L’assurda gioia

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L’immagine di noi tre bambini mi ha sempre affascinato: era prima che succedesse tutto, che dietro quei volti si manifestasse il caos, l’onore e l’orrore della vita. Le foto dei piccoli non mentono: è più tardi che ci si mette in posa, come ci fosse qualcosa da nascondere, anche solo un’ombra di tristezza; nelle istantanee della villeggiatura, per esempio, con quell’aria misteriosa che piaceva alle donne, e invece racchiudeva un disagio, una parola non detta, un urlo non gridato. Il maglione bianco era uno schermo su cui si proiettava il dolore del mondo, la mia incapacità a gestirlo senza segregarmi in un ritiro inaccessibile, dal quale vedevo gli altri passare, scalmanarsi, piangere. La più sincera era la foto in divisa da ufficiale, palesemente ingabbiata in un’istituzione, e il mezzo sorriso che s’intravedeva era una chiara concessione all’obiettivo del papà o della ragazza. Sullo sfondo un prato immenso, dove giurammo fedeltà a una patria di cui non sapevamo nulla. Quando imparai a non giurare ormai era tardi, il primo atto incongruo era stato consumato. Mi rendo conto solo adesso di non avere nessuna foto in coppia: con la ragazza, o addirittura la fidanzata in casa. Forse era già tutto previsto, come se il partner della vita sfuggisse a ogni tentativo di materializzarsi, perché c’era altro che attendeva, al di là degli abbracci e dei litigi, due mani diverse e già piene di rughe, le mani di Wojtyla che si posavano sulla mia testa ingombra di sogni, e mi lanciavano in un’avventura di cui la fotografia era l’inconsapevole blocco di partenza. Il resto fu amore e violenza feroci che lasciarono emergere, dietro la faccia del bambino, il caos imprevedibile, l’urlo non gridato, l’onore e l’orrore della vita, un’immagine moltiplicata all’infinito, come il dolore, come l’assurda gioia del sacrificio.

La foto è tratta da qui.

(versione audio)

12 pensieri su “L’assurda gioia

  1. robertorossitesta

    Grande pezzo, Fabrizio caro, che dice tutto il necessario (non una parola di più) per capire il trattenuto slanciarsi sull’onore (onere!) e orrore della vita, con assurda gioia.
    Un abbraccio,
    Roberto

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  2. Roberto Plevano

    Non so se sia capitato ad altri, qui su LPELS mi è capitato di fare nuove esperienze, che sono le prime esperienze di qualcosa, qualche aspetto della vita di cui non si sospettava l’esistenza, o non la si credeva possibile.
    Oggi ho scoperto il significato (e soprattutto la realtà) della parola vocazione.
    Ho conosciuto uomini di chiesa, alcuni sono tra le persone più straordinarie che io abbia mai incontrato, ma nessuno ha mai avuto occasione, o voglia, di parlare della sua vocazione. Forse la ritenevano un fatto scontato, o forse essi, pur non dimenticando se stessi, orientavano la loro opera verso ambiti ben circoscritti: l’insegnamento, l’assistenza, qualcuno gli affari.
    Qui, con l’essenzialità che è propria all’autore, ho letto un pezzo che è un invito rivolto a tutti a guardare in faccia la vita. Che è come dire che tu, Fabrizio, dimostri coi fatti di essere fedele alle tue due vocazioni: lo scrivere e il servire (e sospetto che per te siano le due facce della stessa, non svalutabile, moneta)

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  3. fabrizio centofanti

    grazie, amici: tornato dal pellegrinaggio, pensavo di aver trovato un po’ di tempo per rispondere e commentare e invece ho scoperto di avere una ruota a terra. vabbe’.
    Roberto, ci hai indovinato: le due cose sono nate insieme e andranno avanti insieme, se Lui vuole.
    un abbraccio forte
    fabrizio

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  4. v3ltins

    Quello che mi ha colpito di questo pezzo, non è stato tanto il contenuto, ma la sensazione che mi ha lasciato, qualcosa che ha a che fare con la nostalgia forse.
    Comunque molto bello, complimenti, in poche righe hai messo in moto un piccolo mondo interiore.

