di Gian Ruggero Manzoni

L’amico e filosofo faentino Enzo Melandri (oggi scomparso, già docente all’Università di Bologna), fra gli estimatori del mio scrivere e ragionare (ha prefato i miei primi libri di poesia), aveva un carteggio, ahinoi da lui distrutto prima della morte, con il collega francese Gilles Deleuze. Da Enzo ho imparato ad amare Deleuze, seppure lontano dal mio modo d’intendere la ragione e l’essere in essa, ma non per questo uomo di grande acume.
Critico dello strutturalismo e della psicoanalisi, egli propose una pratica filosofica concepita come continua creazione di concetti in costante dialogo con il Fuori del pensiero. Nacque a Parigi il 18 gennaio 1925. Il padre, d’origine provenzale, era ingegnere, la madre (Odette Camauer) casalinga, entrambi di estrazione borghese e di orientamento conservatore. Una famiglia di destra, ostile alla politica di Léon Blum e di sentimento antisemita, la cui condizione economica peggiorò a causa della crisi fra le due guerre. Deleuze sfuggì, così, alla tradizione delle scuole cattoliche private e frequentò le scuole pubbliche. Durante l’invasione tedesca egli e il fratello furono trasferiti a Deuville (Normandia), luogo di villeggiatura frequentato dai suoi genitori. Qui Deleuze frequentò il liceo per un anno e conobbe il giovane professore Pierre Halbwachs, che lo indirizzò al piacere della letteratura durante lunghe passeggiate fra le dune. Il fratello più grande, arrestato per attività partigiana, morì sul treno che lo portava ad Auschwitz. Deleuze frequentò il liceo Carnot fino al baccalaureato, dove insegnò anche Maurice Merleau-Ponty, ma non nella sua classe. Spesso, il filosofo francese, ricordò di lui lo sguardo malinconico con cui guardava l’androne durante gli intervalli fra le lezioni. Il suo professore di filosofia era invece Vialle, di cui apprezzava molto le lezioni. È in questi anni che inizia a leggere testi filosofici. Nel 1943 Deleuze, particolarmente scosso dalle vicende di Oradour (dove i nazisti e i fascisti francesi compirono una delle stragi di civili più folli e sanguinarie della seconda guerra mondiale), conobbe Michel Tournier, di un anno più grande di lui, studente al liceo Pasteur, che diventerà altro intellettuale di primo piano nella Francia degli anni ’50. Spinto da Tournier, Deleuze si iscrisse alla Sorbona nel 1944 (la sua classe sarà esentata dal servizio di leva per la Liberazione). I suoi professori furono Alquié, Hippolyte, Canguillhem, de Gandillac. Durante l’università conobbe François Châtelet e Michel Butor. Nel 1947 ottenne il Diplome d’Etudes Supérieures con una tesi su Hume, che poi fu pubblicata nel 1953 con il titolo “Empirismo e soggettività. Saggio sulla natura umana di Hume”, affrontando la questione del processo di costruzione di soggettività. In questi anni dedicati allo studio dei testi classici per la preparazione del concorso per l’insegnamento, Deleuze scoprì Sartre, il filosofo contemporaneo che ammirò di più. Ottenne l’abilitazione in filosofia nel 1948 e, fino al 1957, insegnò per quattro anni al liceo di Amiens, per due anni al liceo di Orléans e per due al liceo Louis-le-grand a Parigi. Nel 1956 si sposò con Fanny (Denise Paule) Grandjouan, ebbero due figli, Julien (1960) e Emilie (1964). Nel 1957 ottenne un posto come assistente di Storia della filosofia alla Sorbona. Partecipò all’opera di Storia della filosofia diretta da François Châtelet. Tre anni dopo lavorò come ricercatore per il CNRS fino al 1964, quando ottenne la prima docenza alla facoltà di Lione, che lascerà nel 1969 per insegnare all’Università Paris VIII di Vincennes. Nel 1962 uscì il suo “Nietzsche e la filosofia”, rompendo un lungo silenzio. Questo studio di Nietzsche contribuì, insieme al testo pubblicato da Heidegger l’anno prima, alla riscoperta dei temi nietzscheani nel dibattito filosofico. A differenza di Heidegger, Deleuze promosse un’interpretazione di Nietzsche come filosofo dell’avvenire che rivendica contro la metafisica la creazione di valori nuovi. Sempre nel 1962 Deleuze incontrò Michel Foucault. Fu l’inizio di una grande amicizia intellettuale. Deleuze scrisse il primo articolo su Foucault nel 1970, nello stesso anno