemme come questa? Non ci sono più editori che cerchino veri scrittori (e che non abbiano intenzione di propinare ai propri lettori solo le insipide pietanze del giorno)?

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  8. Francesco Dalessandro

    Commento ripetuto, seppur un po’ variato, perché il primo m’era sparito sotto la tastiera… chiedo scusa.

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  9. Roberto

    Davvero una bellissima scrittura, che fa entrare nella calda vita di tutti, senza farti accorgere di come la parola sia curata e mai banale, sempre in bilico fra verità e finzione…

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