Cari ragazzi, ecco: lo smacco è già nella premessa. Tutte le utopie, se sono tali, sono destinate a fallire. Verrà il momento in cui vi perderò per strada, uno ad uno. Questi anni per voi saranno un episodio della vita, un bel ricordo, una delle tante esperienze che si fanno. Per me, forse, l’ultima offerta ai vivi e una riflessione sui morti: il vostro silenzio, cari morti, salverà il mondo.
Vi aspetta la scuola dei grandi, la scuola per entrare nella vita e imparare un mestiere. Io sono ancora qui, con voi, pronto a seguirvi e ad assecondarvi nella grande utopia di un teatro che vi rappresenti così come siete. Che vi dia voce e spazio e che vi faccia sentire importanti e insostituibili. Ma che strana cosa! Che grande contraddizione! Vi dico questo proprio nel momento in cui le maglie degli adulti cominciano a stringervi; perché l’età della difesa ad oltranza di tutte le infanzie, di tutti i bambini del mondo, sta per finire. Spazio e parola saranno traguardi da conquistare con durezza, con violenza. I grandi hanno finito di fingere. Ora potete contemplare le loro belle facce pulite e sincere emplicemente guardandovi allo specchio. Assomiglierete alle loro parole e finalmente sarete ciò che per anni hanno costruito con pazienza. I bambini sono morti per sempre. Abbiamo sempre parlato di tutto. Vi ho sempre trattato da grandi, anche se grandi ancora non siete e a volte mi verrebbe voglia di prendervi a pedate, di sbattervi in faccia la dura logica del mondo. Offendervi duramente per costringervi a una repentina metamorfosi e finirla una volta per tutte con le stupidatine dell’infanzia. A volte vorrei vedervi improvvisamente maturi. Vorrei trovarmi a parlare con persone che hanno imparato meglio degli altri. Bambini di una specie aliena. Sto parlando di gente che fonderà un nuovo mondo! Sapete cosa penso? Fra poco sarete la mia più grande delusione. Il bambino che è ancora in voi e con il quale ho dialogato, si addormenterà in un sonno imperituro e lascerà finalmente il posto a quel saggio adulto che tutti attendono con ansia. Non ci capiremo più: ci saranno gli impegni della scuola, sempre più pressanti, la ragazza, il papà che vi vuole nell’azienda. I grandi hanno sempre ragione. Il loro progetto è questo: avere sempre ragione. Poter mostrare l’evidenza dei fatti: è nella natura crescere, cambiare. Perché opporsi a questa evidenza? In fondo appartenete tutti a famiglie normali, senza grandi turbamenti, impedimenti finanziari, contraddizioni educative. Ciò di cui vi lamentate – le incomprensioni, i ricatti degli adulti, il poco di spazio a disposizione – sono minuscoli drammi di cui dovreste imparare ad apprezzare il valore. Voi non sapete veramente cos’è il dolore, la costrizione, la mancanza. Che cosa si prova nella mancanza. O se lo sapete, non me lo avete mai detto. La nostra vita è qualcosa che non sappiamo conoscere nel profondo. Sono triste perché i miei non mi vogliono comprare il telefonino. Mi manca quel tale gioco e sono allo scontro coi genitori. Questo è il vostro dolore. Ma voi non sapete che cos’è veramente il dolore.
Ho pensato queste cose stamattina, nel corso di una lezione di drammatizzazione in una delle tante classi che frequento. C’è un ragazzino che proviene da un istituto. Marocchini, Bulgari. C. è sempre in castigo perché la maestra lo tratta con durezza.
“Ha una famiglia normale?”
“Macché, il padre non si sa chi sia, la madre l’ha mollato dalle suore. Quando è arrivato era un animaletto. Bestemmiava e menava: prendo la pistola. Ti ammazzo. Non sapeva dire altro”.
Eppure io guardo i suoi occhi. “E’ un bambino molto intelligente” dice la maestra, “la sua intelligenza lo salverà”. Il lavoro gli piace. Vorrebbe giocare insieme agli altri ma la maestra lo frena. E’ in castigo. Non può partecipare. E così ha incominciato a sfiorarmi. Poi mi ha preso la mano. Maestro di qua e maestro di là. Lo sapete che con le parole non si dice tutto. Dove le parole non possono arrivare, c’è il corpo che nella sua interezza si esprime. Possiamo parlare solo attraverso il silenzio, e parlare con più chiarezza perché a volte le parole c’ingannano. Mi prende la mano: messaggi silenziosi.
“Forse quel ragazzino non ha capito la consegna”.
“E’ perché non sa ancora l’italiano. E’ marocchino, ha undici anni. Cosa vuoi che gliene importi di stare coi bambini piccoli!”. L’osservo mentre armeggia con un mazzo di chiavi che non sa dove mettere. Gli danno fastidio, le estrae dalla tasca e chiede alla maestra di appoggiarle da qualche parte.
“Sono le chiavi di casa. Alla sua età!”
“Così crescono prima”.
E voi? Inutili piccoli drammi. Non sono un prete. Non è un sermone. Ma un giorno vi stuferete anche di me. Sono cattivo. Sì. Perché sono molto arrabbiato. E poi vi dico questo perché vi amo. E.T. Io ti amo. Ricordate?
“Ma maestro, ti amo si dice alle donne!”
