SCRITTURE #3 FLAVIO ERMINI

“sono occhi le parole a cui il cielo è sottoposto”

“…sguardo interiore di chi, pur nell’inquietudine, è ancora a caccia di orizzonti” (1)

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FLAVIO ERMINI
(Verona, 1947)

Poeta, narratore e saggista, ha pubblicato per la poesia e la narrativa: Roseti e Cantiere (1980), Epitaphium Blesillae (1982), Thaide (1983), Idalium (1986), Segnitz (1987), Delosea (1989), Hamsund (1991), Antlitz (1994), Karlsár (1998), Poema n. 10. Tra pensiero (2001); per la saggistica: Il moto apparente del sole (2006), Antiterra (2006).

Dirige la rivista di ricerca letteraria “Anterem”, fondata nel 1976 con Silvano Martini. Fa parte del comitato scientifico della rivista di studi filosofici “Panoptikon” e della rivista di critica letteraria “Testuale”. Per Moretti&Vitali dirige la collana di saggistica narrativa “Narrazioni della conoscenza” e, con Stefano Baratta, i quaderni di psicoanalisi e filosofia “Convergenze”. Fa parte del comitato scientifico delle riviste “Osiris”, “Panoptikon” e “Testuale”.

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La poesia di Ermini è un multiforme soggetto in ascolto che (si) impone un dialogo incessante, una continua interrogazione. Ciò che emerge dal silenzio, dal prima del segno e della parola, è sguardo, uno sguardo che non razionalizza gli spazi (non solo verbali) della visione, ma li sconvolge, ne ridefinisce i confini. Uno sguardo che non si conforma all’immagine, ma la restituisce in forma di domanda, di perenne metamorfosi.
 
Poetica e poesia.

Tra pensiero e canto: nelle “aule in cui l’intendere e il sentire non sono separati”.

La parola destinata ad accogliere in sé, istituendole, alterità e identità, non conosce sospensioni, serenità, riposo. Seme e terra atta alla germinazione, in sé custodisce l’ombra che sta alle sue radici, impedendo alla costruzione poetica di configurarsi come una battaglia di suoni o di rifluire nell’amorfismo del dizionario. Avida e madre, percorre le aule in cui l’intendere e il sentire non sono separati, e il vedere è anche vedersi. Aule di una Wildniss incessantemente esposta a una minaccia; erosa e al limite della sommersione. Sempre inscritta in una situazione di emergenza. Straziata coscienza aurorale in cui la luce non sconfigge le tenebre, ma ne prosegue il cammino.

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Parole liminari, situate là dove visibile e invisibile si sfiorano, dove luogo e non luogo sono tangenti. Immagini atopiche, irriducibili a paesaggi e cose che già hanno un nome. Parole e immagini che non si esauriscono in prossimità dell’inscrutabile. La poesia sta in quel muoversi per piccoli barbagli luminosi, nell’innervarsi sempre diverso di forme in cui resta aperta la ferita del sentire originario ed è avvertibile il soffio della prima pronuncia.

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Una parola destinata a recuperare, nella costituzione di un senso che eccede la nominazione, la sua inaugurale possibilità di essere e dire. In essa gli opposti più non si escludono ma si richiamano. E’ la nostra ombra, con la quale siamo chiamati a coincidere. Ha il volto stesso dell’abisso ed è l’accesso al silenzio che tanto raramente viene consentito. Un silenzio destinato all’ascolto e alle voci, proprio come il deserto è destinato al movimento.

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I poeti dicono ciò che eccede la pura designazione delle cose, chiamando in causa differenza e relazione, No e Sì. Annunciano il rivelarsi del senso là dove la protezione manca e nulla è trattenuto nella qualità e nel calcolo. Un andare verso che Dante riprende, spingendo il suo Ulisse incontro all’abissale violenza del caos, dietro al sole, in un transito consentito da una parola non più collegata a un senso preesistente. Non c’è fine al visibile e non è detto che quanto resta da vedere si celi necessariamente nell’invisibile.

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Ogni nuova enunciazione poetica si compie secondo regole che sospendono i contratti lessicali, sintattici, semantici precedenti. Ma indica nello stesso tempo che il taciuto non è l’altro dal discorso, ma l’altro del discorso. E’ ciò che mai ha cessato di circolare in esso e, fin dall’inizio, lo ha travagliato dal suo interno. Impossibile quel sogno della ragione di potersi svincolare una volta per tutte da ciò che altera l’ordine del dire, dal dissimile che lo minaccia. (…) La scrittura, quale inscindibile coappartenenza di radice ed erranza, non si può trascendere. E qui sta l’impresa più rischiosa: va infranto il limite, e pure conservato. Poiché non ci si installa in un altrove della parola e del suo pensiero, che sia ancora parola e pensiero.

