Disinteresse, egoismo, tenera pietà, purezza nella dissolutezza, miscuglio d’un gusto violento per i piaceri della terra e di disprezzo per essi, amoralità ingenua: non ingannatevi, questi sono i segni di ciò che noi chiamiamo ‘angelismo’ e che sono posseduti da ogni vero poeta… Poche persone l’ammettono, perché poche persone sentono la poesia.
(Jean Cocteau – Le secret professionnel)


Che illuminanti parole!! Anche io penso che i veri Poeti dovrebbero essere così ma anche di conseguenza i veri Uomini senza necessariemente essere Poeti. Un po’ tortuso ma spero di essermi spiegato
Un caro saluto
“poche persone sentono la poesia”. Temo che sia proprio così, qualcuno commentando un post parlava giustamente di “ragionieri o impiegati del verso”. Silvio Ramat parla di “sempre crescente alfabetizzazione” che porta, solamente, a un innalzamento del livello della scrittura. Ma il discorso è complesso. La rete,poi, sta creando una nuova figura professionale: il marketing-manager-business-poetry-man. Tanti Narciso che, al mattino, si guardano allo specchio ed escono di casa tutti belli “imbrillatinati.” E poi, parlano i numeri, un potenziale di 2.000.000 di scrittori! Basta così, per il momento. Marco
Ho messo questo stralcio da Le secret professionel perchè mi ci ritrovo. Come scrittore, nel mio caso, più che come poeta. Questo alternarsi di contraddizioni nel carattere… il gusto violento per i piaceri frammischiato, a volte, con un acceso disgusto per gli stessi. L’egoismo e il disinteresse, la purezza nella dissolutezza (che Fabrizio mi perdoni) ecc. Vorrei sapere da voi, poeti esperti, che ne pensate; se credete che quanto ha scritto il maestro Cocteau (per me leggerlo è stato importante) per voi ha un senso. Se avete voglia di parlarne, bien sur. Ciao, Franz
Questi contrasti sono presenti, ad esempio, in tutta l’opera di Saba, basti pensare alle Fughe, poesia in cui, appunto come in una fuga musicale, vi sono varie voci di diversa tonalità, per esempio in Fuga egli dice che la sua vita a Trieste è nera, ma un’altra voce, per contrasto, dice che il cielo è azzurro e il mare è infinito. Proprio qui sta la grandezza e importanza della poesia del Saba, perchè nella sua solitudine non si è fatto trascinare dai vari movimenti che c’erano allora ma è riuscito a sentire la voce profonda degli uomini del suo tempo e a prendere parte, nella sua poesia, alla loro sofferenza.
Marco
forse [OT] forse [IT]
lascio un pensiero senza volermi sostituire a nessuno in esperienza.
si parla d’ingenua dissolutezza esattamente come diremmo di certi comportamenti animaleschi, data l’ingenuità.
nel regno animale, non essendovi giudizio, gl’istinti sono imperativi e imperanti. nonchè semplici.
il poeta è un animale privato dell’inutilità del giudizio e consuma la sua sopravvivenza
a impuparsi nei piaceri violenti, magmatici, atavici, quasi a non voler essere più del mondo umano ma, essendo umano e assoggettato all’equlibrio instabile di certe costrizioni culturali etc etc, vive il suo percorso con immensa difficoltà.
perchè il poeta, quello di cui parla cocteau, affascina e ammalia?
perchè le sue parole sono foglie piene di gallerie, il suo corpo attraverso la poesia seduce le ritrosie più profonde (quelle vicino all’ombelico), le sue parole cadono in un omicidio d’aria ed è eccitazione del sangue il soffocamento che provoca.
a millevolt, l’alito della sua poesia accelera limbi oscuri del pensiero, la sua violenza non ha millimetri di altruismo.
tutto questo attira, come il male.
il poeta non è un unto. un dorato. o un donato all’umanità. non è un angelo nè un demone.
e solo un uomo (o donna) che ha sofferto, il più delle volte fragile del suo sesso che ripudia, abbottona, esaurisce senza mai una misura in niente; è capace di dare la vita senza che nessuno ne abbia fatta richiesta, capace di prendere una vita (mettiamoci solo il senso metaforico,va ) solo perchè il sole ha mancato il suo mattino.
sa di avere perso e molto perchè è un uomo della morte e per questi va più veloce della vita, per questo brucia dell’oscenità d’essere UNO con maggiore intensità di altri. e ha paura. si. un’immensa paura e rispetto dello stupore: come l’uomo primitivo daventi l’eclisse
il poeta di cocteau in tutto queste è autoreferenziale. e non solo quando rende onore ad onan.
