Aprì gli occhi sul fondo della notte con l’affanno – stava ancora sudando – ma senza ricordarsi di aver avuto alcun sogno.
Voltò lo sguardo verso l’altra metà del letto e la vide che dormiva. Gli occhi chiusi, l’espressione distesa, la testa ad affondare nel cuscino. Non l’ho svegliata pensò.
Sentiva, dalle persiane della finestra socchiusa, una corrente di brezza e odore di felci sollevare la tenda e distendersi tra l’armadio a muro e il letto, qualcosa a cui non era abituato e che non si aspettava. Annusò nuovamente l’aria imbevuta di quell’odore scivolando con tatto fuori dalle lenzuola. Continua a leggere
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Memoria d’un attore folle, di Andrea Sartori
Com’è accaduto che la follia sia entrata nella mia vita? La follia che solidifica il pensiero in figure antropomorfe, in voci a bassa frequenza, in onde lunghe che s’insufflano nell’udito? Ho cercato un perché, sì, l’ho cercato; forse lo cercavo ancor prima d’impazzire, ed è stato quello a farmi precipitare. Sono precipitato all’indietro portandomi appresso una semplice domanda senza oggetto e senza tempo, giù, in un abisso che si spalancava fondale dopo fondale, mentre ero incapace di farmi convincere da chicchessia ad arrestare la caduta, perfino da Kurt Gödel e dal suo teorema sulle classi d’oggetti. Anche nella formulazione dell’argomento razionale sfarinavo verso il basso, ed unghiata dopo unghiata praticavo dei varchi nei veli che avvolgevano il mio corpo e quello degli altri, deciso a togliere ogni gualdrappa, ogni abito acquisito, dritto dritto allo schianto contro l’immodificabile, l’eterno e l’identico. Mentre cadevo ho perduto l’adesione al ritmo naturale del tempo. In realtà non perché l’ho negato, ma perché l’ho intensificato in un presente in cui tutto era simultaneo con tutto: tutto il mio passato, peraltro filtrato da ricordi opinabili, tutto il presente mio e altrui, mediato dalle mie congetture, dalle mie convinzioni, dai bisogni incisi nella mia mente come ulcere su di un corpo. Continua a leggere

