Poesia e musica

di Marco Saya

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Premessa

La musica è la codifica dei suoni, il linguaggio che conserva un carattere di universalità forse inimitabile, che tuttavia deve essere supportato dall’educazione all’ascolto e dalla cultura dell’ascolto in modo da coglierne il significato poetico più intrinseco che spesso costituisce l’ossatura dell’opera stessa.

A tal proposito le espressioni musica colta e musica leggera rappresentano il tentativo assolutamente difficile e certamente imperfetto per inserire in elenchi diversi i differenti generi musicali (e quindi i compositori e gli esecutori che con essi si cimentano).

In tal senso, consideriamo musica colta quella che sostanzialmente fa uso di strumenti musicali, di ambienti e di concetti classici. Possiamo dunque affermare che la musica colta comprenda tutta la musica classica, quella parte della musica jazz che si è ispirata nell’uso strumentale alla classicità europea e parte della musica d’autore cantautoriale dove i testi sono predominanti sulla parte suonata.

La musica leggera è quella che, più in generale, nasce dall’ esigenza di fare un certo tipo di musica che coivolga i sensi e le emozioni umane. In tal senso, storicamente la musica leggera era basata sulla struttura melodica con accompagnamento ritmico ed ebbe origine in Francia nel Settecento (la canzone ballabile).

Sintesi

MUSICA COLTA: ha effetto sulla ragione e reclama attenzione dalle facoltà superiori della mente – perciò è musica da ascoltare

MUSICA LEGGERA:

ha effetto sul corpo, disponendolo a particolari stati emotivi (di solito all’ebbrezza e all’allegria), ma non reclama affatto l’attenzione cosciente – perciò è musica d’atmosfera come parte della musica d’autore.

Non meno universale è l’espressione legata alle arti figurative che speso nascondono dietro un’immagine o un volume la storia di una vita o di un’epoca, viste dall’interno, con gli occhi di chi ha vissuto da protagonista una determinata situazione reale e la trasfigura nell’arte.

Scriveva J.W.Goethe, nella teoria dei colori

“Colore e suono non si possono in alcun modo paragonare. Entrambi possono
però essere riferiti a una formula superiore e da questa essere derivati,
sebbene separatamente. Colore e suono sono come due fiumi che nascono da
un’unica montagna, ma che scorrono in condizioni del tutto diverse, in due
regioni che nulla hanno di simile, cosicché nessun tratto dei due corsi può
essere confrontato con l’altro.”

Diverso è invece il discorso che riguarda l’universalità della poesia altrettanto ricca di significati nella sua forma originale, ma spesso penalizzata dalla traduzione in altre lingue; infatti le traduzioni, pur allargando le frontiere culturali di una composizione poetica, sacrificano la parte “musicale” dell’opera originaria, danneggiando le consonanze poetiche, la metrica e l’effetto uditivo e spesso onomatopeico dei versi.

E’ evidente che, come per la musica, anche in questo campo è richiesta educazione e preparazione alla lettura, per favorire l’apprendimento attraverso le chiavi di interpretazione più diverse e nascoste, non sempre immediate.

La comprensione di musica e poesia comunque non può prescindere dalla conoscenza della vita dell’artista, della società in cui ha vissuto e lavorato, dalle passioni personali, ecc. ossia in generale dal “momento storico” e dai “momenti psicologici” in cui l’opera d’arte è stata concepita e generata, allargando il significato di storia alla cultura in tutte le sue forme.

