3 pensieri su “Presentazione : Ferite. Storie di Berlino di Stefanie Golisch

  1. alida airaghi

    «Penso che i colori e le atmosfere di una città siano inesauribili, quanto le sfumature dell’uomo che variano secondo la luce del giorno, le stagioni, gli stati d’animo del momento», così scrive nella postfazione al suo volume di racconti Stefanie Golisch, autrice tedesca trapiantata in Italia dal 1987.
    Quindici storie ambientate a Berlino, città forse come nessun’altra in Europa ferita nel corpo e nell’anima da una storia di divisioni e invasioni, di persecuzioni e ricuciture: «Non si rivela facilmente questa città, anzi, diffida degli impazienti e dei fotografi amatoriali…vuole essere avvicinata lentamente, con cautela, ama farsi pregare…». Stefanie Golisch racconta una metropoli attraverso la storia dei suoi monumenti, delle stazioni e dei giardini: ma soprattutto attraverso i volti di chi la abita, e il pedinamento di ombre che l’hanno vissuta. Quindi troviamo in queste pagine la prigione di Ploetzensee dove furono giustiziati circa tremila oppositori del nazismo («l’esistenza di un’altra Germania…perché, nelle medesime condizioni socio-politiche, un individuo si fa strumentalizzare mentre l’altro conserva la sua integrità…»); visitiamo malinconicamente il Dorotheen Friedhof, dove sono sepolti Hegel, Fichte, Brecht; respiriamo «il clima cupo e minaccioso» di stanze sorvegliate dalla Stasi; riviviamo il drammatico suicidio di von Kleist sulle sponde del Wannsee. La Berlino che non c’è più, abitata da stravaganti pittrici, misteriose poetesse e generosi teatranti, si confonde con la Berlino efficiente della finanza, e con lo squallore disperato in cui si nascondono i senzatetto, «nel ventre della grande città, che dondola egualmente gli sporchi e i puliti, gli ubriachi e i sobri, i vinti e in vincitori; essa ha bisogno di noi, siamo noi il suo nutrimento quotidiano, il suo mosaico umano, il suo grandioso affresco, il suo Totentanz, la sua esuberante festa di primavera». Stefanie Golisch cerca di farla rivivere nonostante le sue ferite.

    Alida Airaghi

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  2. Mimma

    Stefanie Golisch indaga attraverso la visita di luoghi e la rievocazione di fatti storici o letterari legati a Berlino le proprie posizioni esistenziali, si pone domande senza la facile presunzione di dare delle risposte. Fa tutto ciò con una lucidità attraversata da un’empatia umana che appare subito come la cifra della sua scrittura: dare voce ai dimenticati, agli esclusi, donare rilevanza a chi è stato ai margini, per propria volontà, oppure a causa di un destino avverso, o addirittura perché i processi inarrestabili della Storia hanno operato contro. Uso una frase dal libro, che sintetizza tutto ciò sotto forma di una precisa domanda che Stefanie Golisch pone a se stessa nel capitolo dedicato alla visita di Plötzensee: E’ un dovere o un desiderio il mio essere qui?
    In questo approccio narrativo-riflessivo il lettore si sente immediatamente tirato dentro e le domande, dirette o implicite, che l’autrice si pone diventano immediatamente sue, trasformando la storia di Berlino in un’occasione per interrogare se stessi e (forse) per aiutare a conoscerci.

    m.

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