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Nel suo guardare che è essere guardata, la parola poetica incontra se stessa nelle sembianze di uno straniero. Si prepara alla produzione di senso. La questione è: come può trasformarsi nell’Altro che è, conservando le reciproche ragioni costitutive? La domanda si fa ancora più radicale con l’emergenza di ciò che all’Altro è più proprio: il suo tempo, di cui lo spazio metropolitano, nella definizione di passaggi e limiti tra discorso e antidiscorso, è un emblema. Le strade che portano all’incontro con l’Altro costituiscono il luogo esemplare dell’intreccio tra la parola poetica – impegnata a fondo nel confronto col fantasma delle proprie origini – e la realtà della propria trasformazione. (…) La parola poetica… chiede di accogliere come autentico ciò che è instabile, di allentare il troppo, aprire interstizi, creare zone di nulla e di vuoto, fino all’erosione di ogni fondamento.

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Parlare di quest’ora senza nome significa sfidare la lingua a divenire la lingua del dopo. A pronunciare il silenzio come tale. Consentendo alle parole di farsi puro significante del disastro del senso. E di crearsi un varco dentro il nucleo del più profondo ammutolire: non il senso che dia senso al niente, ma il significante che significhi il niente come tale. E’ la lingua del poema: dell’adesso, dell’incessante rotazione meccanica che caratterizza il presente. (…) Va radicalizzata l’esperienza di questo modo particolare di “abitare”, in un moto che ha come effetto il trascorrere da un vedere abituale a un altro modo di vedere. Uno scarto che non equivale a una variazione, a una deviazione di percorso, ma che esige un altro inizio.

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Oggi la poesia è assenso all’essere attraversato dal silenzio. E proprio di quel silenzio – in cammino verso il senso – costituisce una rivelazione.

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Ognuno dei passi che il poeta arrischia porta al vivo e originario soggiornare presso le cose, a cogliere la tonalità fondamentale della loro voce, a nominarla. (…) La parola ci chiama e ci interroga dal silenzio che essa stessa incarna e che alla fine costituisce il destino nel quale scopriamo di essere coinvolti. In un passaggio che attraversa e travalica il vissuto e il vivibile, fa nascere in noi una terza persona che ci spoglia del potere di dire Io e ci induce ad affrontare un volto sconosciuto. E’ dunque in qualche modo l’atto di coraggio e di rischio che ci consente di accedere al vero, che è al tempo stesso il piacere di pensare e l’emozione della libertà.

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Poesia non è la messa in scena di una realtà preesistente, esterna all’invenzione linguistica. Poesia è nuovo evento. Per questo il poeta da una parte custodisce il valore della parola, lasciando intatto il suo legame con il silenzio. E dall’altro favorisce le transizioni fra codici differenti (…) allo scopo di favorire una nuova relazione con la passione della verità. (2)

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Testi

Ur-Poema n. 4. Tra pensiero

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Letture

Questo modo di fare poesia produce una risonanza, non necessariamente legata alla pratica estatica; è un’esperienza a doppio versante, vera e propria metafora dei processi inspiratori/espiatori, in cui le parole conducono più lontano e ritornano all’uomo per far sì che esso parli. Non si tratta di opporre il vuoto al pieno, bensì di dare ascolto a ciò che avviene nello scambio di queste due polarità (“Quanto all’uomo, procede oltre l’orlo che si sgretola lungo il cammino due volte”); l’irruzione dell’uomo, la sua presenza improvvisa, non è la rottura radicale, “l’esistere non pensabile” di kierkegaardiana memoria, bensì la possibilità di un’esplorazione che consente di dipanare, attraverso il linguaggio, il filo dell’esistenza. Allorquando ciò avviene, rimettiamo in movimento ciò che avevamo interiorizzato; attraverso il linguaggio siamo disponibili a una diversa comprensione di quanto ci accade attorno, perché solo la parola, come scrive Foucault, “radica il visibile nelle cose”.

Si tratta di creare un nuovo ordito tra passato e presente, sino al punto di coniugazione dell’essere e del non essere; ecco perché le poesie di Ermini sono ulteriori stati di attraversamento rispetto al già detto, con l’urgenza di rendere visibile una diversa integrazione di vuoto e pieno, quindi tra soggetto e oggetto, in un gioco di identità e differenza che si ripete come negli specchi. Il senso si costituisce in base al riconoscimento dell’esistenza dell’Altro come percezione sensoria e l’aspettativa del linguaggio, in cui il poeta ripone la propria speranza, riguarda proprio questo nodo cruciale.