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  5. giovanniag

    Verissimo, anch’io sono rimasto colpito. In me la passione per lo scrivere – se non è ardito o improprio il paragone – è nata più o meno come in te la vocazione religiosa, Fabrizio: in modo gentile ma inevitabile.

    A presto,
    Giovanni A.

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  6. jolanda catalano

    La gioia del sacrificio, vero Fabrizio, sembra assurda, eppure è. Ma le tue parole sanno dire questo con levità, come la carezza di una madre tra le macerie della vita.

    Grazie, un abbraccio
    jolanda

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  7. lucy

    fabrizio, sono commossa alle lacrime. sono un po’ piagnona, è vero, ma quello che dici di te si sente trillare dentro con emozione anche se sotto altre forme, perché la vita di ciascuno ha preso la sua strada e non un’altra, ma uguale è il calling. una chiamata quotidiana e… dritti, sull’attenti, anche quando si è a pezzi e non si è più tanto sicuri di aver fatto bene a rispondere la prima volta. perché tutti i giorni si aprono sulla vocazione e bisogna rispondervi. con un “eccomi!”.
    grazie.
    lu

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  8. Michele Ortore

    E’ una realtà, una vita che sembra di intravedere da una stretta feritoia, di poter scorgere per poche righe: e invece ci si ritrova quasi aggrediti, inondati dalla violenza di passione, dubbio, vuoto ed esperienza di cui si parla in questo bel testo. Mi ha spaventato e mi ha fatto male, perché mi ritrovo tantissimo in ciò che hai vissuto, perché mi colpisce in un momento particolare. E’ un testo in cui il pessimismo e il dolore riescono, in maniera quasi sorprendente, a convivere con la forza e l’onore. Almeno qui, però, mi sembra che manchi la serenità, e questo mi sembra molto strano: forse la tua è una fede passionale e non dogmatica, innamorata e non razionale.

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  9. fabrizio centofanti

    mi avete commosso voi, amici miei. grazie di cuore.
    Michele, la serenità è una cosa relativa, nell’occhio del ciclone.
    è sapere che un Occhio premuroso ti accompagna, anche quando tutto sembra perduto.
    anche quando sei perduto, è lì, che scruta dalla sua finestra una strada deserta.
    un abbraccio
    fabrizio

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  10. obviamens

    che bella gente che siamo…
    oggi su you-tube due genitori intervistati sull’omosessualità del figlio: “Abbiamo imparato ad accettarlo e ad amarlo più di prima” – allora accetterete che vi porti a casa il suo compagno? – “Assolutamente no!”
    qualche anno fa in un dibattito in una comunità di famiglie interviene una madre: “Io con un’associazione di volontari per quasi trent’anni mi sono occupata di assistenza ad immigrati, quasi tutti di colore, li ho sempre amati e accolti come miei figli, come fratelli, senza pregiudizi… Finché un giorno mia figlia si è presentata in casa col suo fidanzato: un negro! Mi è crollato il mondo addosso…”
    quindici anni fa una madre al figlio in cerca di una *strada*: “Ma come? fino all’altro ieri dicevi che il tuo sogno era entrare nell’esercito come allievo ufficiale e adesso ti metti a fare l’obiettore di coscienza! Ai pacifisti gli crederò solo quando dimostreranno di essere coerenti.”

    è che l’amore, o un ideale, vengono misurati col metro dei legami di sangue, in tutte le culture, e se una fede ha a che vedere con l’amore, o l’ideale, è su quel metro che prima o poi verrà valutata – è qui che l'”onora il padre e la madre” si schianta con il “sono venuto per dividere, non per unire” e il senso ultimo della croce invoca di essere cercato e vissuto

    è qui che le *politiche per la famiglia* gettano nel cuore della cultura cristiana un grumo di torbido che si spande come neroseppia – e non si trova più la gioia *assurda* di essere fratelli di spirito e di sangue – e nelle terre si fa spettacolo dello sbranarsi di tante cellule fra di loro

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