Affronteremo assieme un viaggio attraverso i suoni e i protagonisti che hanno caratterizzato e attraversato la storia della musica del ‘900, partendo dall’avventura della musica nera, il Blues,come liberazione da storie di schiavitù, per proseguire con il Jazz, le sue contaminazioni, le sue contraddizioni e il suo linguaggio estremo (la libertà della non codifica, l’improvvisazione senza una metrica, il bisogno dunque di sentirsi liberi…).
Ci fermeremo poi nell’universo Rock-Pop, analizzando i fermenti e i movimenti sociali che l’hanno stimolato e alimentato, per continuare il nostro viaggio e approdare infine alle miriadi di costellazioni e satelliti che oggi sembrano avere dei comuni denominatori con le tipologie musicali sopracitate. Pensiamo, ad esempio, alla Disco, all’Acid, ai rapper (i nuovi schiavi integrati)…sino alla World Music, sintesi di classicità e contemporaneità, “establishment” di una cultura dell’estetica, coacervo di anime strumentali bianche e nere che tentano, forse, la definizione di una globalizzazione della Musica al di là del tempo che viviamo…

E domani…?

Suoni e colori nella musica del diavolo

“Spesso, di notte, mi capita di restare a lungo affacciato alla finestra ad osservare il ponte ferroviario che collega la mia città al resto del mondo e che appare, nel buio, come una lunga linea luminosa sospesa sull’acqua. Tra quelle luci, vicino ad una curva che fa sparire inesorabilmente l’ultimo vagone dei treni che se ne vanno verso la terraferma, posso affermare con sicurezza di aver intravisto, almeno un paio di volte, aggirarsi lo spirito del Blues”.

Lirica, questa celebre frase di Paolo Ganz, che, in qualche modo, evoca in chiave moderna i tempi nei quali chi cantava e suonava il blues campava alla giornata, con la schiena spezzata raccoglieva il cotone, si fermava a ubriacarsi nelle locande, poi saltava su un treno merci e partiva per il Nord dove, eterno emigrante, cercava di esistere giorno dopo giorno, un lavoro saltuario e mal pagato nelle fabbriche, altro stop nei bar e nelle taverne dove cercare un po’ di sesso (tema spesso ripreso nei primi canti di inizio novecento) alleviava le pesanti giornate in fabbrica, anno dopo anno con l’industrializzazione che reclamava i nuovi rapporti di produzione e il lento abbandono dalle sconfinate piantagioni del Sud.

Il Blues è, quindi, storicamente, la musica del popolo nero, il popolo nero inteso come quella gente forte, indomita, oppressa,che è morta di fame, dolore e tristezza per raggiungere la propria libertà e che continua a lottare per essa!

La poesia del blues

I bluesmen raccontavano semplicemente la loro vita e lo facevano con un linguaggio molto semplice, genuino e diretto. Però c’era un uso delle metafore che trasformava la semplicità in qualcosa di più profondo. Avevano trovato un codice, una musica e un vocabolario, per dire tutto quello che la loro gente viveva e per questo erano dei poeti. Con il talento trasformavano un patrimonio comune e soprattutto popolare in qualcosa che sembrava appartenere solo a loro. Non c’erano finzioni in quello che facevano. La forza del blues, ancora oggi, è questa: avverti che è tutto vero, non c’è nulla di costruito. E’ una musica che sembra parlare direttamente a chi l’ascolta. E poi c’è questo alone, come dire, magico: ti sembra di vedere uno di loro che cammina con la sua chitarra, che si sposta da un posto all’altro, alla ricerca di qualcosa che sa che non troverà mai. Però continua a muoversi. E’ come una maledizione.

Dunque, più in generale, oggi, il Blues è un modo per esprimersi dove non è più una discriminante importante se a strimpellare le proprie disgrazie con la chitarra è un contadino nero del delta del Mississipi o un bianco e pallido impiegato milanese che vive nel quartiere di Quarto Oggiaro.