Foucault scriverà su “Critique” il celebre motto: “un giorno, forse, il secolo sarà deleuziano”. Deleuze commenterà, perplesso, di non sapere se tale invito fosse più comico o più preoccupante. Con Foucault egli dividerà l’impegno nel GIP (Groupe Information Prison, costituitosi nel 1969) e gli esperimenti didattici a Vincennes, Paris VIII. L’anno successivo pubblicò “La filosofia critica di Kant”, in cui affrontò la dottrina delle facoltà. Deleuze definirà questo studio come: “il suo unico libro su di un nemico”. Nel 1964 pubblicò “Marcel Proust e i segni”, fu la prima opera scritta sulla letteratura che contiene numerosi spunti filosofici, dal Corpo senza Organi al confronto necessario con il Fuori del pensiero, temi che Deleuze esplorerà nei testi successivi. Da Proust a Bergson il passo fu breve, e l’anno dopo affrontò la questione di come si imposta un problema filosofico ne “Il bergsonismo”. Nel 1967 pubblicò uno studio sull’opera di Sacher-Masoch, “Il freddo e il crudele”, in cui criticò l’analisi psicoanalitica del sadismo e del masochismo. Nel 1968 discusse e pubblicò la tesi di dottorato principale “Differenza e ripetizione”, diretta da M. de Gandillac, e, quella complementare, “Spinoza e il problema dell’espressione”, diretta da F. Alquié. In “Differenza e ripetizione” Deleuze pone il problema della differenza sganciandolo dalla sua tradizionale relazione con l’identità e la negazione. La differenza è affermazione, ossia creazione, motore positivo di una ripetizione che torna per affermare solo il differente. Ma per essere tale la differenza deve essere pensata e tracciata nell’immanenza. Il filosofo poi raccontò di aver scritto “Differenza e ripetizione” in un momento in cui si sentiva bloccato nella storia della filosofia e nella costruzione verticale dei suoi problemi. L’esperimento orizzontale si compì l’anno successivo con “Logica del senso”, libro denso in cui affrontò la teoria del senso e il suo legame con il non senso attraverso un fitto dialogo con gli stoici, Lewis Carroll, Antonin Artaud, Francis Scott Fitzgerald, Lacan. Costruito orizzontalmente, mediante una disposizione seriale dei concetti e dei problemi, “Logica del senso” rappresenta, per me, uno dei testi teoreticamente più importanti di Deleuze. Il 1969 fu l’anno dell’incontro con Félix Guattari, psicoanalista, allievo di Lacan, impegnato nell’esperienza della Clinica di La Borde. Insieme scriveranno numerosi saggi. Deleuze parlerà del loro sodalizio intellettuale riferendosi alla coppia Bouvard e Pecuchet, ricordando con piacere che curiosamente era stato proprio Guattari ad allontanarlo dalla psicoanalisi. Il 1969 fu un anno di intensa attività politica nonostante i gravi problemi polmonari che lo costringeranno, anche, a una delicata operazione. Deleuze aderì al GIP, al cui interno conobbe vari esponenti maoisti, prese posizione pubblicamente per la causa palestinese, entrò in contatto con i movimenti omosessuali (FAHR) e con l’Autonomia italiana, in particolare a Milano, dove incontrò, anche, alcuni esponenti dell’antipsichiatria. L’attività militante confluirà nell’elaborazione di una teoria nuova, quella del desiderio inteso come forza direttamente sociale e storica. Insieme a Guattari, Deleuze imposterà questo discorso del desiderio affrancato dal bisogno e inteso unicamente come produzione, flusso tra i flussi, ne “L’anti-Edipo” (libro culto della mia generazione). Pubblicato nel 1972, il volume provocò un dibattito acceso dividendo la critica in due. Liberando il desiderio dalla mancanza e dal bisogno, Deleuze e Guattari si liberano dell’influenza esercitata dalla psicoanalisi e dal marxismo e ricostruiscono la storia dell’Edipo nelle società primitive attraverso la lettura di materiali etnologici e antropologici. Il risultato di questa operazione complessa, in cui si mescolano le sperimentazioni filosofiche di Deleuze e le ricerche linguistiche di Guattari, consiste nella messa a punto di una teoria del desiderio che possa fare a meno del soggetto, inteso come proprietà dell’Io, e del corpo concepito come totalità organica. Prendono forma ne “L’anti-Edipo” alcuni nodi teoreticamente importanti come il Corpo senza Organi, ossia la