“Stupidi. Si può dire ti amo anche a un amico. Esprime un amore profondo, importante. Guardate bene. E.T, per amore, ritorna alla vita. Voi sareste capaci di questo amore incondizionato? Di questo amore senza misura? Sareste capaci di dare la vita per amore? Ma senza essere così drastici, sareste capaci di donare una parte di voi in nome di un’utopia, di una cosa così inaffidabile come l’aria?”
“La mia vita non è la scuola”, ho sentito dire tante volte alle colleghe. “La scuola è lavoro e basta”. A volte questa frase sottintende un passato d’impegno, è il resoconto stringato di frustrazioni e incomprensioni. Esprime quindi una rinuncia, un’amarezza profonda. Altre volte è veramente ciò che le persone pensano: “Io lavoro, quindi non sono più”. Il lavoro da una parte, gli affetti e la vita privata dall’altra. Non basta, non è sufficiente. Questo contrasto non può spiegare tutto, non può soddisfarci pienamente. Un maestro è qualcuno che non sa mai dove stare e che cosa fare. I bambini si prendono spazio e fiato. I bambini non ci lasciano mai veramente in pace. A volte bisogna proteggersi, preservarsi, e allora la frase è comprensibile e giustificabile. Altre volte bisogna ritornare al senso letterale della parola maestro: magister, così mi chiamavano gli alunni dell’altro ciclo e io li lasciavo fare. Mi piaceva.
“Come ti devo chiamare? Maestro? Prof? Seba?”, mi chiedono visibilmente confusi, ora, in prima media. “Chiamami come vuoi, ma io preferirei maestro”.
Per i ragazzi più grandi, invece, sono “il magi”.
tratto da “Lettera ai ragazzi” http://blog.libero.it/comunicati/

A certi colleghi si potrebbe rispondere: “La vita, comunque, è una scuola. Senza maestri, in cui tutti siamo alunni”. La verità delle prime tre righe commuove.
Antonio
“Possiamo parlare solo attraverso il silenzio, e parlare con più chiarezza perché a volte le parole c’ingannano”.
a parte tutto il resto, Sebastiano, questo vale per la rete. un grave impedimento. un altro ostacolo da superare.
fai un bel lavoro con i tuoi bambini.
vedo sempre più un libro a due mani (si scrive con una sola, no?) con Massimo.
fabrizio
Vorrei che sulla scuola, e non perché ne scriva io, s’intende, ci fosse più dibattito. Gli insegnanti seri si sentono molto soli e il loro lavoro affoga nel mare magnum del “lavorare per lo stipendio”. Ma forse questa indifferenza è sintomo di stanchezza e di indifferenza:un segno dei tempi. Tu sai bene, Fabrizio, quanto sforzo fisico e mentale ci voglia nel tuo lavoro. E quanto il tuo lavoro aasomigli al mio.E’ questo che ci fa scrivere, agire, anche a costo, a volte, di diventare troppo insistenti.
Ma certo all’infanzia non si risponde con l’indifferenza ma con lo sporcarsi le mani. E bene dici che il libro della vita e ci metto anche della poesia, si scrive al plurale, insieme, ed è doloroso e gioioso perché le parole non appartengono solo a noi.
Io sono a un bivio come insegnante –
il prossimo anno cambierò scuola, dopo battaglie e litigi con dirigenti e colleghe, indifferenza e gelosie.
Mi dico spesso che si tratta di una sconfitta, ma questo è.
Ho ritirato fuori questo diario scritto qualche anno fa in presa diretta e mi sono detto che tutto questo lavoro non rende quanto dovrebbe. Questo è un mestiere inflazionato. Ma è inflazionata tutta l’educazione, il rapporto col sociale, con le famiglie, con la propria stessa coscienza. Qui bisogna ricostruire un intero mondo e credetemi, l’arte, la poesia, non sono argomenti a parte. Siamo veramente tutti, e tutto è, merce e mercanzie, nella stessa barca.
Sebastiano Aglieco
condivido, Sebastiano. il fatto di poterci dire queste cose, è già importante. scrivere a più mani significa anche comunicare meglio. pensiamo a un fenomeno sociale come il blog di Grillo: oggi ho fatto girare una mail con una sua petizione sull’idrogeno come alternativa al petrolio: se ho capito bene, bisogna raccogliere 800.000 firme. allora è solo una questione di numeri? sì, a volte è una questione di numeri. ma che c’entra l’idrogeno con la poesia? dici bene: c’entra, c’entra. Lorca sosteneva che Raphael Alberti aveva perso la vena diventando comunista. ma è vero che le dittature sono cadute anche per la penna dei poeti, come Mandel’stam e lo stesso Lorca. ci sono alcuni suoi versi che non mi lasciano più: “felice te, cicala, /ti feriscono invisibili/ le spade dell’azzurro”. il canto del poeta è trafitto dalla vita: per questo può arrivare a cambiarla. sì, c’è un mondo da riscostruire. noi cominciamo da qui.
fabrizio
Bellissime Parole Fabrizio, tenere emozioni quelle di Sebastiano, il suo credo è commovente,avvolgente,una coperta calda.
Dai pensieri di una madre con un figlio tredicenne.
Una scuola come quella che abbiamo oggi, crea mostri più o meno gestibili.
Le responsabilità restano comunque altrove.( dicono )
Farò leggere a mio figlio e ai suoi amici la tua lettera.
Grazie
Gran pezzo.