Fabrizio mi ha chiesto di dire qualcosa su “Braci”. Vi posto, con qualche correzione e leggermente accorciata, un’intervista che mi fece Flavia Giacomozzi nel novembre 2004 e che uscì nel suo “Campo di battaglia, Poeti a Roma negli anni ’80”, Castelvecchi, 2005.
Claudio Damiani
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Come ha conosciuto i suoi giovani compagni di strada?
Mi fa molto piacere ricordare quegli anni, che furono per me molto intensi dal punto di vista letterario e umano soprattutto, perchè si creò una cerchia molto intima, magica direi, di giovani scrittori coetanei. Ai tempi del liceo, nel ’73-’74, avevo conosciuto gli artisti Giuseppe Salvatori e Felice Levini. Stavamo sempre insieme, forse a loro devo il mio amore per le arti visive, la mia naturale fraternità con esse, che non mi ha mai abbandonato. Insieme creammo un gruppo di intervento culturale nel nostro quartiere a Roma (Monte Sacro) attaccando sui muri dei grandi manifesti visivo-poetici (loro dipingevano e io scrivevo i testi) e facendo delle strane installazioni e happening nei giardini pubblici (ricordo che dormivamo la notte sulle panchine per sorvegliare le nostre opere). Finito il liceo, dopo un anno di Medicina, mi iscrissi a Lettere. Qui, era il ’78, credo, conobbi Arnaldo Colasanti e Paolo Del Colle. Insieme frequentammo anche, quell’anno, il Laboratorio di poesia di Elio Pagliarani, dove conoscemmo anche Giuliano Goroni, Marco Lodoli e Edoardo Albinati. Io misi in contatto il gruppo artistico (che si era nel tempo accresciuto di altri cari amici tra cui Mariano Rossano, Antonio Capaccio, Mauro Biuzzi e Giorgio Pagano) con il gruppo letterario, e nacque «Sant’Agata de’ Goti», uno spazio di ricerca e di discussione artistico-letteraria. Levini e io trovammo il locale tra gli annunci del «Messaggero» (130.000 lire al mese era l’affitto, che era una cifra problematica per noi, anche se la dividevamo fra tanti), un grande stanzone dalla forma bizzarra, in via Sant’Agata de’ Goti appunto, al quartiere Monti. Durò poco più di un anno, fino al ’79, facemmo diverse mostre collettive, a tema, happening ma soprattutto discussioni. Volevamo anche pubblicare libri, riuscimmo a farne uno solo, La meta e l’ostacolo, poesie di Goroni e disegni di Salvatori. «Sant’Agata» si rivelò una vera fucina: si aggiunsero al gruppo tre nuovi scrittori: Beppe Salvia, Giacomo Rech e Pietro Tripodo. Dopo Sant’Agata Rech e Tripodo, per cause diverse, indipendenti dalla loro volontà, si allontanarono, per ritornare poi dopo qualche anno in «Prato Pagano» rivista, come collaboratori di primo piano. Ecco il motivo per cui non collaborarono a «Braci». Salvia a «Sant’Agata» era stato un catalizzatore, le sue Lettere musive, opera già matura (aveva anche qualche anno in più rispetto a alcuni di noi), avevano rafforzato le nostre posizioni sulla lingua, la tradizione e i classici, il ritorno a immagini nitide e vive, a dire la vita vera, nuda. Ci sembrava come se quello che stavamo febbrilmente cercando lo vedessimo a un tratto davanti ai nostri occhi realizzato, compiuto. Nel frattempo si era aggiunto a noi anche Gino Scartaghiande, che da un espressionismo vitalistico iniziale stava evolvendo su posizioni antiromantiche, e era colpito dai nostri discorsi e dalle nostre prime prove. Come Gino, un po’ più grande di noi, era anche Gabriella Sica, che avevamo conosciuto in quello stesso tempo tra università e Laboratorio di Pagliarani; s’era avvicinata a una linea penniana di semplicità neo-greca, e stava per cominciare «Prato Pagano» Almanacco, a cui collaborammo fin da subito io e Beppe. «Prato Pagano» accoglieva dunque nel