In diretta dall’Infernuccio

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di Mauro Baldrati

Non proprio dall’Inferno, non dal Grande Salone, non vuoi gloriarti, però dall’anticamera, dall’Infernuccio forse sì. Non vi sono i grandi fasti della Sala del Regno, non vi sono i Papi e gli Imperatori, ma un anfitrione c’è, un plenipotenziario, e non scherza.

E’ Il Nero.

Il Nero è stato inviato per tenerti compagnia per i prossimi anni, almeno dieci. Si fa sentire ogni mese, e quando arriva ti afferra per il collo, ti strattona, ti prende a sberle, a calci, a pugni nello stomaco, e ti scaraventa nell’Infernuccio. Inutile discutere, blandirlo, cercare di convincerlo, perché non è malleabile né accomodante. E’ così e non cambia.

Il Nero è una sostanza chimica. E’ una terapia steroide ad alto dosaggio che devi assumere una volta al mese, per quattro giorni, per contrastare una malattia romanzesca che si è abbattuta su di te due anni fa. E’ puro doping, e quindi per quattro giorni più almeno tre di strascico sei dopato, sotto controllo medico.

Il Nero è sempre uguale a se stesso. Non si adatta all’organismo o alla storia, è l’organismo che deve adattarsi a lui, e così la storia.

Il primo giorno arriva con una bordata portentosa di energia brutale, che ti fa schizzare nel regno animato della Forza. Cammini spavaldo, corri, parli ad alta voce, senti una lucidità mentale che non può essere raggiunta da nessuna droga, perché non è stravolta, non è tossica: è lucidità allo stato puro, come se il cervello avesse sviluppato una muscolatura nuova e più potente.

Il secondo giorno invece sei già precipitato in una piega di straniamento, e Il Nero ti mostra la sua smorfia: infatti non ti ha fatto dormire, neanche un minuto. Ti tiene con gli occhi sbarrati e una tensione muscolare che non si allenta mai. Qualche volta prendi un ipnotico, ma deve essere potente, perché il Nero inizia subito a combattere furiosamente contro di lui, cerca di disintegrarlo; così ti riduci ad essere il campo di battaglia della loro furia, e al mattino, dopo la guerra, barcolli, cammini storto, talvolta respiri male. Quindi se puoi gli concedi campo libero, lo lasci correre e urlare e inveire quanto gli pare. Lo sopporti, rassegnato, non hai scelta.

Il terzo giorno Il Nero è il padrone assoluto. D’altra parte è proprio da qui, dal terzo giorno che gli hai dato questo nome, questo nick: infatti ti fa vedere tutto nero: la vita, il futuro, il lavoro, la famiglia, gli amici, la natura, il tempo, la salute, tutto è nero, è orribile, è ignobile. Andrà tutto male, tutto storto, e regneranno la discordia e la disarmonia. Anche i colori si incupiscono, e la luce si fa nera, una luce nera.

Il quarto giorno Il Nero ha occupato tutti gli spazi, ma si concentra particolarmente sullo stomaco: non riesci a mangiare niente, sei neutralizzato da un senso di nausea che ti impedisce anche di bere. E non sai più nulla, non ragioni lucidamente, sei teso e litighi con tutti, odi tutti, vorresti fare del male a chiunque osi rivolgerti la parola. Diventi persino sordo, e la voce si fa rauca, come se ti spuntassero delle ragnatele in gola.

Il quinto giorno è uguale al quarto, anche se la terapia è terminata, perché lui è ancora in circolo, viaggia come un siluro nel tuo sangue.

Il sesto giorno cala, progressivamente ma rapidamente, allora vai giù, giù, precipiti nella dissoluzione e nella spossatezza, crolli, ti viene la febbre per il settimo e talvolta l’ottavo giorno.

Poi, inizi a risalire.

Il problema è che Il Nero non si accontenta di buttarti nell’Infernuccio. No, ti lascia degli strascichi. Abbatte le difese immunitarie, proprio come dopo un bombardamento la terra è ferita, è indebolita; con le sue incursioni riduce la tua terra una terra desolata e desertificata.