si potrebbe dire ancora ma esperta non sono e mi manca ancora qualche dissolutezza e qualche atto di sano egoismo per potermi sancire poeta.
un saluto
paola
aggiungo che la dissolutezza non sempre è ingenua, così come gli eccessi, l’egoismo a discapito degli altri, ma premeditati per oltraggiarsi, per autopunirsi. per soffrire di riflesso. ovviamente, è un meccanismo dipendente dal vissuto di ognuno. non tutti sono carnefici di se stessi, ma in qualcuno agisce.
egoismo nell’egoismo. contro se stessi. o parti di se stessi.
p.
la purezza nella dissolutezza,credo sia l’ossimorica realtà dell’ esistenza umana. non c’è vita senza terra, materia, fango, non c’è vita dove questi non siano impastati di spirito. è lo stesso spirito umano che vuole infangarsi perchè qualcosa giunga ad una forma data, non ci è possibile dirci vivi senza compromissioni, contraddizioni, senza il coraggio di di perdere un po’ di purezza ideale nel tentativo di dare un corpo al nostro vivere. l’idea senza la carne è nulla, così il contrario e l’artista, mi pare sia colui che cerca di incarnare, rendere vive forme che senza la sua azione disgregatrice e riaggregatrice forse sarebbero perfette ma inesistenti.
elena f.
Mi scopro lontano da tutte le reazioni espresse. A me le parole di Cocteau suonano come stucchevole autoindulgenza -non mi piace neppure la sua faccia, devo dire. Forse un certo “transfert di divinizzazione” in me non accade, e probabilmente non accadrà mai. La stessa idea di “angelismo”, qui adombrata, mi appare grottescamente comica.
Un occhio medico potrebbe rivelare molti di questi afflati quali disturbi mentali, di vario genere e incidenza; ma apriremmo un inesauribile discorso su normalità, salute e genesi dei prodotti artistici. Penso allora che Franz dovrebbe invitare su “la poesia e lo spirito” il dott. Carotenuto di Nazione Indiana, sempre che all’illustre primario sia consentito e grato l’occuparsi a gratis di una nuova struttura, oltre la già movimentata riserva nella quale ogni tanto opera. 😀
Ah si, Giuseppe, certo. Il caro Carotenuto! Lui ha una parola buona per tutti! Con tutti i frequentatori di Ni che deve curare… ora gli telefono, vediamo, una capatina anche qui la dovrebbe fare, di materiale umano ne trova…
🙂
Elio, sono d’accordo sull’autoindulgenza di Cocteau. Ma non mi pare del tutto un difetto. O meglio, di tratta di un peccato veniale. Almeno credo.
@ Franz
senza polemiche ma solo per capire.
fammi capire. parlo per me, che degli altri non so
la lettrice sta qui, legge quello che scrivi, cerca di concentrarsi per rispondere a quanto legge e tu per tutta risposta non solo non rispondi ma la chiami anche “materiale umano (per psichiatri? ti chiedo ben sapendo la risposta)”, farcendo la risposta a GiusCo con faccine e sorrisetti.
ovvio che mi ci metto anch’io tra quelli bisognosi di Carotenuto perchè il discorso era su materiale in senso lato-
lo trovo offensivo. lo trovo irrispettoso.
ma ok.
l’unico degno di risposta evidentemente era GiusCo?
grazie.
a me passa la voglia di seguire tutto seriamente . passa la voglia anche di scherzare
si. tempo di silenzi
un saluto
paola
Paola, nel “materiale umano” mi ci metto anch’io. Non adombrarti: la vita mi costringe spesso a sdrammatizzare. L’ironia è stata spesso per me l’unica arma a disposizione per non soccombere.
Ho i “titoli” per mettermi nella capiente stiva del “materiale umano”, credimi. Tu scrivi spesso cose profonde; se non ti ho chiamata in causa è perché quello che hai scritto meriterebbe un post a parte; se vorrai mandarmi delle cose da pubblicare, a proposito, ne sarò lieto; ti seguo da un po’. Una considerazione: il poeta è una persona. Infisso in questa contingenza. E’ uno che, sì, paga le bollette e “scende” il cane per farlo pisciare. Il poeta, oggi, non è Cocteau. E’ uno che fà un altro mestiere, che nella sua carta d’identità non ha scritto “poeta”. Se non è pazzo; se non è cretino. Ma mi piaceva recuperare JC – l’artista “ridicolo” tipico – dall’oblio proprio per andare al nocciolo, per toglierci dal contingente, ovvero per parlare del chi forse è – dentro, nell’intimo- un poeta. Perchè di questo Cocteau mi sembra che parli. Perdonato?
ps: per chi non l’avesse fatto di JC consiglio la lettura di un breve romanzo: “I ragazzi terribili”. Ridotto per il cinema da Jean-Pierre Melville. Un libro meraviglioso.
