Lo scrittore senza libro

di Loris Pattuelli

“Insegnare è imparare due volte”.
Chi l’ha detto? Joseph Joubert (1754-1824), una delle persone più incapaci e inconcludenti dello scorso millennio. Dopo un incipit del genere, non è facile rimettersi in carreggiata e spiegare tutte le cose per benino. Una voce mi dice che sarebbe opportuno aggiungere qualche altro “memorabile” aforisma, ma a che pro? Io adoro Joubert e, se devo dire la verità, non è poi che mi dispiaccia l’idea di poterlo gustare anche in forma di cioccolatino. Il mio amore è a prescindere e, scherzi a parte, penso che questo scrittore sia proprio speciale, forse anche troppo per il pozzo di San Patrizio dei nostri rivolgimenti. Madame Victorine de Chastenay, una sua cara amica, parlava di “un’anima che ha incontrato per caso un corpo e adesso cerca in un qualche modo di cavarsela”.
Joubert, ma chi era costui? L’8 febbraio 1815 scrive sul suo quaderno: “Tormentato dalla maledetta ambizione di mettere sempre tutto un libro in una pagina, tutta una pagina in una frase e questa frase in una parola. Sono io”.
Se andiamo a frugare in rete, non troviamo molto di più : qualche citazione qua e , e 226 “frasi famose” sul sito francese di Evene. Per non parlare delle vecchie e care librerie di quaggiù dove, fino a un mese fa, non c’era proprio niente. Niente se non un bellissimo saggio di Valerio Magrelli intitolato La casa del pensiero (introduzione all’opera di Joseph Joubert) Pacini Editore.
Elias Canetti lo considerava il più grande di tutti. Paul Auster lo ha tradotto in inglese. Maurice Blanchot dice che c’è qualche cosa di “essenzialmente nuovo, anzi di futuro nella sua ricerca: il tracciato di un pensiero che non pensa ancora o di un linguaggio di poesia che tenta di risalire a se stesso”.
Senti cosa scriveva nel suo diario: “Rappresentare con l’aria, circoscrivere in piccoli spazi grandi vuoti o grandi pieni, che dico? L’immensità stessa e l’intera materia, queste sono le meraviglie incontestabili e facilmente verificabili che perpetuamente si operano nella parola e nella scrittura”.
L’antologia appena data alle stampe (l’ultima era uscita mezzo secolo fa) andrà sicuramente a colmare una grande lacuna, ma temo finirà per alimentare anche qualche malinteso. Joseph Joubert era tutto fuorché un fabbricatore di massime, e quello che ha scritto, lo ha scritto quasi ogni giorno, datandolo, senza dargli a proprio uso altro riferimento che la data, né altra prospettiva che il fluire dei giorni che glielo portavano. Così dovrebbe essere letto. E poi, secondo me, sarebbe consigliabile sfogliare anche l’edizione in due volumi che André Beaunier ha curato per Gallimard. Soltanto qui le riflessioni di Joubert ci vengono restituite nel loro carattere giornaliero, pensieri ridivenuti quotidiani e ancora implicati nella vita di quel giorno. Questa prospettiva cambia tutto quanto. E’ ancora Blanchot a parlare: “Mentre le numerose raccolte dei pensieri di Joubert sembrano manifestare una saggezza preziosa, cautelosa, ma indifferente, i carnets, quali furono redatti nel corso di tutta una vita e ci sono restituiti intrisi del caso e del premere della vita, si offrono in modo appassionante alla lettura, trascinandoci col loro movimento arrischiato verso un termine che solo in rari momenti si scopre, nel fuggevole strappo di una schiarita”.
L’edizione oggi in libreria (Joseph Joubert – Pensieri per vivere – Guerini e associati – €16,50) è una antologia, un greatest hits, un the best, una compilation di pensieri raccolti secondo un ordine tematico: la condizione umana, la religione, l’arte, le donne, i sentimenti, la poesia, la filosofia, il senso del vivere, eccetera, eccetera. A me pare molto bella, e anche molto ben tradotta.
Ecco un altro frammento tratto dai suoi Carnets: “Vorrei che i pensieri si succedessero in un libro come gli astri nel cielo, con ordine, con armonia, ma sciolti e staccati, senza toccarsi né confondersi”.
Fontanes, un altro suo caro amico, così gli scriveva nel 1803: “Vi esorto a scrivere tutte le sere, rientrando, le meditazioni della vostra giornata. Sceglierete, dopo qualche tempo, tra quelle fantasticherie della vostra mente e avrete la sorpresa d’aver fatto, quasi a vostra insaputa, un libro bellissimo”. Va a merito di Joubert l’essersi rifiutato di fare quel libro bellissimo.
Sperando di evitare qualche spiacevole fraintendimento, concludiamo questo articolo con un altro prezioso frammento di Maurice Blanchot: “ Joubert non scrisse mai un libro. Solo si preparò a scriverne uno, cercando con risolutezza le condizioni giuste che gli avrebbero permesso di scriverlo. Poi, dimenticò anche questo progetto. Più precisamente, quel che egli cercava, la fonte della scrittura, lo spazio dove scrivere, la luce da circoscrivere in quello spazio, richiese da lui, creò in lui inclinazioni che lo resero inadatto a qualsiasi fatica letteraria ordinaria o lo distolsero. E’ stato perciò, uno dei primi scrittori veramente moderni, in quanto preferì il centro alla sfera, sacrificò i risultati alla scoperta delle loro condizioni, e non scrisse per aggiungere libro a libro, ma per prendere possesso del punto da cui gli sembrava sorgessero tutti i libri; punto che, una volta trovato, lo avrebbe dispensato dallo scrivere libri”.