“La prima volta che ho incontrato il blues fu quando mi portarono qui su una nave. C’erano uomini su di me e molti altri usavano la frusta…adesso tutti vogliono sapere perchè canto il blues” ha dichiarato più volte B.B. King, l’unico e vero portavoce di questa musica così genuina e sanguigna anche se dobbiamo risalire al 1619, anno in cui le prime navi raggiunsero “l’oltreoceano” con il loro triste fardello umano. Il blues è dunque l’espressione spontanea di sentimenti e pensieri rivolti a esprimere rabbia, dolore, nostalgia ma anche allegria, semplicità affetto e amore…( pensiamo alla spensieratezza alla saudade di alcuni brani di bossanova, blues mascherati e adattati alla realtà carioca).
L’unico modo per poter capire questo mondo è quello di considerare la sua realtà di musica come un mix di emozioni, passioni e come un segnale forte del profondo malessere che accomuna la vita di tutti i disgraziati e non… che popolano le nostre metropoli in cui regna sovrana la nevrosi… e il mercato del libero sfruttamento!

La storia del blues, nei vari surrogati rock,soul, rhitm’n’blues, funky e persino nel free jazz continua a vivere e come disse infine Johnny Shines “tutto è nato dal blues, tutto al blues ritorna”, un’affermazione un po’ presuntuosa, forse integralista (non dimentichiamoci degli spiritual e dei gospel come canti di preghiera e forte fede per il riscatto del popolo nero), che testimonia di una musica eterna, in perenne divenire, ultimamente sfruttata anche commercialmente, ma anche indice del livello di insoddisfazione e disagio che, dopo secoli, continua ad accomunare tutti coloro che sono alla ricerca di un mondo più giusto e in attesa di una rivoluzione che cambi i connotati sociali e culturali del nostro mal di vivere, poesia infine di un mondo del tutto particolare che raffigura la realtà a cui si ispira, con semplicità, commozione e realismo…

La metrica del blues

Il termine “blues” deriva, con ogni probabilità, da un’espressione ripresa dagli inglesi “to have the blues” che significa “essere triste,depresso”.Il testo si articola in versi di tre strofe in cui le prime due si ripetono. Lo schema musicale classico (AABA) è composto da dodici battute divise in tre frasi da quattro battute e da tre accordi fondamentali (un blues in LA è composto dagli accordi LA-RE-MI). Viene spesso usata la “scala pentatonica” che più si adatta ad essa. Infatti, l’alterazione del terzo, talvolta del quinto, e settimo grado della scala diatonica genera il cosiddetto “effetto blue note”, caratteristica del blues. Questo effetto, ripetuto in successione, crea la tensione “blue” caratteristica peculiare di questo genere musicale. Il sound blusy viene anche dato dall’alterazione degli accordi (es:LA9-RE9-MI9). Questo è lo schema classico del blues che tuttavia viene spesso modificato a seconda del modo di suonare dell’artista creando diversi stili e forme di blues. Per quanto riguarda i testi, essi raccontano le vere storie di vita, spesso degli stessi artisti, che vanno dalla tristezza alla malinconia, ai tradimenti, alle polemiche e alle denunce. Sono, ad ogni modo, sempre storie di vissuto reale quotidiano.

21 pensieri su “Poesia e musica

  1. elio-c

    Molto interessante, immagino però che quella dicotomia (abbozzata) fra musica colta e musica leggera sia stata definita dalla parte “colta” della campo musicale: mi sembra più distintiva (ragione/facoltà superiori/consapevolezza vs corpo/disattenzione/incoscienza) che non esplicativa. Penso che l’appello al corpo (più o meno lungamente preparato dalle pratiche) sia essenziale per tutta quanta la musica, e che tutta quanta la musica possa venire usata come musica d’ambiente (eccetto forse quella che per sfuggire ad una tale possibilità rinuncia del tutto ad esser musica) o al contrario essere fatta oggetto di attenzioni “filologiche”, modificando la “fruizione” attraverso la consapevolezza delle dinamiche (storiche e concettuali) del campo in cui essa trova origine, e alle quali fornisce risposte.