pratica del desiderio come esperienza del limite del pensiero e della materia; il concatenamento, l’unità minima di un reale che si dà sempre nella molteplicità; la macchina desiderante, motore immanente che percorre il piano tracciato dal desiderio disegnando nuove forme di aggregazione. Riferimento costante e implicito de “L’anti-Edipo” è il pensiero di Spinoza, a cui Deleuze ha dedicato un altro testo pubblicato nel 1970, appunto “Spinoza. Filosofia pratica”. In questo si concentra, soprattutto, sulla teoria degli affetti delineata nell’ “Ethica” mettendo in risalto la scomparsa di un soggetto trascendente rispetto alle passioni che ne scuotono la carne e i pensieri. Nel 1975, Deleuze e Guattari pubblicarono un altro libro insieme, questa volta dedicato alla creazione dal punto di vista linguistico e letterario, intitolato “Kafka. Per una letteratura minore”. Attraverso il concetto di letteratura minore i due autori promossero una lettura innovativa del rapporto fra maggioritario e minoritario. Una lingua minore possiede una carica eversiva tale da incrinare, attraverso balbettii e slittamenti sintattici, la lingua maggiore. L’opera di Kafka appare quindi emblematica per l’erosione comica e deflagrante del tedesco. Ne consegue che è possibile creare solo mediante operazioni minoritarie capaci di produrre linee di fuga dal maggioritario che blocca ogni divenire. L’anno successivo Deleuze e Guattari pubblicano “Rizoma”, anticipazione di un’opera che uscirà solo quattro anni dopo, “Mille piani”, seconda parte de “L’anti-Edipo”. Ispirati dalle ultime scoperte neurologiche, i due intellettuali utilizzarono un riferimento botanico (il rizoma è infatti la radice degli iris) per elaborare una pratica di pensiero aperta e interamente percorsa dal molteplice. Non si tratta di un modello, ma della costruzione di un sistema privo di centro e di gerarchie che ne regolino le relazioni fra gli elementi che in esso circolano. Il rizoma è una mappa dalle innumerevoli direzioni, ognuna delle quali può essere percorsa e abbandonata nel momento in cui non produca più nuove aggregazioni. “Mille piani”, pur conservando una presenza cartacea, sarà costruito, appunto, come un rizoma. Nel 1981, in occasione della personale del pittore Francis Bacon a Parigi, la casa editrice che si occupò del catalogo completo delle sue opere, commissionò a Deleuze una breve introduzione. Il testo, pubblicato con il titolo “Francis Bacon. Logica della sensazione”, è, in realtà, un denso trattato dell’estetica baconiana. Subito dopo Deleuze affrontò il tema dell’immagine dal punto di vista cinematografico in due ricchi volumi in cui l’analisi rigorosa delle riprese si mescola alla concezione bergsoniana del movimento e del tempo. Il primo volume, “Cinema 1 – L’immagine-movimento” sarà pubblicato nel 1983, mentre il secondo “Cinema 2 – L’immagine-tempo”, due anni dopo. Il 25 giugno 1984 morì Michel Foucault. Deleuze lesse, durante l’orazione funebre, un brano del suo libro “L’uso dei piaceri”, pubblicato qualche giorno prima. L’anno seguente Deleuze scriverà un libro su Foucault, un omaggio di cui aveva bisogno perché: “quando qualcuno che si ama o che si ammira, muore, si ha spesso il bisogno di fare un disegno di lui. Non per celebrarlo, tantomeno per difenderlo o per la memoria, ma piuttosto per tracciare quella somiglianza ultima che non può che venire dalla morte, e che fa dire: è lui!”. Nel 1987 Deleuze lasciò l’insegnamento, l’anno dopo pubblicò “La piega. Leibniz e il Barocco”, in cui delineò una concezione della materia e della percezione attraverso il modello estetico della piega. Nel 1991 pubblicò l’ultimo libro scritto con Guattari, “Che cos’è la filosofia?”, interessante trattato sul fare filosofia intesa come attività di creazione dei concetti. Félix Guattari (che conobbi a Bologna, che incontrai quindi a Parigi e che nel 1985 scrisse la postfazione al mio “Seth”) morì l’anno successivo. Nelle ultime interviste Deleuze confidò di voler scrivere su “Il capitale” di Marx, ma la sua condizione di salute peggiorò gravemente. Morì la notte del 4 novembre 1995, lanciandosi dalla finestra del suo appartamento che si trovava nel XVII arrondissement.

