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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.20: Alla ricerca di poeti dimenticati. Il “satori” sulla spiaggia. Luigi Fallacara, “Spiaggia di Shelley e altri inediti”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

di Giuseppe Panella

 

Alla ricerca di poeti dimenticati. Il satori sulla spiaggia. Luigi Fallacara, Spiaggia di Shelley e altri inediti, premessa e cura di Fabio Flego, con un saggio di Gaetano Chiappini, Viareggio (LU), Pezzini Editore, 2002

Scrive Gaetano Chiappini nel saggio (Cercando il fiore nell’ombra) che inaugura questo volumetto di inediti di Luigi Fallacara, un poeta forse fondamentale per il Novecento toscano ed italiano, oggi assai poco ricordato e spesso dimenticato senza pietà quando di essi si parla in chiave storico-critica:

«”Inventerà così le profezie / della forma che eternamente dura / esatte d’una esatta geometria // inventerà dentro il commosso mare / dell’esistere un fondo in cui lasciare / quell’ultima dolcezza della vita // E’ questo il gesto di sempre della poesia fallacariana, un’esperienza intensa, sensibile e mentale di simbolizzazione, che, se non elimina la realtà immediata, la supera e la rende eterna come punto fermo della vita e del suo mutare nei tempi e negli spazi. E’ come un incline prodigarsi della carezza della mano e dell’occhio, che scruta scrupolosamente il reale nella “presenza vegetale” e di tutto il certo e stabile del visibile, almeno per un istante, saldo ed immobile. Che poi sarà affidato alla paziente rassegnazione a cui ci richiama l’eterno della natura – la certezza del ciclo – che vive e continua a vivere mentre noi la lasciamo con un sospiro alle nostre spalle» (p.14).

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