
di Nicola Vacca
Nessuno come E.M.Cioran, scrittore e pensatore dal fascino contagioso, ha pugnalato con la scrittura l’essenza tragica dell’esistenza. Nessuno come lui, nel secolo scorso, si è servito del frammento per riassumere in un unico grande aforisma tutto il divenire che nelle cose mostra la sua spregiudicata metafisica. Chi è stato in compagnia di Cioran racconta che era impossibile uscire delusi da un incontro con lui.
Cioran invita il lettore a maneggiare con cura il suo pensiero dinamitardo. Siamo di fronte alla genialità di uno scettico che si interroga costantemente. Ma abbiamo davanti anche uno scrittore che è convinto che le grandi verità si dicono sulla soglia. «Se l’Ora del Disinganno sonasse per tutti nello stesso momento,si assisterebbe a una versione totalmente nuova sia del paradiso sia dell’inferno».
Cioran quando scrive è consapevole di intingere la penna nel veleno della modernità contro la quale si scaglia con le sue invettive. Quella modernità che egli definisce un disastro troppo recente che ha l’inconveniente d’impedirci di cogliere i lati buoni dell’esistenza. Irriverente e cinico assiste al declino dell’uomo e di aforisma in aforisma costruisce il suo pensiero sempre disseminato di dubbi e di quesiti che hanno nell’amarezza la ragione sconfortante del loro esistere. Nel suo ragionamento, che tende sempre allo «squartamento» della vita, ama sempre coltivare il gusto dissacrante del paradosso. Quando scrive :« Il fatto che la vita non abbia alcun senso è una ragione di vivere – la sola del resto».
Cioran è davvero un grande speculatore che sa insinuarsi nelle pieghe più intime di quell’assurdo significante che spiazzerebbe persino il pensatore razionale più acuto. Sono parole come queste che fanno di lui uno scrittore che si pone al di fuori delle regole del conformismo e delle convenzioni del pensiero.
Cioran è sempre lucido di fonte alla decomposizione delle idee. La sua intuizione aforistica ha uno scopo ben preciso: «La mia missione è di vedere le cose quali sono. Tutto il contrario di una missione». In tutto quello che ha scritto Cioran ha sempre fatto questo. È vissuto nel suo tempo annotando nei suoi taccuini di perdigiorno lo scandalo del tragicomico di un uomo insieme torturato e scettico, modesto ed esplosivo, totalmente disilluso, inesorabile e cinico, sempre convinto che l’apparenza fosse la notte dell’anima. Di fronte alla decadenza irreversibile la sua coscienza lo obbliga a non capitolare. Affascinato da tutto ciò che è estremo, Cioran interpreta la vita e il pensiero non trascurando mai l’ironia che si nasconde dietro l’enormità del vuoto che ammette soltanto all’eccesso del male.
I pensieri di Cioran sono chiodi appuntiti che si conficcano in ogni avvenimento che si presenta come segno attivo alla sua speculazione filosofica. Al centro delle sue riflessioni c’è sempre l’uomo: la truffa effimera dell’esistere («L’uomo sta per scomparire, fino a oggi era mi fermo convincimento. Frattanto ho cambiato parere: deve scomparire.»). Egli scrive senza mai nascondersi dietro i giochi ipocriti del linguaggio.
Nelle pagine che scrive Cioran confessa il suo pensiero dissacrante e la vertigine radicale da cui sono nati i suoi libri. Compagni inseparabili dei suoi malesseri, delle sue sofferenze e che soprattutto raccontano la tragedia dei suoi pensieri scaturiti dall’inconveniente di essere nati.
Libri scritti soprattutto con l’intento di fustigare e di svegliare. Anche questa intervista, di cui vi proponiamo alcuni frammenti, rivela la singolarità e l’immediatezza della sua esperienza che lo rendono uno scrittore insostituibile con il quale saremo costretti, per molto tempo ancora, a fare i conti.
(immagine: Cioran Visto da Angela Varani)