primo numero già testi nuovi di autori emergenti, ma anche esperienze meno nuove di autori legati agli anni Settanta. Io, Beppe, Arnaldo, Gino, Paolo volevamo fare una cosa tutta nuova, una rivista che fosse tutta proiettata nella nostra ricerca, che pubblicasse qualche testo ma che soprattutto fosse un’occasione per continuare le nostre discussioni e ricerche, la nostra voglia di slanciarci fuori dalla melassa ideologica e formalistica in cui vedevamo impegolata tanta letteratura poetica di quegli anni. Oltre ai nomi che ho detto compariva fra i redattori, fin dal primo numero, Giuseppe Salvatori (lui, Beppe ed io abbiamo disegnato la grafica, ideato la sua povertà e insieme nobiltà neoumanistica, le copertine timbrate ecc.- nel n. 4 la testata era timbrata a mano). Dal quinto numero entrò in redazione Marco Lodoli: il suo primo racconto (fino a allora aveva scritto solo poesie), Fratello, ci aveva colpito moltissimo, per la chiarezza e la frontalità espressiva, per la nudità e verità, per la costruzione anche. Due non erano in redazione, ma erano molto importanti per la rivista: Giuliano Goroni che con Beppe era il poeta più puro, già verso la maturazione espressiva (che lo avrebbe portato a una scrittura sempre più chiara, pur in una sua intima “laricità”, illuminata da presenze care e familiari) amato da tutti; Giselda Pontesilli, che scriveva delle prose brevi e nitide, molto musicali, che facevano pensare a un mondo angelico, fatto di musica e di quotidianeità. Finito Braci nell’84, (otto numeri in tutto), riprese «Prato Pagano» in forma di rivista fino all’87, e confluimmo un po’ tutti lì. Nuovi autori si aggiunsero, come Antonella Anedda, Silvia Bre, Roberto Varese e il giovanissimo Paolo Febbraro. Altri, fin da Braci, collaborarono più sporadicamente, come Giovanna Sicari, Marco Papa, Alberto Toni, Francesco D’Alessandro, Stefano Fanfoni. Nell’85 è il suicidio di Beppe, e forse da lì cominciò tutto a sfaldarsi. Io andai a vivere in campagna, vicino al lago Fraturno. Ci fu qualche altra esperienza in comune come la collana dell’editore Rotundo curata da Colasanti, o l’idea di un’antologia dei poeti di «Braci» e a cui pensammo per un po’(si era offerto Paolo Repetti con le edizioni Theoria) ma che mai realizzammo.
Cosa vi univa? Qual era lo spirito della vostra generazione?
Credo che lo spirito della nostra generazione fosse il vuoto che avevamo dietro, la mancanza di padri, la mancanza di umanità. E’ difficile dire uno “spirito della generazione”, inevitabilmente lo vedo sotto il mio profilo. Io adoravo a vent’anni Petrarca non per manierismo o formalismo, ma per la sua umanità, la sua immediatezza; la sua lingua mi sembrava molto più nuova e viva di quella degli avanguardisti. La rimozione che aveva subito dall ‘800 combaciava perfettamente con la critica feroce che noi facevamo al moderno, ma per me Petrarca era un fatto istintivo, un amore che coltivavo fin dal liceo. L’assenza di padri in carne e ossa ci stringeva ancor più tra di noi, e ci spingeva fuori del ‘900, verso mondi lontani che erano allora tabù. Io ad esempio oltre ai latini e ai greci ho amato moltissimo fin da ragazzo i classici cinesi. Il nostro non era un bisogno di evadere, di cambiar aria: era un bisogno espressivo. Bisognava ritrovare la lingua, che era lì accanto a noi, nei testi sepolti dalle polveri della desertificazione ideologica. Noi sentivamo che l’ideologia che aveva dominato gli uomini crescendo sempre di più negli ultimi tempi fino a desertificare completamente tutto, era diventato un gigante mostruoso ma sempre più d’argilla, stava per crollare rumorosamente al suolo, per diventare polvere.