6 pensieri su “Lo scrittore senza libro

  1. Giorgio

    Bella notizia, questa pubblicazione.

    Anche a me è capitato di incrociare qualcuna delle “massime” di Joubert e di rimanerne colpito, una di quelle che mi sono segnato è questa: “mettere sempre tutto un libro in una pagina, tutta una pagina in una frase e questa frase in una parola”.

    Grazie a Mauro e a Loris.

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  2. paolarenzetti

    E’ un commento un po’ così… fatto a ora già un po’ tarda e con poca cognizione di causa,lo ammetto.
    Ci credo… Joubert non scrisse mai un libro. Girò così tanto intorno al suo “oggetto” del desiderio, che vide alla fine il suo dissolvimento. Potrebbe così aver perso la sua occasione più grande o averla guadagnata. Un esempio di prudenza, da noi purtroppo quasi sconosciuta.
    Mi viene però in mente, da una filastrocca di Gianni Rodari: “quel tale di Scandicci, delle castagne buttava la polpa e mangiava i ricci”.

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  3. paolarenzetti

    correggo la citazione e per riparare :-)ecco tutta la filastrocca:

    Un signore di Scandicci
    buttava le castagne
    e mangiava i ricci.
    Un suo amico di Lastra a Signa
    buttava i pinoli
    e mangiava la pigna.
    Un suo cugino di Prato
    mangiava la carta stagnola
    e buttava il cioccolato.
    Tanta gente non lo sa
    e dunque non se ne cruccia:
    la vita la butta via
    e mangia soltanto la buccia.

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  4. loris pattuelli

    Joubert dice che “il ricordo risale il tempo, mentre l’oblio ne segue il corso”. Accendo il computer e trovo questo bellissimo regalo di Paola Renzetti. Forse è un segnale di qualcosa, chi lo sa? Sta di fatto che io oggi abito in via Rodari, e che proprio le sue poesie, insieme con Il Barone Rampante, Rimbaud e il Rock’n’Roll, sono quanto di meglio mi sia capitato durante l’infanzia. Joubert dice che “il ricordo risale il tempo, mentre l’oblio ne segue il corso”. Forse tutto questo è soltanto un segnale troppo diretto e gentile. Forse Gianni Rodari aveva in mente Joseph Joubert quando scrisse di quel “signore di Scandicci che buttava le castagne e mangiava i ricci”. Forse Gianni Rodari non aveva previsto che è proprio mangiando i ricci che i bambini sentono “la mandorla nel guscio, l’acqua nella terra, il fuoco nel ciottolo”.

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  5. fabrizio centofanti

    molto interessante, Loris.
    quando scompare anche anche lo scrittore, resta un centro invisibile, un buco nero che può attrarre, però, solo se qualcuno ne svela l’esistenza.
    tu l’hai fatto.

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