Peccato veniale? A dire il vero, caro Franz, non lo considero neppure un peccato. Più semplicemente quel frammento mi ha richiamato una strana nostalgia di “aristocrazia” che ho avvertito fra i poeti assai di più che in altro genere di artisti. Ora l’aristocrazia era caratterizzata dall’importanza dell’essere rispetto al fare, da differenza “ontologiche” imposte socialmente con una mirabile combinazione di forza e di inganno, un ignobile ciarpame di cui l’umanità si è parzialmente emancipata al prezzo di immani sacrifici. E’ vero che queste combinazioni di forza e di inganno si sono semplicemente ristabilite, nella nostra attuale cleptocrazia, a livelli più astratti ed eufemizzati (si pensi p.es. alla forza del cappio economico e all’inganno correlato ad una gestione interessata della conoscenza e dell’informazione, ovvero all’uso cinico e strumentale delle complessità) tuttavia io apprezzo enormemente il fatto di essere capitato a vivere in un frammento di tempo e di spazio nel quale non sono costretto ad omaggiare né papi né presidenti di qualsivoglia organizzazione. Forse però, negare l’ossequio a qualche poeta potrebbe invece trascinare su di me (per lo meno collettivamente) l’anatema dell’insensibilità, o della bestialità tout-court.
Tornando all’essere rispetto al fare, è ovvio che tutti quanti vorremmo essere “già a posto” con quello che siamo, senza porci degli spinosi interrogativi su che cosa offriamo, ovvero quale genere di “rapporti” – più o meno simbolici – ed in vista di quali prospettive. E devo dire che, a mio parere, gran parte di questi rapporti non sembrano affatto emancipativi nei riguardi dell’interlocutore: non mirano affatto ad elevarne il grado di libertà e comprensione delle cose, ma a piuttosto a soggiogarlo simbolicamente, costringerlo all’omaggio, attraverso la percezione di un mancanza ontologica che si trasforma (economicamente) in bisogno da placare. Questo mi sembra avvenga in forme molto tipiche che sto osservando con interesse ma che non sono ancora in grado di comprendere debitamente. Comunque, nell’insistenza quasi corporativa, con cui anche qui si insiste in certe assurde caratterizzazioni del “vero poeta”, io vedo un tentativo comprensibilissimo ma dal retrogusto infantile, di stabilire delle differenze ontologiche che possano giustificare “a priori” non tanto ciò che si è (che sarebbe affare privato) ma soprattutto ciò che si vuole essere agli occhi altrui. Forse la tentazione di ripetere in ambito poetico certi eclatanti “miracoli” del campo artistico, dove l’opera diventa un mero “oggetto testimoniale” che deve tutto il proprio “valore sociale” alla mitologizzazione dell’autore. Potrei magari fare qualche esempio “nel piccolo”, ma rischierei di turbare la bella armonia che qui sembra essersi stabilita. Mi confino quindi volontariamente su di un piano totalmente astratto.
@fk
nessun problema, era solo per capire ma poi mi accorgo che per capire, m’incapoccio e incapoccio gli altri in maniera esagerata.
questa malattia di chiedermi di tutto il perchè.
invece di. lasciare scorrere con leggerezza.
non capire che a tutto non si può rispondere e che non tutti sono tenuti a rispondere.
non sei in debito di nessun perdono, ci mancherebbe.
l’ironia e soprattutto l’autoironia sono grandi pregi di autodifesa: quest’ultima, poi, piuttosto rara.
sei stato davvero gentile a rendere pubblica anche qui la tua considerazione per i miei testi.
ti ringrazio per le parole con cui l’hai espressa e anche per avermi risposto.
paola
@ a fk.
e per il post a parte.
meglio se proprio a(p)partato data la natura complessamente materica del mio modo di poetare.
che possa leggerlo magari solo l’esimio, dotto(r) Carotenuto e il suo competente entourage
dopodichè sarei ben felice di poter allegare la sua diagnosi alla documentazione testamentaria per i (post)eri che sto preparando su forme miste.