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  2. fabry2007

    anch’io avevo pensato ad un’estensione di questo tipo. puoi dirci qualcosa di più al riguardo, marco?
    ciao
    fabrizio

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  3. toporififi

    Mi sembra che in questo post si siano gettate le basi per la formulazione di un colossale fraintendimento, per non dire mistificazione.
    L’idea stessa di musica colta e musica leggera come distinzione è assurda, a meno che qualcuno mi spieghi che tipo di musica possa essere la musica indiana, o il qawwal o il fado, la musica rebetica, la tradizione musicale nordafricana o il blues, per toccare l’argomento che apre questa impresa titanica.
    Infatti l’idea di fare una wikipedia ideologica della musica di per se non mi piace, come non mi piace la definizione che qui è stata data del blues.
    ” i tempi nei quali chi cantava e suonava il blues campava alla giornata, con la schiena spezzata raccoglieva il cotone, si fermava a ubriacarsi nelle locande, poi saltava su un treno merci e partiva per il Nord dove, eterno emigrante, cercava di esistere giorno dopo giorno, un lavoro saltuario e mal pagato nelle fabbriche, altro stop nei bar e nelle taverne dove cercare un po’ di sesso (tema spesso ripreso nei primi canti di inizio novecento) alleviava le pesanti giornate in fabbrica, anno dopo anno con l’industrializzazione che reclamava i nuovi rapporti di produzione e il lento abbandono dalle sconfinate piantagioni del Sud.”
    Sembra di sentire Ed Sullivan che presenta uno show di James Brovn: “è nato in Caroline del sud, ha raccolto il cotone e cantava i gospel…”
    Questa è una visione che oltre ad avere una connotazione ideologica piuttosto ingenua è fuorviante per capire di cosa si parla; ridurre il blues al canto dei poveri negri sfruttati significa recidere quelle radici che ne fanno un universo irrisolvibile in categorie commerciali come “colto” o “leggero”.

    Ma ci sono altre chicche: “La comprensione di musica e poesia comunque non può prescindere dalla conoscenza della vita dell’artista, della società in cui ha vissuto e lavorato, dalle passioni personali, ecc. ossia in generale dal “momento storico” e dai “momenti psicologici” in cui l’opera d’arte è stata concepita e generata, allargando il significato di storia alla cultura in tutte le sue forme.”
    Sarebbe a dire che se non so quale sia la storia personale di John Coltrane, la tecnica musicale usata e cosa è stato suonato prima e dopo non sono in grado di apprezzare la sua musica? ma cosa devo fare quando ascolto un disco? devo leggere le didascalie dove si dice: ecco qui cita il tale, qui si sente la drammaticità della condizione dei neri, qui risuonano le orchestrine che ascoltava da giovane? Lo stesso vale per Mozart o per Nusrat Ali Khan, Vassilis Tzitsanis, per Luigi tenco o Mina che è sempre stata risevatissima sulla sua vita privata?
    Mi sembra che questo metodo storico critico possa servire alla meglio a colorare di istanze culturali o ideologiche o a schedare in cassetti arbitrari un universo che è inadatto alla classificazione o Che comunque che non ne trae vantaggi.
    Certo; barocco, rinascimento, romanticismo, sono criteri storico stilistici che possono servire a studiare, così come swing, bebop o hardbop sono periodi di riferimento in cui si fanno rientrare tipologie generali del jazz.
    Ma serve per ascoltare? o meglio; è fondamentale per l’ascolto?
    Io dico di no, ma si possono discutere i gradi dell’approfondimento e una buona informazione è sempre interessante, ma come conseguenza, mentre mi sembra che qui si dia come griglia necessaria ad entrare nella musica e secondo me nulla è più stupido che affrontare un’esperienza con idee e schemi preconcetti.

    Come ho detto possiamo discuterne, ma per carità, non su basi come questa:

    “MUSICA COLTA: ha effetto sulla ragione e reclama attenzione dalle facoltà superiori della mente – perciò è musica da ascoltare

    MUSICA LEGGERA: ha effetto sul corpo, disponendolo a particolari stati emotivi (di solito all’ebbrezza e all’allegria), ma non reclama affatto l’attenzione cosciente – perciò è musica d’atmosfera come parte della musica d’autore.”

