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Disumanesimo (Scuola di poesia, 3: 1)

di Massimo Sannelli

[lettore, tutto è in tutto. e dire “non c’è niente che non sia poesia” è esagerato, *forse*; ma non c’è niente che non possa visto *anche* dal punto di vista della poesia, che istituisce le sue filologie fantastiche, o i suoi scandagli, o il suo delirio. il primo testo, che segue e uscì su una rivista da combattimento – che altro significa *militante*? – è quasi un allegato interiore ad un dubbio sugli «intellettuali», e indirettamente sulla scrittura, attraverso il paradosso – vero –dell’intellettuale-filologo-archivista che si sforza di negare l’evidenza dell’Olocausto. non è che la cultura salvi *di per sé*, allora. e il tema ambiguo della forza – dalla «disperata vitalità» alla «banalità del male» – è sempre implicito, anche nelle *humanae litterae*. qui trovi il primo allegato di una cosa che si chiama ancora «scuola di poesia», ed è bene che si chiami così: nel prossimo, o in uno dei prossimi, vedrai che la scorza si ingentilisce, e diventa fiori o «lezioni inevitabili» della natura, non *sulla* natura] Continua a leggere

La pelle (scuola di poesia, 12, di Massimo Sannelli)

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Lettore, il Signor Palomar insegna che l’interno è certamente profondo affascinante complesso – ma la superficie è bella… multicolore… varia… Così inesauribile ma dicibile, se allarghi gli occhi e il vocabolario. La superficie è fondamentale, come la pelle per l’individuo. Quanti particolari esistono in una cosa? e in un testo? Moltissimi, più di quanti tu ne abbia mai notati. Per esempio: i suoni. Ci sono poesie ossessionate da un suono-simbolo, come la T nel *Cantetto senza parole* di Ungaretti [il tu, la colomba, il suo verso, l’esitazione, tu, ti, tu, titubasti – e così via] e la R in *Arremba sulla strinata proda…* di Montale. Ci sono poesie e libri che evitano alcune parole: per esempio, la *Raccolta* di Alberto Mori nomina a piene mani la *merda* e gli *occhi* [testimoni della merda], ma non l’*amore*, non il *corpo* – nemmeno una volta. La presenza è ricchezza, ma l’assenza non è sempre carenza. Ciò che non si nomina è ciò che ognuno di noi *non vuole vedere*: l’innominato è innominabile, per eccesso di devozione o per trionfo della nausea. Continua a leggere