di Mauro Baldrati
Il punto è: possiamo parlare di Miracolo a Sant’Anna come opera in sé oppure dobbiamo valutarla riferita al periodo storico in cui è inserita, agli eventi, ai personaggi?
Nel primo caso si tratta, semplicemente, di un film mediocre. E’ una storia di guerra, un contenitore di molti – troppi – registri narrativi, sentimentalismo, comicità, armi, violenza, in una progressione a tratti scalena, disuguale, incerta. Quattro soldati di colore, appartenenti alla brigata “Buffalo”, dispersi nel ’44 in seguito a uno scontro coi tedeschi che si è risolto in un disastro a causa dell’ottusità di un ufficiale (bianco) tutto fucking (tradotto nel doppiaggio con un numero imprecisato di cazzo), trovano rifugio in un paesino della Toscana. Qui, adottano un bambino, Angelo, disperso come loro, che non parla, o parla con un fantasma, e custodisce un orribile segreto. Entrano in contatto coi partigiani, e parlano in continuazione delle condizioni dei soldati neri nelle forze armate, dove regna sovrano il razzismo. Seguono carrellate di buffe macchiette di italiani toscani, con personaggi irreali, sorta di maschere che si muovono su un palcoscenico che sembra quello di un teatro, scenette comiche con contorno di musiche stucchevoli. Echeggia il chiacchiericcio nevrotico dei primi film all-black di Spike Lee, ma i dialoghi sono improbabili, schematici, persino fastidiosi, dovuti forse a un doppiaggio disastroso. E’ tutto un alternarsi di flash-back su episodi di razzismo nell’esercito americano, e scene di guerra crude e violente, ma dove la mano del maestro Spielberg di Salvate il soldato Ryan emerge prepotente, e dove i soldati tedeschi sembrano i cloni dell’Impero di Guerre Stellari, oppure guerrieri in crisi di coscienza per gli orrori che sono costretti a commettere. Non manca una tormentosa storia d’amore con una ragazza che sembra una gran dama della rive-gauche trasportata in una casa popolare toscana. L’unico elemento di vera qualità dell’opera è la fotografia, davvero splendida. Il tutto è concluso da un finale bamboccesco all’insegna del più trito sentimentalismo. Probabilmente è il peggior film dell’intera produzione di Spike Lee.
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