    Ho sentito un brivido di orrore leggendola.

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  4. Marco Saya

    Innanzitutto ringrazio Fabrizio per l’ospitalità. Leggerò attentamente le varie osservazioni pervenute.

    Primo flash…

    @Toporififi, nessuna wikipedia o presunta nuova enciclopedia della musica, nessun schema preconcetto, nessuna mistificazione, solo un working -in- progress. Non ti piace l’idea che è stata data del blues? Ti suggerisco,allora, la lettura di Joachim Ernst Berendt “Il Libro Del Jazz”, 1979, Garzanti Vallardi, una delle bibbie-pietre-miliari riconosciute in materia. La storia personale di molti musicisti jazz ha, al contrario, influenzato pesantemente il loro modo di suonare, citavi Coltrane, potremmo citare Parker, Davis e tanti altri. Momenti storico-politici ben identificabili hanno poi influenzato la nascita di movimenti come il r&r, sino ad arrivare a un certo tipo di musica cantautoriale-colto-poetica alla Dylan o alla Baetz. Sinceramente ho sentito anch’io un brivido di orrore e stupore a leggere le tue argomentazioni. Su un concetto di “musica colta” torneremo più volte. Con musica colta intendiamo (non lo dico io) tutta la musica classica, quella parte della musica jazz che si è ispirata nell’uso strumentale alla classicità europea e parte della musica d’autore cantautoriale dove i testi sono predominanti sulla parte suonata. Caro Toporififi la musica come le poesia ha delle proprie forme, metriche e codifiche. Chiaro questo concetto?

    Un saluto
    Marco

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  5. Marco Saya

    Dimenticavo:

    “Sembra di sentire Ed Sullivan che presenta uno show di James Brovn: “è nato in Caroline del sud, ha raccolto il cotone e cantava i gospel…””

    Ma era proprio così caro Toporififi, hai mai letto nella tua vita un testo blues? o ascolti solo Ramazzotti e la Pausini?

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  6. elena f.

    @ non te la prendere marco.
    il fatto è che in un tempo di ideologie avanzate( termine volutamente ambiguo) ciò che l’ideologo proprio non può accettare è che ci sia
    un campo teorico in grado di discutere, criticare, approfondire, cercare, per poter ancora creare. un campo culturale, dove non si coltivino soltanto le proprie idee riduzionistiche di ogni possibile incontro scientifico e teorico sull’arte, ma dove tutto sia ridotto alla semplice fruizione.
    es: cosa devo fare quando ascolto un disco?
    nulla se il disco è un semplice strumento di sottofondo, molto invece se il mio ascolto cerca di andare dentro il testo (textum, tessuto musicale) solo nel secondo caso diventa chiara la distinzione fra musica colta e musica leggera. perchè solo nel secondo caso,nell’ascolto emergono le differenze.
    evidentemente c’è ancora molto da fare per educare le orecchie e le coscienze di quelli che pensano che la musica sia tutta uguale solo perchè fatta di suoni. come se ascolare un usignolo o una cornacchia fosse la stessa cosa che ascoltare un concerto di chopin o un opera di alban berg. l’effetto immediato forse è lo stesso, melodico uno, stridente l’altro. la differenza si coglie solo nella profondità.
    complimenti a marco.
    ciao
    elena f.

    Rispondi
  7. elena f.

    scusate, correggo :
    un campo dove non si coltivino solo le proprie idee riduzionistiche di ogni incontro scientifico e teorico sull’arte e dove tutto sia ridotto alla semplice fruizione.
    così mi sembra piu’ chiaro.
    elena f.