Dunque penso che ciò che ci univa era il vuoto in cui eravamo cresciuti, e lo slancio per liberarcene: il desiderio di una comunità, di una lingua comune, di una civiltà. Sentivamo che una nuova era stava per nascere (forse quella “grande era” di nuova pace e civiltà di cui aveva parlato Pascoli), un’era in cui la rigenerazione della propria identità e tradizione si coniugasse con l’incontro tra diverse identità e tradizioni, lo permettesse veramente quest’incontro, fondandolo nell’amore. Aborrivamo la parola “cultura” e amavamo e davamo nuovo significato a parole come “civiltà”, “gentilezza”. Aborrivamo la parola “linguaggio” (era per noi sinonimo di “ideolgia”), e amavamo e davamo nuovo significato alla parola “lingua”, o “patria”. Io, che amavo particolarmente la filosofia cinese (a Lettere l’unico esame di storia che avevo dato era Storia della Cina), parlavo di Confucio e del suo “raddrizzamento dei nomi”. Lingua voleva dire questo: raddrizzare i nomi, chiamare le cose col loro nome, far corrispondere i nomi alle cose. Mentre l’ideologia era il contrario: non far corrispondere le cose e i nomi, opponendosi, in ciò, alla natura. Dice Confucio: «Se non ci fosse la sincerità, non ci sarebbero gli esseri».
Quali erano i temi di «Braci» e «Prato pagano»?
Un altro tabù era la natura. Era dai tempi di Pascoli e D’Annunzio che non si poteva parlare di natura. Un altro era l’amore: per parlarne bisognava proprio essere antinovecentisti dichiarati. Anche la famiglia, il padre specialmente, non erano temi graditi (ricordo il bellissimo racconto, che apparve su «Prato Pagano» di Giuliano Goroni, intitolato Un filo di racconto: il silenzio della casa e la comunicazione subliminale tra padre madre e figlio, attraverso i passi e gli spostamenti come una lingua celeste, come un abbraccio assoluto, un amore altrimenti inesprimibile. I nostri temi erano in sostanza le cose vicine, intese come esseri vicini: «nascondi le cose lontane» aveva detto Pascoli, e Orazio: nos nostraque, noi e le nostre cose. Le cose intorno a noi, accanto a noi, non emblematiche o allusive come tanta ideologia ci aveva mostrato, ma compagne della nostra vita, intere e vere come la nostra vita.
La novità della vostra poesia? Gabriella Sica ha parlato di un “cantar novo”. E’ d’accordo?
Cantar novo mi sembra calzante, richiama la grande poesia italiana dell’Età d’oro, dallo Stilnovo all’Umanesimo, a cui noi, anche se in modi diversi, più o meno tutti guardavamo. Anche tanti poeti del ‘900, i cosiddetti antinovecentisti, Saba Penna Caproni ecc., avevano guardato alla lingua dell’Età d’oro. Permaneva però inevitabilmente in loro un tabù, che riguardava tutti nel ‘900 e solo alla fine del secolo s’è sciolto: Pascoli e di D’Annunzio. Quando vedemmo le Lettere musive di Beppe, nel ’78 a «Sant’Agata», ci accorgemmo che questo tabù era finalmente rotto: Pascoli non era più messo da parte, o solo filtrato, ridotto in polvere e poi in pilloline. Pascoli era accolto, capito, finalmente sentito come un grande, accanto a Petrarca e a Dante. Era riaccolta la lingua sua e quella di D’Annunzio, che furono un prodigioso, meraviglioso tuffo nella grande tradizione infinita, nell’oceano dell’italiano fino ai particolari più piccoli, e nelle profondità più abissali: giù nel latino nel greco e le altre lingue italiche, e i dialetti: per ritornare su, ritornare su alla luce dopo questo prodigioso viaggio. Di fronte all’opera spaventosa, a cui contribuì anche D’Annunzio, i poeti del ‘900 dovettero ritrarsene, per sopravvivere dovettero coprire e non guardare. Sui due poeti gravava anche un ostracismo ideologico. Dunque cantar novo mi sta bene perché mi ricorda, oltre che Petrarca, anche il Canto novo di D’Annunzio, l’idea di una lingua che ritrova la natura e la musica, la vita, e che si riallaccia alla vitalità e vivacità, alla creatività della lingua dei nostri primi grandi poeti.