paola
sarebbe interessante un approfondimento intorno al tema “mythos e logos” nel loro articolarsi antropologico. pare che non si possa prendere solo uno dei due poli senza diminuire ciò che viene definito umano. l’equilibrio è difficile da raggiungere ma ogni sforzo per trovarlo è meritorio. certe demitologizzazioni sono salutari e hanno condotto a una migliore conoscenza trasversale dell’opera poetica dei cosiddetti grandi. figuriamoci quanto più salutari possano essere per i cosiddetti minori.
saluti
fabrizio
Caro Elio, io sono uomo semplice. Qui si stabilisce un bel clima ma nessuno, qui, è un santo.(Almeno credo), Sono curioso di conoscere i “nomi”, invece. Io personalmente non sono per l’armonia a tutti i costi. Se c’è da polemizzare, polemizzo.
Per poeta si puo’ intendere l’artista in genere. Ed è ora, a mio avviso, di ristabilire certe posizioni; l’artista è diventato un pupazzo; Busi, per esempio, è un fenomeno mediatico, i suoi libri sono molto meno “importanti” della sua “figura” televisiva. (Non che questo sia un guaio…) E’ questa la vera “aristocrazia”, oggi; chi è lì, nella scatola dei sogni sfocati, rispetto a chi lì non c’è.
I poeti semplicemente non esistono. A parte la Merini, che va in televisione, appunto. Scusa la semplicità delle mie parole, ma qui o si fa la letteratura, l’arte (con i mezzi che abbiamo in dotazione, che sono quelli che sono) o si muore. L’essere passa per il fare. E comunque Cocteau è stato un artista importante, non un cazzaro qualunque. Ma non era di lui che volevo parlare e far parlare.
Cara Paola, mi ringrazi per averti risposto? Era il minimo. Ti mando un bel’abbraccio.
p.s: Carotenuto ha problemi con la figlia; è un’adolescente inquieta. Ha imparato a memoria L’urlo e lo scandisce a tavola tutti i giorni.Il povero professore mi ha confidato che ne ha parlato a un collega per intervenire… Ma è sempre sensibile alla bella poesia, sempre disponibile a leggerla per ritrovare un senso. Ciao!
Ciao Franz, che sviluppi interessanti fuoriescono da “I segni”!
io spenderei due parole sull’egoismo, perchè il poeta è egoista?
conosco un poeta che per descrivere in poesia la vita di alcuni emarginati ha scelto di vivere un lungo periodo con loro, condividendo ogni cosa, e questo è un atto Altamente poetico, secondo me.
il poeta è sensibile, anche troppo, agli eventi che lo coinvolgono, non vedo l’egoismo…
Ciao Carla. L’artista, sempre, è concentrato su se stesso. Ego-centrico. Altimenti non potrebbe creare nulla. Se non andasse a scavare nella miniera del proprio io profondo… L’egoismo è dell’uomo, nudo e crudo. Sì, Cocteau ha calcato la mano; parlava di sè, con una certa autoindulgenza, come ha fatto notare Elio.
Ma il poeta non è un angelo. Mai stato. E’ pieno di contraddizioni, come scrive Cocteau; appunto.
Bravo, l’hai detto! l’artista è uno che SCAVA….magari anche al di fuori di sè stesso.
più è ampia la visione, più l’artista cresce.
Buona domenica.
Solo una precisazione per Franz. Non ti confondo con Cocteau, né ho da ridire sull’uso di quella citazione. La mia era solo una divagazione a partire da uno stimolo. Riguardo agli esempi che opto per non esplicitare, voglio chiarire che non si tratta di nulla di “vergognoso”, ma bensì di “mosse” che, ricalcandone di altre già compiute da dei “grandi”, appaiono del tutto legittimate in un’ottica interna al campo poetico o artistico. Uscire da quest’ottica e dai suoi presupposti comporta una “riduzione trascendentale” che spesso appare sacrilega ed offensiva a chi si muova in piena adesione a tali presupposti. E’ il ricordo di questa circostanza mi induce ad una maggior cautela rispetto al passato e ad aspettare un’occasione per riparlarne in maniera meno forzata rispetto allo stimolo iniziale. Un caro saluto.
Caro Elio, te lo dico col cuore in mano: non ho capito quasi niente. Limiti miei. Ti saluto con amicizia.
Nessun limite caro Franz, qui è stata colpa mia: per mancanza di tempo e lucidità ho “perso il passo” del dialogo virando inavvertitamente sul soliloquio. Meglio che attenda tempi meno congestionati. Ciao!