Lo spazio che viene fatto agire nei testi di Ermini è, quindi, quello di relazione tra il corpo e il mondo, cioè l’Altro per eccellenza. L’atto fisico dello scrivere è quello di una spoliazione, di una nudità di colui che scrive (“pieno d’ombra è il corpo che ai bordi dell’aria si sfalda”); se accettiamo la fragilità non come l’altra faccia della nostra o altrui potenza, ma quale elemento necessario di una mutazione (e parzialità), apriremo la strada verso altre possibili angolazioni in cui l’accettazione dell’Altro, del differente, sarà la componente necessaria della nostra identità.

Indubbiamente abbiamo qui una riflessione profonda sul significato poetico della parola, in cui il particolare autobiografico diviene silenzio e confessione; il paradosso di una poesia che pratica la realtà per rilevarne la sua assenza, ma che pone la figura del poeta ancora all’interno per accentuarne la sua esteriorità, il suo esserci – ma in dissolvenza – nel resto del reale. (3)

(Antonio Curcetti)

Senza concedere nulla né alla tridimensionalità del paesaggio né alla durata, Ermini risolve il magma, quell’indistinto spazio-temporale che da sempre spaventa la ragione, in un quadrivio di forze originarie dinamicamente colte nell’atto dell’aprirsi. Si tratta di un vortice che procede di sequenza in sequenza, in una serialità che, con minuscoli scarti documentati dalle singole ‘strofe’, addita heideggerianamente il “luogo del poema”, quel crogiolo alchemico, già avvicinato in “Antlitz” (1994) e in “Karlsar” (1998), in cui gli elementi della caducità (nascita, gesto, cenere, sangue, labbra, lingua, saliva, eccetera) vengono in essere attraverso la poesia ed in essa, senza soluzione di continuità, inesorabilmente scompaiono.

Nel “Poema n.10. Tra pensiero”, da un lato la parola nomina il destino dell’umano creaturale, polpa del divenire che tutto incenerisce, dall’altro essa addita una possibilità benefica fuori del tempo della successione, una forma potenziale dell’essere che pervade la caducità pur distinguendosi da essa, secondo una prospettiva ben esemplificata da Deleuze in “Differenza e ripetizione”: “Il lampo… si distingue dal cielo nero, ma deve portarlo con sé, come se si distinguesse da ciò che non si distingue. Si direbbe che il fondo sale alla superficie senza cessare di essere sfondo”. (4)

(Stefano Guglielmin)

E’ una poesia, questa di Ermini, che “rotola”. Come in preda a un momento angolare inestinguibile, allarga le sue braccia e semina germi, prototipi di idee che, nella stretta finale di ogni frammento strofico, si sviluppano e tentano, con verbalizzazioni cumulative, di schiarire il punto oscuro fra l’oggetto come questo si dà e la sua sostanza. Ogni oggetto è un risultato quasi aritmetico (se non geometrico, in un incrocio di vie) di progressive evoluzioni e relazioni, a partire dal “punto zero”, il vuoto, che è ciò che accomuna tutte le sostanze, biologiche e inorganiche che siano. Nella “confusione” delle sostanze, prive di specializzazioni in quanto elementi comuni in tutto l’universo e in tutti gli oggetti, il pensiero si innesta e relaziona, dà ordine, un perché, una consequenzialità. Ma è un pensiero che sembra non provenire da alcun “io”, tantomeno poetante. E’ un io-cosmo delle immagini a priori, col quale, la sensibilità ur-fisica più che metafisica del poeta, può entrare in risonanza. Rotola -dicevo- la poesia di Ermini, in quanto accartoccia e poi spiana l’oggetto, per un istante, e poi consegna lo sguardo ad altro; ma nulla viene gettato alle spalle: definito e indefinito (a volte il poeta procede con tono epifanico, altre volte si concede l’epochè) rimangono sparpagliati sul pavimento, apparentemente come sostanze indipendenti e autonome, ma con in comune appunto il suolo-universo; una babele orizzontale: confusione, sì, ma all’interno dello stesso sistema. E all’interno del sistema, appunto, fra gli orli sbrecciati degli oggetti, si innesta il pensiero, a rischiarare il vuoto fra i lembi. (5)

(Simone Lago)

Note

1. Antonio Curcetti, D’oro e silenzio è la lingua, in Flavio Ermini, Poema n.10. Tra pensiero, Roma,
      Edizioni Empirla, 2001.

2. Questi frammenti, da me liberamente antologizzati, sono tratti da: Flavio Ermini, Antiterra,  
       premessa di Marco Ercolani, Novi Ligure, Edizioni Joker, 2006.