    Rispondi
  8. Smilla

    Non mi pronuncio sulla differenza fra musica colta e musica leggera non ne so abbastanza,non sono un’addetta ai lavori. Ma condivido assolutamente l’idea che conoscere l’autore di un testo musicale, il suo contesto storico e le sue motivazioni in campo musicale cambino radicalmente l’ascolto di un brano! Come avviene già anche in campo letterario e nell’arte figurativa! Se io ascolto il blues sapendo tutto ciò che riguarda la vita degli afroamericani in quel periodo, quello che significava per loro cantare, i loro desideri, le loro sofferenze capirò di più ogni nota e nell’ascolto sarò più partecipe delle loro suggestioni, dei loro sentimenti per una via molto più approfondita e appagante! Avrò quasi un processo di autoidentificazione che senza sapere nulla non potrei mai avere! Posso ascoltare senza sapere e comunque apprezzare ma non sarà la stessa cosa! Tanto è vero che quando apprezziamo un’autore istintivamente vogliamo saperne di più e godiamo nel farlo! E’ persino semplice no?
    Grazie Marco e saluti

    Rispondi
  9. Marco Saya

    @ Ciao Elena e grazie per il tuo contributo. L’ascolto? Sono d’accordo con quello che scrivi. Quando “sento” Leonard Cohen o Fabrizio De Andrè, ad esempio, e tornando al tema di questo post l’affinità tra poesia e musica è appunto rintracciabile nella canzone d’autore, la quale – al di là dell’irrinunciabile supporto musicale – si serve di molti espedienti che appartengono alle tecniche e alla struttura della poesia, quali il verso, le rime, le assonanze, le diverse figure retoriche (metafora, iperbole, similitudine, ecc.). Ci sono, poi, diversi modi di fruire o di “orecchiare” un prodotto musicale. Quando ascolto,da musicista, un qualsivoglia brano di jazz cerco di capire quali sono le armonie utilizzate, le scale, le tonalità concatenanti e i processi compositivi che creano l’assieme portante della struttura. Come posso, invece, e tu l’hai ben sottolineato utilizzare un sottofondo per altre finalità. Tornando alla musica d’autore può infine avere qualche ingrediente comune alla musica colta intesa come ricerca culturale delle proprie origini storiche e la musica colta di Cohen, ad esempio, potremmo immaginarla come la composizione di una poesia di un autore che scrive su un pezzo di carta e lascia agli altri il piacere dell’ascolto…

    Marco

    Rispondi
  10. Marco Saya

    @ Ciao Smilla e grazie per il passaggio. Condivido completamente quello che hai scritto e che ,in parte ,completa il tuo ragionamento nel mio post di risposta ad Elena.

    Un caro saluto
    Marco

    Rispondi
  11. toporififi

    Benissimo, il libro del jazz, il manuale delle giovani marmotte, un libro molto interessante per approfondire alcuni aspetti del mondo del jazz, come no, ho letto anche Polillo, Roncaglia, qualche autobiografia, e le note di copertina di tutti i miei dischi, Un paio di migliaia, letti e soprattutto ascoltati mille volte, come ho ascoltato musicisti suonare e parlato con loro, come suono uno strumento e anche questo mi serve a capire, ma per carità, non datemi del “fruitore” perchè sarebbe sbagliato.
    Se l’approfondimento è un valore, e lo è, allora chiedo che quello che ho scritto venga letto con meno superficialità di come è stato fatto, un conto è leggere i libri per capire la musica e questa è una categoria del razionalismo ideologico più datato, un altro è informarsi circa l’esperienza che si è fatta dell’ascolto, come della lettura.
    Io contestavo il metodo a partire dai risultati, se mi dici che il blues è una forma di 12 battute su tre accordi, puoi anche dirmi che il dialogo tra un saxofonista e una cantante è una metafora sessuale, mi stai dicendo una banalità che mortifica l’oggetto del discorso.
    Se invece vuoi discutere se effettivamente questa formuletta dei tre accordi e delle none o della pentatonica sia una sovrapposizione avvenuta per motivi discografici e commerciali da una parte e accademici dall’altra, sei invitato a casa mia dove posso farti ascoltare le fonti vere, cioè con dischi e stumento alla mano e ti dimostro quanto sia inconsistente per capire un atomo del blues.
    Lo stesso vale naturalmente per tutta quella musica che non è contemplata dal sistema temperato occidentale che congela in dodici note l’universo musicale, ma se il work in progress progredirà senza binari troppo stretti avremo modo di parlarne.
    Saluti cari
    Mario