Gentile Gian Ruggero Manzoni
Il suo pezzo è doveroso, ricorda dei grandi. Volevo chiederle però, perché Réné? Era il vero nome di Deleuze – non Gilles quindi – oppure è un suo errore?
Su Melandri è un dovere approfondire, perché è uno dei pochissimi grandi che abbiamo avuto – l’altro grande, grandissimo e dimenticato perchè non assunse mai posizione politica di destra/sinistra che fu uno dei pochissimi che guardava il presente con occhi di vera durezza è stato Colli. Sa perché bruciò il suo carteggio con Deleuze?… Vorrei domandarle poi se sa se all’università di Bologna si trovano ancora in archivio dispense di Melandri o altro materiale informe, m’interessano a livello personale…
Sul francese ancora, LOGICA DELLA SENSAZIONE secondo me è da considerarsi una delle cose più profonde e ricche mai comparse nel panorama culturale – dello stesso avviso è stata gente come Bene e Perniola… ma anche una grandissima cosa è CRITICA E CLINICA, ed. per R. Cortina ed. Serie di saggi sciolti da ogni vincolo di struttura etc.
Lui voleva lavorare a qualcosa sul Capitale, con Guattari e avrebbe pubblicato la cosa credo quasi contempraneamente a SPETTRI DI MARX (lo ricorda lo stesso Derrida)… ma allo stesso tempo si interessava anche ad altri progetti (da qualche parte lessi che ci sono bozze di un suo progetto sull’ATTUALE E IL VIRTUALE etc..
E però spesso non si sottolinea mai l’apporto di Guattari: effettivamente loro furono un caso e una eccezione rara, perché davvero scrivevano in due e spesso magari l’apporto dello psicanalista risultò, come è probabile, anche più decisivo in alcune opere che in altre…
Gianluca Pulsoni
Caro Pulsoni grazie del commento. Il nome intero di Deleuze era Gilles Louis Réné. Gli amici lo chiamavano, intimamente, Réné. Cmq ho corretto, visto che tutti lo conoscono come Gilles (ed io non posso fregiarmi di essergli stato amico, ahime!). Mia leggerezza; il guaio è che scrivo sempre in preda all’insonnia e alla malanotte, quindi questi ‘trasferimenti-trasporti’ spesso mi prendono. Ne vado soggetto, seppure sempre sostenuti da una verità. Poi prima di questo pezzo ne avevo redatto un altro dedicato a Réné Guenon per una rivista di Roma, ecco anche il ‘bisticcio’ su quale nome di battesimo (di Deleuze) usare. Cmq, spesso, nelle lettere di Guattari o di Foucault, a lui indirizzate, i due suoi amici iniziavano con Mio caro Réné.
