L’ordine naturale delle cose
abituazione
quello che c’è contorna e include;
poiché medium, fa velluto di tocchi;
la pelle assuefatta non sente, abituata.
le elitre, le graziose venature ambrate,
le fimbrie: pelle non sente
se non cute penetrata,
e pungiglione. il reticolo nocicettivo
non si cura di piccolezze, risolve
solo il dolore che serve, a suo gusto,
i tocchi giusti. dài a un cane dosi crescenti
di chinino o arsenico, non si è mai
troppo malati. la cecità è idiopatica. – lo sapevi?
il dolore non ha alcun meccanismo attenuativo,
come se ne valesse della vita – il soffrire.
intingeva copiosamente le dita nella cioccolata, il pollice, l’indice.
per compleanno ebbe tutto, anzi di più e più assai di quello che chiese,
a dir la verità senza troppa insistenza, ai genitori. per evitare traumi,
i responsabili del minore decisero di decuplicare gli sforzi, e spendere
oltre il dovuto. in Europa, ogni anno, trecentomila morti sul lavoro.
poiché neofiti, con zelo soldatesco agguantano il cellulare,
in cui consumo e socialità coatti collimano, entrambi beni
facilmente reperibili in commercio, la cui deperibilità
è parte integrante della transazione, economica e sociale.
non c’è nulla di più di disonesto della spontaneità;
e gettarsi – cupio dissolvi – nel vuoto di una creatività
che esibisce senza risolvere.
il fordismo come forma mentis è insensibilità al dolore dietro la serialità
della produzione: la macchina che produce potrà, mal che vada,
stillare olio lubrificante, non sangue.
è difficile dire con parole di figlio… Pasolini,
ingorgato nel gorgo uterino, non seppe che esibire,
e non risolse il rovello; lo raccolsero
smembrato, dilaniato da Kalì.
la pelle flaccida sotto il mento, occhi quasi obliterati
dallo sforzo di capire, le mani con palme rivolte
in alto, impotenti. e trent’anni sono pochi…
terzietà: uno sguardo – non so se indulgente.
sono spalle scoperte, mi dico, e ancora quello sguardo,
e una mano tenera e forte che tocca spalla e clavicola,
da dietro, e che dice – non risparmiarti, non temere.
la barba, mi si permetta, caprina,
da rabbi, mi verrebbe da dire, antico,
rappresentante moderno della nuova
scienza. dà al vulgo, divulga, oppure
divezza dall’ingenuità, dall’ignoranza
d’abisso, mi si permetta, della massa.
divulga, si direbbe con passione, auto-
investitosi di tale onere: lo fa per noi – grazie;
in festival; atomi e cellule correlati
concettuali dell’atomismo che riduce
a sé la verità, l’unica, empirica.
(e mai che nessuno parli, divulghi
intorno alla pietà – fuor da simulacri)
un punto euclideo nello spazio,
reticolato da coordinate orientate,
deterministicamente individuabili.
il soma non ha esitazioni, non sfuma,
non acquarella sullo sfondo bianco di pareti.
la personalità sconfina, sopravanza il contenente –
vagotonìa del contenitore: leakage e diffusione.
(a volte il vaso si sente vuoto)

versi spogli di retorica, Domenico, che cercano una via feriale, testimonianza di qualcosa di vero e al tempo stesso trasfigurato, ma senza le pretese dei vati, ormai messi in pensione: quello che resta, forse, è quello che non pretende più una fittizia immortalità.
grazie come sempre Fabrizio per lo spazio concesso; vorrei segnalare che “la barba, mi si permetta, caprina,
da rabbi, mi verrebbe da dire, antico” è l’inizio di un nuovo testo
domenico
misteri della formattazione: spero che così vada bene, Domenico.