E la forma?
Sentivamo distante l’analogia moderna, ma anche la metafora. Io forse più di tutti, attratto com’ero dalla chiarezza e descrittività latine, o cinesi, dalla loro vicinanza alle cose, ai luoghi, dal loro rispetto per esse. La metrica italiana classica ci attraeva e comunque era un riferimento per tutti. Niente a che fare col manierismo copia e incolla che avrebbe fatto poi la Valduga, o, a seguire, i neoavanguardisti goliardici dell’ultim’ora, che, non avendo niente da fare, oltre che da dire, giocavano con terzine strambotti sestine ecc. Il nostro era un bisogno espressivo e nello stesso tempo un bisogno di conciliazione con la nostra lingua e la nostra terra, con “la parola dei padri”, come diceva Goroni in un poemetto che così si intitolava e che illuminava non mi ricordo quale numero di Braci. Sentivamo di scrivere anche per loro, i padri. Per i padri e per i figli, sentivamo di scrivere per tutti. Cercavamo una lingua semplice, ci attraeva la semplicità dell’età d’oro, o la chiarezza del latino, per dire cose semplici, nostre, vicine. Andavamo tutti verso una ricerca di quiete, una pacificazione, sentivamo che la conciliazione col vicino, dopo la guerra fredda e le guerre mondiali, sarebbe stata conciliazione col lontano: come dice Confucio: prima governa la famiglia, poi governa lo stato. Non è possibile il contrario. Ma tu mi avevi chiesto della forma?
Sì, ma mi sembra che mi ha risposto molto bene. Come fu deciso il titolo di «Braci»?
Eravamo qui, in questa che allora era la casa dei miei. Io Beppe e Arnaldo, credo, stavamo pensando al titolo e eravamo indecisi tra «Abbracci» e «Baci». Beppe ebbe l’illuminazione, semplicemente incrociando le due parole: «Braci». Dava l’idea di un mondo bruciato (dall’ideologia), ma anche di un fuoco che ancora scalda, che ancora c’è, sotto le ceneri. Era il fuoco che non si spenge mai della tradizione, e nello stesso tempo qualcosa di più fragile e umano, pezzetti di legno, incandescenti come le nostre vite, come tutte le vite, che noi prendevamo in mano, senza paura di scottarci. Come i classici anche, che scottano, fulminano come Zeus incenerisce Danae, e noi li toccavamo imprudentemente, come fanciulli ignoranti. Ricordo un poemetto bellissimo di Beppe che si intitolava Il portatore di fuoco, e c’era questo Prometeo-fanciullo che teneva il fuoco contento nelle mani come un bambino che ha catturato un grillo, e s’illuminava il suo viso.
Cosa ricorda di Beppe Salvia?
Quando apparve a Sant’Agata, Beppe stupì tutti, non solo me. Anche come vestiva, come si muoveva. Possedeva un appartamentino tutto suo (noi vivevamo tutti più o meno con i genitori), perfettamente ordinato e, cosa incredibile, senza neanche un libro. Le nostre case traboccavano di libri, ce ne erano da tutte le parti, in bagno negli sgabuzzini nei luoghi più impensati. Ma nella sua, niente. E la cosa incredibile è che sapeva tutto: aveva una cultura e una memoria impressionanti, quando parlava rimanevamo sbalorditi. Scriveva moltissimo e distruggeva quasi tutto, distruggeva anche cose stupende. Una cassapanca di manoscritti che io vidi in casa sua, una notte la buttò nel Tevere. Io ricordo perfettamente delle cose bellissime di poesia o di prosa che mi lesse per telefono, e che poi non ritrovai tra le sue carte dopo la morte. Disegnava e dipingeva anche con una tecnica strabiliante, ricordo che molti artisti erano stupiti proprio della sua tecnica.
Come vede «Prato pagano»? Qual era la differenza fra «Braci» e «Prato pagano»?