Così un giorno ti spuntano alcuni foruncoli, piccoli e rossi, che subito si estendono e si ingrossano; poi arriva un dolore lancinante, che aumenta di continuo, alla spalla sinistra. I medici, in un primo momento, non capiscono, pensano alla classica cervicale. Ma è stato lui, Il Nero. Ha chiamato un suo complice, un compagnone di bisbocce che continui il suo lavoro: il temibile Herpes Zoster, volgarmente detto Fuoco di S.Antonio, o Fuoco Sacro. E’ un diavoletto, forse è proprio lo spiritello di cui parlano i buddhisti, creaturine cattive che vivono lungo i fiumi, e guizzano sulla superficie dell’acqua in attesa di una preda. Infatti tu abiti sul fiume, quale ospite migliore? E’ il demonietto che ha fatto nascere antiche leggende popolari, perché nessuna malattia è più dolorosa, più devastante di questa. Il Fuoco è puro dolore: è un virus, il virus della varicella riciclato, che aggredisce alcuni nervi; provoca un dolore che non dà mai tregua, mai, ai nervi, ai muscoli e, dopo qualche tempo, alla pelle. Non ha pietà, né di giorno né di notte. Oggi gli antidolorifici oppiacei concedono pause di qualche ora, attenuano il dolore, anche se ad ogni somministrazione l’effetto diminuisce, come tutte le droghe del resto; un tempo, quando non esistevano gli antidolorifici, il dolore poteva condurre alla follia: per questo nel Fuoco è stato individuato qualcosa di maligno, di diabolico. Come può esistere un simile accanimento? si sono chiesti i nostri trisnonni.

Il dolore piega il corpo e l’anima, li trafigge. Per due notti non dormi, solo i brevi pisolini che ti concedono gli oppiacei. Ti incurvi, ti accasci. Lo ascolti, il dolore: è come una vibrazione continua, come un suono che attraversa i nervi. Il dolore ha qualcosa di allucinogeno, di psichedelico, è già stato scritto. Altera le percezioni, plasma i ragionamenti secondo una sua logica stupefacente. Così hai iniziato a pensare che forse è giusto così, che devi pagare per qualcosa, per qualcuno. Hai percorso all’indietro sentieri della tua vita, hai trovato piante spinose, pianure desolate, pozzi inariditi. Hai rivisto creature che hanno sofferto per causa tua, che hanno riportato danni dalle tue pazzie; e hai pensato che è giusto che paghi, che ti si offra una possibilità di riscatto; oppure che, semplicemente, devi raccogliere la sofferenza che hai seminato. Così alzi la schiena, guardi dritto in faccia il tuo castigo. Ma poi di nuovo ti pieghi, ti spezzi, e crolli: ti lamenti, ti abbandoni ai gemiti, come un animale ferito.

Quanto durerà? Non vi è un decorso perfettamente definito. “Dipende” dicono i medici; intanto quelli dell’ospedale ti prescrivono dosi massicce di antivirale, perché, dicono, con le tue difese abbassate dal Nero non si scherza.

Ma il fatto è che – e lo dicono tutti, ma proprio tutti, TUTTI – dal Fuoco non si guarisce se non ci si fa segnare.

Segnare, proprio così.

A Bologna, in Emilia, terre appartenute allo Stato Pontificio, vi è una “fattucchieria”, un ricorso ai riti magici, che uno studioso, un sociologo, un antropologo, potrebbero studiare per anni. Forse in nessun’altra regione d’Italia vi è un tale ricorso alla magia come quaggiù.

“Se non ti fai segnare dal Fuoco non guarisci” ti dice un’amica. Non è una credulona, è un’insegnate razionalista, con una solida cultura laica, ma non ha dubbi: senza la segnatura non si guarisce dal Fuoco. “E’ così” dice, allargando le braccia. Dice anche che alcuni medici consigliano ai pazienti di andare dalla guaritrice, e forniscono pure l’indirizzo. “Dalla guaritrice? Possibile?” “Lo so” dice, “è paradossale, ma se non ti fai segnare il Fuoco non va via”.

