
L’immagine di noi tre bambini mi ha sempre affascinato: era prima che succedesse tutto, che dietro quei volti si manifestasse il caos, l’onore e l’orrore della vita. Le foto dei piccoli non mentono: è più tardi che ci si mette in posa, come ci fosse qualcosa da nascondere, anche solo un’ombra di tristezza; nelle istantanee della villeggiatura, per esempio, con quell’aria misteriosa che piaceva alle donne, e invece racchiudeva un disagio, una parola non detta, un urlo non gridato. Il maglione bianco era uno schermo su cui si proiettava il dolore del mondo, la mia incapacità a gestirlo senza segregarmi in un ritiro inaccessibile, dal quale vedevo gli altri passare, scalmanarsi, piangere. La più sincera era la foto in divisa da ufficiale, palesemente ingabbiata in un’istituzione, e il mezzo sorriso che s’intravedeva era una chiara concessione all’obiettivo del papà o della ragazza. Sullo sfondo un prato immenso, dove giurammo fedeltà a una patria di cui non sapevamo nulla. Quando imparai a non giurare ormai era tardi, il primo atto incongruo era stato consumato. Mi rendo conto solo adesso di non avere nessuna foto in coppia: con la ragazza, o addirittura la fidanzata in casa. Forse era già tutto previsto, come se il partner della vita sfuggisse a ogni tentativo di materializzarsi, perché c’era altro che attendeva, al di là degli abbracci e dei litigi, due mani diverse e già piene di rughe, le mani di Wojtyla che si posavano sulla mia testa ingombra di sogni, e mi lanciavano in un’avventura di cui la fotografia era l’inconsapevole blocco di partenza. Il resto fu amore e violenza feroci che lasciarono emergere, dietro la faccia del bambino, il caos imprevedibile, l’urlo non gridato, l’onore e l’orrore della vita, un’immagine moltiplicata all’infinito, come il dolore, come l’assurda gioia del sacrificio.
La foto è tratta da qui.
(versione audio)