Al tempo di “Prato pagano Almanacco”, io e Beppe collaboravamo molto con Gabriella Sica per costruire i numeri, che accoglievano testi di poesia o prosa di una certa consistenza, ma con un maggiore accoglimento di altre voci anche non romane. Di non romani in «Braci» ce ne era uno solo: Sauro Albisani, di Firenze. Ha raccolto recentemente in volume la sua produzione lirica, Terra di cenere, che parte dagli anni di «Braci» e «Prato Pagano», ed è un libro notevole, molto intenso. In «Prato Pagano» rivista invece c’è sempre l’idea di un certo allargamento (rispetto alla cerchia stretta, al cerchio magico di «Braci»), ma c’è, come in «Braci», molto dinamismo, con interventi molto vari, nella forma come nel contenuto, disegni, e poi l’idea delle rubriche tematiche come Tombe, Stagioni, Storie Naturali, Preghiere.
I cavalieri sulla copertina di «Prato pagano»?
Tutta la grafica era di Felice Levini, i capolettera delle rubriche, i fregi e disegnetti di separazione ecc. Nella copertina più che cavalieri c’era una battaglia, un corpo a corpo che si schiacciava contro il quadrato del sommario, che mi faceva pensare a cose diverse (a parte che sembravano più fiammelle che uomini): alla guerra ideologica che stava fuori, e dentro c’era uno spazio di pace (“Prato Pagano” significava proprio una terra di confine, che non è di nessuno, e dunque è fuori dalle liti, la guerra), o a un certo polemos che anche noi portavamo, dopo tutto, anche se non pubblicavamo discorsi ideologici, e quasi per nulla critica (a parte in “Braci” i testi di Colasanti, che avevano un valore prima di tutto letterario, o comunque morale, filosofico, e ribaltavano comunque le mode allora ancora imperanti dello strutturalismo ecc.).
Cosa è rimasto di quella esperienza giovanile negli autori di oggi? C’è stata una “trasmissione” di quella poesia in quella contemporanea?
In me è rimasto molto, anzi tutto. Mi sento maturato, non cambiato. Penso che anche per gli altri sia così. A vent’anni se uno ha una cosa da dire, già la dice. Qualcuno se n’è andato. Oltre a Beppe, che è rimasto giovane, tutto lì in quella esperienza, anche Pietro Tripodo non c’è più. So che Emanuele Trevi sta scrivendo un libro su di lui. Spero che le sue opere vengano pubblicate, e si capisca che tempra di poeta e di scrittore fosse. Anche di Salvia esistono solo edizioni introvabili, spero che l’editoria si accorga anche di lui. Certo noi facevamo queste cose in un periodo in cui gli spazi si chiudevano alla letteratura, in cui l’editoria letteraria si riduceva al lumicino (come ancora è oggi), e siamo stati abituati fin dall’inizio a vivere clandestinamente. Noi pensavamo, al tempo, che questo era forse anche un bene, non stare sotto i riflettori, pensavamo a una solitudine che ci ritemprava, ci purificava.
C’è stata, pur nella clandestinità, una qualche “trasmissione”: penso alla rivista “Scarto minimo”, fatta a Padova poco tempo dopo da Stefano Dal Bianco e Mario Benedetti, e qualcosa di noi è forse filtrato in una rivista che io ritengo molto importante (anche se si pensa agli autori che ha prodotto: Davide Rondoni, Roberto Galaverni, Gianfranco Laureano, Andrea Gibellini), una rivista dal nome molto significativo, Clandestino. Siamo tutti clandestini, ma nella poesia c’è una comunicazione forte che passa lo stesso, certo soprattutto tra i pochi del settore (un pubblico, se c’è mai stato, è tutto da ricostruire). Parallelamente a noi, negli anni ’80, altri autori, magari isolati, in altri ambienti, scrivevano primi libri molto vicini ai nostri: penso a Umberto Fiori ad esempio, alla sua chiarezza morale, alle sue case vere e vive come persone. O al lavoro saggistico, oltre che poetico, sempre in area milanese, di Giancarlo Pontiggia (vedi il suo libro bellissimo Contro il Romanticismo. Esercizi di resistenza e di passione), o a un critico di grande finezza espressiva e sensibilità, aperto al nuovo e guarda caso anche lui alla tradizione poetica dell’Estremo Oriente, come Paolo Lagazzi. Tra i giovani che hanno pubblicato più di recente trovo autori che mi ricordano Braci, o che si ricordano di Braci: penso a Daniele Mencarelli, a Nicola Bultrini, a Lamberto Garzia, a Luca Nannipieri, a Andrea Di Consoli, a Pietro Federico, a Alberto Garlini, a Adriano Napoli, a Lorenzo Carlucci. E’ come se non fossero più generazioni, ma una sola generazione. Sarebbe bello fare antologie, anche perché sono quelle che meglio, tradizionalmente, possono ritrovare un pubblico. E dopo le devastazioni delle avanguardie e degli ermetismi, questa poesia nuova può, deve ritrovare un pubblico.