Riguardo Melandri, bisogna domandare alla Facoltà di Magistero di Bologna, dove aveva cattedra, negli archivi di sicuro c’è materiale; noi lo andavamo ad ascoltare là (…seppure studenti del DAMS, ma le sue lezioni erano a tal punto seguite, negli anni ’70, quando, anche, tenne cattedra a Trieste, che, per poter entrare in sala, si faceva la fila fin dal primo mattino, visto che come uditori venivano non solo ragazzi che seguivano studi umanisti, ma anche, per dire, da Medicina – del resto Enzo, in quegli anni caldi, era uno dei pochi docenti che l’Autonomia rispettava e lasciava parlare – nel ’77 mediò anche, e più volte, coi Comitati).
Non si sa perché Enzo abbia bruciato tutto il suo carteggio con Deleuze, Guattari, Foucault, Popper, Feyerabend etc. tenuto in lingue madri (Enzo parlava corretamente 4 lingue moderne oltre all’italiano + il greco antico + il latino + aveva rudimenti di aramaico – la lingua ebraica la snocciolava come fosse un rabbino). Di tale questione, del rogo, ne parlavo di recente col figlio Paolo, ma anche in famiglia non si sono mai spiegati il perché. Enzo non lo ha mai detto o lasciato scritto. E’ uno dei misteri che lo avvolgono, come l’essere sparito per oltre 15 giorni dopo aver detto che usciva per andare a comprare le sigarette (e non è una battuta). Poi tornò dopo due settimane pulito, sbarbato, vestito con gli stessi abiti di quando quella sera si era dileguato (non avevo preso l’auto, non aveva preso valigia, non lo si era visto in stazione, già i Carabinieri avevano diramato i comunicati di ricerca… e via così – e mai ha detto, neppure alla moglie, dove fosse stato. Bisognava prenderlo così).
Mi associo riguardo a Colli. Un altro grande.
SULL’ATTUALE E IL VIRTUALE posso confermarle che è vero quel che ha sentito dire. Anche Sherry Turkle lo ha confermato. Ovviamente virtuale nell’accezione estesa del termine… quindi ciò che riguarda anche lo strumento che ora stiamo usando.
Mi tenga informato delle sue ricerche. Se le sarà utile la posso mettere in contatto col figlio di Enzo, sebbene il padre sia morto quando lui aveva 15 anni.
Penso che sappia che Il Mulino ha rieditato “La linea e il circolo – Studio logico-filosofico sull’analogia” di Enzo Melandri, con un saggio introduttivo di Giorgio Agamben. Libro edito per la prima volta nel 1968.
Un saluto.
ovviamente: correttamente
La ringrazio molto.
Immaginavo che Réné fosse un suo nome…
Su Melandri come persona questi dettagli ne aumentano, in ogni modo, la ricchezza…
La ringrazio poi per la disponibilità: se ne avrò bisogno, le faccio sicuramente sapere se mi servirà incontrare il figlio – anche per un ritratto da stilare o far stilare da lui. vediamo come vanno a finire le mie ricerche.
Ma sicuramente la tengo aggiornato, se qualcosa si evolve e se riesco a produrne qualcosa…
Su LA LINEA E IL CIRCOLO… non è – forse mi confondo – edita da Quodlibet? Io mi ricordavo così, o forse ora è edita, l’opera, da tutti e due gli editori… ma cmq nell’introduzione di Agamben non si può che confermare quello che dice, che è una delle grandi opere filosofiche di sempre.
Gianluca Pulsoni
Confermo che è Il Mulino che ha (ri-)dato alle stampe il capolavoro di Enzo. Cmq, Pulsoni, sono a disposizione. Ricordare Enzo, per noi suoi amici (e suo amico lo sono stato, seppure lui maestro ed io allievo), è compito, oltre che testimonianza di un affetto che mai morirà.
Bello questo pezzo, documentato, didattico, divulgativo, ben scritto.
Riesco solo ora a vedere il blog dopo due giorni di assenza telematica. Apprendo solo ora della scomparsa di Enzo Melandri. Ottimo pezzo che mi invoglia ad approfondire il lavoro di un filosofo che conosco poco.
Un caro saluto
Grazie a Baldrus e a Luca. Ho ricevuto ora mail di Pulsoni che è intenzionato a fare un lavoro su Enzo. Mi fa piacere e gli auguro ogni bene. Io sono a disposizione.