3. Antonio Curcetti, op.cit.

4. Tratto da “Liberinversi” di Massimo Orgiazzi, commenti, novembre 2005.

5. Tratto da “Liberinversi”, cit.,
 
 

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terra di nessun luogo

forse un cielo dove l’eco si accampa tessitrice di corpi
erranza che trascorre in sonore florescenze senza rami
rosaspenta sul ciglio dell’alba s’interroga perché
precipita nel volo traversando lumi murati di tempo, poi
riappare ai viandanti devozione segreta di fiumi alla foce
specchio e linfa di stelle increate per il pasto dei morti
torna a essere inquieto simulacro d’attesa, la traccia
mobile di una luce fatta seme:

schiude soglie di mondi impensati alla pupilla verbale
tesse accordi su spartiti d’incompiuto, voci di fiamma
modulando distopìe di volti da inaccessibili
scrigni di presenze:
                                terra inaudibile di nessun luogo
dove il silenzio è spazio votivo di angeli da veglia
un lunario d’ombre che si trascina senza trovare rive
le ali che stringono in glifi vanescenti d’onda immagini
sconosciute alle stagioni dello sguardo: figurazioni
notturne che riverberano al muto presente delle nevi
l’azzurra epifania di un lento vagare tra geologie animate
:                                (rammemoranza è cenere d’inchiostro
tradurre in segni il lampo vocale di albedini salmastre
alfabeti di fonte dal millenario
                                                  sogno delle sabbie)
(da: In aura, 1997, ined.)

(di Francesco Marotta)

5 pensieri su “SCRITTURE #3 FLAVIO ERMINI

  1. fabry2007

    “Oggi la poesia è assenso all’essere attraversato dal silenzio. E proprio di quel silenzio – in cammino verso il senso – costituisce una rivelazione”.

    ***

    una storia e antologia in progress della poesia italiana oggi, Francesco. si potrebbe pensare anche a un e-book, tanto per cominciare.
    un abbraccio e grazie di cuore.
    fabrizio

    Rispondi
  2. alessandro ghignoli

    grande poeta Flavio Ermini, ma non solo. consiglio la lettura de “Il moto apparente del sole” (Moretti&Vitali, 2006). e di un libro di poesia come “Hamsund” (Anterem, 1991). poeta che qualcuno definirebbe “difficile” (categoria assai discutibile o per lo meno questionabile), motivo per cui lo si può “saltare” (sic!)

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  3. Francesco Marotta

    Credo che il senso di quest’opera sia tutto racchiuso in una frase, semplice ma estremamente eloquente, di Stefano Guglielmin: “La poesia di Ermini è unica in Italia”. L’unicità, a prescindere da qualsiasi giudizio di valore (a mio modo di vedere, comunque, altissimo), è tutta nella sua inattaccabile volontà di “osare” – al di fuori di schemi, di scuole, di etichette e di canoni -, di spingere sempre più in là gli orizzonti della parola poetica, di costringerla, ogni volta, a ridefinirsi e a mostrare squarci di quell’indicibile che rimane, in sostanza, il terreno da cui nasce e ramifica.

    Vedo la sua produzione, globalmente considerata, come uno “zibaldone”, un opus sempre in fieri nel quale non solo si sperimentano forme, ma, principalmente, “possibilità” del dire: e, in questa officina, leopardianamente, ogni intuizione teorica si giustifica unicamente se riguardata nello specchio del suo rovescio, nella sua tensione a proporsi in forma (cangiante, erratica, metamorfica) di canto. Nella consapevolezza – e non mi sembra un dato di poco conto – che non si sta esaurendo la pluralità di strade a cui l’atto poetico mette capo, ma se ne sta esplorando “un” sentiero, “un” percorso: seminandovi tracce, da raccogliere, non come sigilli o ipostasi, ma nella assoluta gratuità del dono, quella che reca in sè, sempre, il lampo della sua fragilità e della sua, possibile, cancellazione.

    I testi che ho tratto da “Antiterra”, ad esempio, ne sono una palese testimonianza: un percorso di teoria del “poetico” che ha pochi eguali nella produzione saggistica italiana degli ultimi anni e, contemporaneamente, uno dei più suggestivi testi poetici che ci sia dato di leggere.

    La presunta “oscurità”? Forse è tutta nel fare e nel dire di chi continua a ritenere il “reale” un mosaico di alternative tutte sperimentate e riducibili a pura rappresentazione, sia pure in forma critica. Oltre, ben oltre, riposa e fermenta il “possibile” delle radici. Avanzare in quelle zone, allora, non è altro che, parafrasando René Char, “rifiutare ciò che offre il presente”: e la poesia, per quel che mi riguarda, nasce proprio da questo rifiuto: che non è negazione, ma possibilità di ipotizzare mondi, “costruire il futuro”.

    fm

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  4. gian ruggero manzoni

    Il giusto omaggio a una rivista storica, a un vecchio amico e a un intellettuale presente sulla scena italiana, e non solo, da tantissimo. Molto più si dovrebbe fare per Flavio e per Anterem.

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