    Rispondi
  12. Marco Saya

    @ Elio e Fabry

    Un compositore russo di nome Schnittke passò nella prima metà del 900’ ad un nuovo stile che fu definito “polistilismo”, dove musica di differenti stili tradizionali e contemporanei erano giustapposti in stretta prossimità (il compositore una volta scrisse: “Lo scopo della mia vita è unificare musica colta e leggera, anche se per farlo dovessi rompermi l’osso del collo”). Se pensiamo, ad esempio, a quanto un Mozart o gli studi di Paganini siano stati ripresi in chiave pop allora questa dicotomia, Elio e Fabry, tende ad assotigliarsi in modo sempre più marcato. La questione è sempre la medesima: “storiografare” i più diversi fenomeni musicali e ,dove ciò sia possibile, definire dei parametri di storicità “univoca”. Questo passaggio è, in progress, per quello che concerne una canonizzazione della musica-colta-leggera. Far digerire il fatto che la musica di Ray Charles sia equipollente alla Traviata non è semplice…

    Rispondi
  13. Marco Saya

    @ Mario

    “Io contestavo il metodo a partire dai risultati, se mi dici che il blues è una forma di 12 battute su tre accordi, puoi anche dirmi che il dialogo tra un saxofonista e una cantante è una metafora sessuale, mi stai dicendo una banalità che mortifica l’oggetto del discorso.”

    Mario, il mio era un semplice esempio, sappiamo entrambi che le 12 battute sono la base! Quando vai a scuola di musica, ho,poi, insegnato per diversi anni, la prima cosa cosa che spieghiamo è proprio l’accordo di tonica, di quarta giusta e di quinta applicata a un blues “elementare”.

    Ma se la formuletta dei tre accordi la applichi, ad esempio, al notissimo brano in tre/quarti “all blues” di Davis saprai che il sistema temperato delle 12 note viene “superato” in questo pezzo così come la diatriba accademico-commerciale.

    Un saluto
    Marco

    Rispondi
  14. fabry2007

    grazie a Marco per aver aperto un interessante dibattito. Mario è un po’ burbero ma stimolante. personalmente, se so qualcosa di più, ascolto meglio. ricordo quando seppi della fase alcolista di De André. all’improvviso ho capito un sacco di cose. oltre alla famosa canzone che scrisse completamente ubriaco.
    fabrizio

    Rispondi
  15. Marco Saya

    @ Fabry

    De Andrè amava frequentare le figlie delle prostitute, fare a sassate, costruire un rifugio per gatti randagi, quasi una metafora di quei derelitti che affollano le sue canzoni. E leggere i letterati “maledetti”, come Villon e Dostoevskij.
    Scomodo rispetto alle aspettative dei genitori che lo volevano avvocato, scomodo per i testi delle sue canzoni che parlano di “nomadi, ladri, briganti, puttane, assassini” e scandalizzavano i benpensanti.

    Marco

    Rispondi
  16. Giovanni Soriano

    Che bel dibattito. Qui si respira aria pulita. Finalmente un angolo di web dove la calma e la gentilezza dominano. Come ho scritto anche sopra: vi ringrazio e complimenti.

    Rispondi
  17. vocativo

    e come direbbe un mio caro amico:

    “…un dolore lancinante allo stomaco quando si passa dalla tonica alla quinta”

    🙂

    non potevi non partire dal blues, tu!

    Rispondi

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