Grazie a Fabrizio per l’invito e a Claudio per aver risposto. E’ giusto che cose importanti, come mi pare questa, siano riproposte, anche perché confesso che non conoscevo l’esperienza di “Braci”, pur conoscendo qualcuno dei partecipanti, in particolare Lodoli e appena un po’ Scartaghiande, Salvia e Sica.
E’ un’esperienza che mi sembra ricca, attuale e inattuale insieme. Condivido alcuni amori qui dichiarati, come quelli per greci, latini e orientali e ho apprezzato molto alcune poesie di Damiani, che ho letto cliccando sul suo nome e così arrivando al suo sito. In alcune di esse ho sentito “un’aria di casa”. Tanto è bastato perché mi proponga di mettermi alla ricerca di qualche suo libro.
Grazie ancora per questo dono.
Saluto con una sentenza di Ibn Ata Allah, che, non so perché, mi è richiamata da quanto letto: “Seppellisciti nella terra dell’oscurità. Quello che nasce da ciò che non è stato sepolto è immaturo”.
Ringrazio anch’io per la proposta. ho letto con moltissimo interesse.
marino
Ho letto con interesse l’esperienza di “Braci” di cui avevo letto accenni nelle tue autobiografie e saputo qualcosa da qualche amico.
Perciò grazie anche da parte mia e ti saluto con una vecchia poesia di Murzi dedicata a Omero.
Sandra
A Omero – di Manrico Murzi
Spesso in moto di psiche,
in gesto di mano,
in tocco di parola,
in te inciampo.
Sei spugna che tutto
ha bevuto e filtrato.
In una sola comparsa.
Ai cantori del tuo dopo,
Omero, poco o nulla hai lasciato.
Non ti rimprovero di avere detto tutto,
ma di averlo modulato
per tutti i tempi.
excursus interessante
poi:
esistono poesie “vecchie”?
poesie “nuove”?
me lo domando – senza pretesa di risposta che è una cosa ingarbugliatissima, lo so – da un po’ così mi aggancio a quello che ha scritto Sandra “una vecchia poesia di Murzi”
un saluto
paola
Paola, scusami, mi sono espressa male, per me vecchia non sta ad indicare una poesia superata, ma che è parte di una produzione non recente dell’autore.
Credo sia scontato che in chi scrive ci sia una evoluzione di stile, che può progredire come regredire, e che la scrittura subisca dei cambiamenti.
Sandra
belle la proposta di ciò che un gruppo di innamorati dell’arte può operare nonostante l’indifferenza del mondo. c’è sempre speranza che si attivino nuove energie umane da spendere in imprese che aprano nuovi orizzonti.
saluto tutti
elena f
“le sue Lettere musive, opera già matura (aveva anche qualche anno in più rispetto a alcuni di noi), avevano rafforzato le nostre posizioni sulla lingua, la tradizione e i classici, il ritorno a immagini nitide e vive, a dire la vita vera, nuda”.
grazie, Claudio. credo sia un’esperienza con una sua collocazione ben precisa in un panorama variegato, ma anche incerto, diviso tra ripetizione e sperimentazione. mi sembra che il taglio di Braci si ponga come via originale tra queste due sponde opposte. al centro come ami dire.
la tua testimonianza è di grande rilievo e spero possa avere un seguito.
fabrizio
Interessante sapere qualche cosa in più sulla rivista!Putroppo sono al lavoro ed ho poco tempo per leggere il post. Ci tornerò con più calma e attenzione, come merita!
Un caro saluto