Provocazione in forma d’apologo 2

  Conosco persone  che continuano per anni a servirsi  del  medesimo ristorante,  del quale,  chiariamolo fin dal principio, non sono affatto contente.  Lo eleggono,  dapprima, per qualche motivo particolare, o per nessun motivo particolare;  e seguitano poi a frequentarlo anche quando, in genere assai presto,  ne scoprono i gravi difetti. 

 La loro,  più che altro,  è  una  missione,  o  almeno  ne  ha  tutto  l’aspetto:  poiché, immediatamente dopo quelle scoperte,  iniziano a trattenere sempre più a lungo  il cameriere al loro tavolo,  elencandogli le cose che non vanno, dando  suggerimenti con modi secchi e ultimativi,  poco mancando che  si alzino  per andare in cucina a trattare direttamente con quel  malcreato del  cuoco.  Superfluo dire che lagnanze e consigli non solo non vengono mai  accolti,  ma  non sono mai neppure riferiti a  chi  di  dovere.  Il cameriere riceve quegli sfoghi biliosi – non altrimenti li giudica – con una  rassegnazione  distaccata, fredda,  rimanendo  impalato e  con  lo sguardo nel vuoto,  a palpebre leggermente  socchiuse.  Nondimeno,  quel tipo di cliente è incapace di accorgersi di ciò che realmente avviene, e nulla  vale a modificarne la condotta.  E’ convinto che il personale del ristorante  non  possa  non avere a cuore di  migliorarsi,  e  che  anzi proprio quelli come lui, che del miglioramento sono occasione e stimolo, siano i clienti più graditi.  E non sa del fastidio che provoca;  non sa che  il  ristorante  è per il titolare fonte di guadagno,  e  fonte  di sostentamento per cuochi e camerieri, ma che, al di fuori di questo, per tutti  costoro  non rappresenta nient’altro;  neppure immagina  che  il cameriere  abitualmente addetto al suo servizio,  parlando di lui con  i colleghi  e con qualche avventore con cui è venuto in confidenza,  dice sovente che, potendolo, lo inviterebbe egli stesso, di tasca propria, in un altro locale, pur di toglierselo di torno.            (Io,  per me, sono un cliente di tutt’altro genere. Di ristoranti ne ho conosciuti parecchi,  nella mia vita,  e sempre ci sono entrato  con l’aria  di chi è di passaggio,  anche quando diventavo  cliente  fisso, sedendomi  a un  tavolo in fondo alla sala,  senza mai  fare  richieste speciali, senza  mai sollevare  problemi.  Sicuro,  anch’io  mi  sono imbattuto qualche volta in cibi che non mi piacevano.  Allora, a seconda dei casi,  ho mangiato egualmente oppure ho allontanato il piatto  senza commenti,  in attesa della successiva portata; e ai camerieri zelanti, o litigiosi, che  mi  chiedevano  se non  avessi  gradito,   ho  sempre invariabilmente  risposto  che no,  che il cibo era ottimo,  ma che  per l’appunto  quel  giorno  avevo  scarso appetito.   In  una  parola,  ho tollerato.  E’ pure successo che,  per qualche motivo particolare, o per nessun  motivo  particolare,  io  di punto in bianco abbia  cessato  di frequentare un certo ristorante per rivolgermi a un  altro. Senza  mai lamentarmi nel primo,  e senza soverchie illusioni verso il secondo.  In quelle  circostanze  mi è anche capitato di chiedermi se la mia assenza dal primo locale fosse stata notata,  e come l’avessero intesa;  ma solo per  un  attimo,  poiché subito mi vergognavo di  simili  interrogativi, ritenendoli oziosi.  Solo  due sensazioni sono rimaste in  me  di  quel pendolo  di scelte e di ripudi:  il mal di stomaco terribile  di  certi dopo-pasto, e la fame di certi altri; fame che è il sintomo di una fame di ben diversa natura, più grande e più alta, e che non passa mai.)

8 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 2

  1. marcos

    Trascrivo dal mio diario di citazioni questa frase che forse ci può stare in questa tua seconda provocazione:
    Ho rinuciato all’amicizia di due uomini: il primo perché non mi aveva mai parlato di sé; il secondo, perché non mi aveva mai parlato di me.
    Nicolas De Chamfort

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  2. Roberto Rossi Testa

    Caro Marcos,
    è molto difficile uscire dal cerchio di se stessi, ma è ancora più difficile che in questo cerchio non finisca per rimanere preso (impigliato, intrappolato?) qualcun altro. Desta ammirazione ma anche sgomento chi parlando di sé riesce a parlare di tutti; per quanto mi riguarda sarei già felice di parlare a quell’uno che vale diecimila. Ma non è un discorso da farsi su internet, lo so.

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  3. Roberto Rossi Testa

    Non so se si tratti di un “discreto elogio della discrezione”, come dice Fabrizio,
    o non piuttosto un sottrarsi alla comunicazione terrena dopo che le vicende esistenziali hanno portato a disperare della sua efficacia, se non della sua possibilità (l’uomo che non parla di sé di Marcos-Chamfort). Propenderei per questa seconda ipotesi.

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  4. elena f.

    sottrarsi alla comunicazione terrena significa sottrarsi a qualunque comunicazione(persino Dio si comunica nella parola). forse la disperazione sull’efficacia della stessa è data dalla comodità dei linguaggi contemporanei che si offono nell’immediatezza e non lasciano spazio alla fatica di un pensare e di un dire che sia prima di tutto ascoltare.
    oggi si comunica con le immagini,che tendiamo a vedere e non a guardare, con suoni e parole che tendiamo a sentire ma non ad ascoltare.
    se non si creano spazi di silenzio partecipato e partecipante nessun ascolto è possibile dunque nessuna comunicazione.
    la scelta sta sempre fra incontro e indifferenza.

    elena f.

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  5. Giovanni Nuscis

    Un ristorante, un cliente X (“…incapace di accorgersi di ciò che realmente avviene, …che non sa del fastidio che provoca”) e uno Y (“…di tutt’altro genere. …con l’aria di chi è di passaggio, mai richieste speciali, mai problemi… In una parola, ho tollerato”).

    Una bella metafora che si offre a più letture.

    Si parteggia ovviamente per il secondo cliente, a patto che il ristoratore non dia motivo di doglianze (cibo cattivo, conti elevati). In caso contrario, la “tolleranza” del cliente sarebbe corriva, se non masochistica, e sarebbe giusto, allora, “sporcarsi le mani” prendendo posizione, diventando giocoforza “sgradevoli”. La violenza (reiterata) e l’abuso di potere si nutrono spesso di silenzi (colpevoli).

    Gianni

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