Dalla guaritrice. Dalla fattucchiera. Senza di lei non si guarisce. E’ la legge.

“Non sono fattucchiere” chiarisce. “Non chiedono soldi. Neanche un euro. Lo fanno perché hanno, o credono di avere, una missione”.

Passano un paio di giorni, ingoi pillole di antivirale, e altre pillole di antidolorifico. Cosa rischi a farti segnare? Cosa perdi? Un bel niente. Se ci credi è tutto a posto, e se non ci credi non ti accadrà nulla di male. E allora… un tarlo ti entra nel cervello. E il dolore, che gli oppiacei ormai non riescono più a contenere, fa il resto. Così chiedi l’indirizzo della guaritrice alla tua amica, e il numero di telefono.

E’ una donna di 92 anni che ha salvato, dice la tua amica, molte persone aggredite con inaudita violenza dal Fuoco. Telefoni il giovedì mattina. La donna parla lenta, ma precisa. E’ sbrigativa, dice che devi andare da lei il mattino dopo entro le 7.45, perché dalle 7.46 è “senza poteri”. Dici che va bene, dici che domattina andrai.

Alle 7.15 suoni il campanello di una palazzina sui colli, in un quartiere tranquillo. Ti apre un uomo di circa sessant’anni coi capelli grigi, che dice “venga, venga”. Ti fa entrare in una cucina con la tv accesa. Sul fornello un microscopico pentolino bolle allegro. Dopo pochi secondi arriva lei. Non dimostra tutta la sua età: potrebbe avere ottanta anni, forse meno. Sarà per i capelli tinti, per lo sguardo vigile, per il corpo ancora in tensione, ma non sembra una novantenne. Ti fa accomodare in un salotto, ti chiede di mostrarle la parte malata. Mentre ti togli maglia e camicia le dici che con tutta probabilità il Fuoco è esploso dopo una terapia che abbassa le difese, ma lei taglia corto: “sì-sì” fa. Non gliene importa nulla, vuole solo vedere. Non le importa come ti chiami, dove abiti, quanti anni hai, per lei sei un organismo che il Fuoco ha scelto di aggredire, un organismo da curare con le sue arti, nulla di più. Si avvicina e, senza occhiali, esamina le piaghe. “Sì” dice. Guarda anche con una piccola torcia elettrica, a lungo. “Sì” ripete. “E’ maschio e femmina, sta fiorendo, ed è tamugno”. Tamugno in bolognese significa duro, testardo. “Adesso lo fermo” dice, e prende da una credenza una scatolina. La apre e da un batuffolo di cotone estrae una fede nuziale. La infila nel dito indice e fa dei segni. Non vedi quali segni, perché è alle tue spalle, ma percepisci i movimenti. Credi che siano segni a croce. L’operazione non dura più di tre minuti. Puoi rivestirti, mentre lei ripone con cura la fede nella scatolina. Restate d’accordo che domattina, alle 7.30 in punto, per tre giorni sarai da lei. Esci, la saluti, ma non è interessata a dare la mano e cose del genere. Dice “va bene, va bene”, apre e richiude un cassetto. Tornate di là. L’uomo, che è suo figlio, è seduto davanti alla tv, su una sedia. Sul fuoco il pentolino continua a bollire.

La mattina dopo alle sette e trenta suoni il campanello. Ti apre il figlio, dice “venga venga” e ti fa entrare in cucina. La Tv è accesa sulle previsioni del tempo. Dopo qualche secondo si spalanca la porta del soggiorno ed esce una signora elegante e trafelata. Dice “arrivederci” ed esce di getto. La signora-guaritrice ti vede, dice di entrare mentre lei va a lavarsi le mani, perché, dice, dopo ogni trattamento le mani vanno lavate accuratamente, per mandare vie le energie negative delle malattie altrui, così come le parti trattate non vanno lavate per almeno una settimana, per non lavare anche le energie positive.

Entri, ti siedi sulla solita sedia, ti togli maglia e camicia. Lei ti guarda la spalla, dice “ma che lavoro, sono già migliorate! E’ messo bene, davvero bene!” Poi prende la fede nuziale, si fa il segno della croce e inizia coi gesti misteriosi che non vedi. Tre minuti, forse quattro, non di più. Dice che ti puoi rivestire e, intanto che ti abbottoni la camicia dice che “quella di prima”, cioè la signora che ti ha preceduto, ha un brutto eczema sulla faccia, e insiste per truccarsi. “Si vuole truccare!” esclama, con una sorta di esasperazione. “Cosa posso farci io? Cosa posso dire? Che si trucchi pure, ma cosa vuole da me?”

L’indomani, alle sette e trenta, suoni il campanello. Ti apre il figlio, che dice “venga venga” e ti fa entrare in cucina. Dopo qualche secondo si spalanca la porta del soggiorno e spunta un’altra signora elegante, che esce di getto come la signora di ieri mattina. Entri, ti metti a torso nudo, la signora arriva, prende le fede nuziale, fa i gesti. Poi, mentre ti rivesti, sparla anche della signora di oggi. Dice che suo marito ha ingoiato un dente d’oro, e allora? Lo farà quando va in bagno, cosa può farci lei? Quindi quella signora, prima di andare al lavoro, forse in banca, o in una compagnia di assicurazioni, è andata dalla guaritrice perché suo marito ha inghiottito un dente. Stamattina è più loquace del solito, dice che il Fuoco va fermato in tempo prima che “vada giù”, perché se si infila lungo il nervo sono guai: se lo mangia, il nervo, e poi aggredisce gli organi interni, “fino alla morte”. Poi ti indica una poltrona e dice che “lì sopra” c’è stato un poveraccio coi piedi in alto, perché il Fuoco “gli aveva preso tutto il sesso”. Deglutisci. Ma lei sembra leggerti nel pensiero: “no, ma non è il suo caso. L’abbiamo fermato in tempo”. Ah, meno male.

L’ultimo giorno, alle sette e trenta, sei davanti alla sua porta. Ti apre il figlio, che dice “venga venga” e ti fa accomodare in cucina. Si spalanca la porta del soggiorno, esce una terza signora elegante, fugge via a testa bassa. Entri, ti spogli, ti siedi. La guaritrice ripete il rito, la fede, i gesti. Poi come al solito ti informa sulle vicende della signora che è uscita: “quella là” dice, indicando la porta, “ha il figlio con delle piaghe sotto i piedi. Dico io, ma portatelo dal dottore!” “Perché” chiedi, “non l’hanno portato?” “Macché!” esclama. “Fatelo vedere, le ho detto, cosa volete che faccia io?”.

Bene, avete terminato. Le porgi una busta bianca dove hai infilato alcune banconote, un’offerta libera, e dici “grazie”. Lei la prende, la posa con grande dignità sulla tavola e dice: “non deve mica ringraziare me, ma Gesù Cristo”. Vi salutate, ti fa gli auguri, ed è serena; per lei sei guarito, o sulla via della guarigione.

Sei guarito? E’ passata una settimana dal trattamento, le piaghe sembrano definitivamente scomparse, ma il dolore continua a martoriarti. E’ normale ha detto il medico, ci vuole tempo; ci vuole tempo ha detto la guaritrice. Forse non saprai mai, non riuscirai mai a decidere se l’Herpes è in via di risoluzione per gli antivirali o per la segnatura. Gli amici non hanno dubbi: è stata la segnatura; senza, avresti ancora la pelle ricoperta di piaghe, che magari si sarebbero estese ad altre parti del corpo.

Così dicono, così forse è. Comunque sia, è andata.

Sei fuori dall’Infernuccio, per ora.

4 pensieri su “In diretta dall’Infernuccio

  1. fabry2007

    grande ritmo, Mauro, un percorso netto che alla fine merita un applauso. tecnica e passione , uno stile inconfondibile, come un fuoco da cui si guarisce, con i segni visibili e invisibili della scrittura.
    grazie
    fabrizio

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  2. Carla

    A partire da:
    poi, inizi a risalire ..il racconto si fa coinvolgente e incalzante,
    ieri sera non vedevo l’ora di arrivare al finale!
    Mi è piaciuto!

    un saluto
    carla

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