Gabriela Fantato

CODICE TERRESTRE

Sez V: Una geometria forse

Nel cuore buio di tutti i possibili non nati,
la traccia sottile di una punta
cava la nascita dalle forme

Paul Klee
Diario del 1905

Una geometria forse

I.

I figli sempre rosicchiano le dita
ai padri per sentire dove
iniziò il viaggio – perché, ricordi –
dicevo anch’io perché?
nell’età prima che battezza e divide.

Ancora si sazia la fame e il giorno
è senza nome, tento di ricongiungermi
spalla e braccio come i sassi
alla terra. Resurrezione nel poco
che conosco.
Non che io sappia lo sbocciare esatto della viola
al gambo, non l’ordine dell’estate
dentro la morte secca dell’inverno.

Tento una geometria, linee
e acqua per consolare.

II.

Luce, c’è tanta luce oggi.
Entra in casa, viene a cercarmi
dove la corteccia cerebrale è sale
e acqua, un ramo in attesa con tutto il corpo.

L’edera si arrampica nell’autunno
bianco di Milano, mi cerca gli occhi.
Alcuni tralci sono spogli dove la pioggia è
più tenace nel togliere e dare,
dove la vita una scena a testa bassa,
punto su punto.
Verso terra le foglie si aggrappano
come facevo anch’io
prima che il giorno fosse rabbia sottile
– hanno il colore della gioia, un rosso
sfacciato e breve –
tremano al vento.

Domani non saranno più qui,
perché si compie l’anno in questo ottobre,
con una dolcezza che fa male e consola.

III.

Anche oggi il sole ha aperto
il cielo e inventato la collina,
ancora ha segnato il sopra e il mondo.
Ieri è stato tutto un lavorìo di tagli
e incastri per dire la pelle che fa male.

Coltivo un’invocazione, la nostalgia
di un gesto a puntasecca nel sogno come infinito
– la vita è tutta in questo farsi estate
e aspettare che conduca il passo? –

Resta un bianco selvatico dentro la fatica del paesaggio
e i venti in fuga, la luce inventa sempre
un bordo dentro gli occhi e lo tradisce.
Solo nel taglio c’è il riposo,
l’aria che inventa l’eco.

IV.

Mi piace assaporare certi alberi,
il verde che resiste all’arsura e il tronco
selvatico.
Salgono ai lati dei binari come per caso,
esuli scampati in mezzo all’asfalto,
in mezzo al bianco.
Chiedono l’orizzonte, una linea che attraversa,
riattraversa la materia, anche noi
troviamo un cielo in ogni mattina.

Amo il molle della linfa e la peluria
cedevole al tatto, tra i denti l’amaro delle foglie
punge come quando d’estate
c’è la sabbia in bocca. Ma non è estate.

Forse c’è un segreto che non so
dove la corteccia si piega,
abbraccia il legno e i nodi,
le formiche rosse ci fanno la tana,
si preservano.
La dolcezza è una spada
tra le due rive che conosco.

V.

La terra è tutta solchi, una marcia.
Un mettersi a sognare dove i pioppi
sono una palude vasta, con dentro l’Adriatico
e un’adolescenza negli zigomi.
I sentieri invece non ricordano il sollevarsi
e cadere in una fotografia offuscata
che non dice più dove andare.
Non sanno la geometria
della fatica, eppure l’orizzonte è questa insufficienza,
una faglia dall’altra parte dello sguardo
e la memoria si fa spavento.
Resta una terra mobile, con le radici aperte
sino al mare anche la notte,
sino al gelso nel cortile di mia madre.
Il debito è nelle spalle, precisione di un ritorno
e sembra tutto chiaro nel cadere.

VI.

Basta una donna, i suoi capelli
per rompere il disegno in lontananza.
Un’eco e la linea esatta della vita slitta
in diagonale verso il basso, apre la geometria
di colpe e punizioni.

Qualcuno inventa presagi di stelle,
tu confessi gli errori.
Io non posso, li ho scordati come le bestie
che a testa bassa tentano il passo
verso il verde che ancora resta per l’inverno.

Ogni giorno fa la sua curva, lo so, cade
nel punto esatto tra le cinque e le cinque.
Io imparo la pazienza della piega,
il ritorno inciso nella durezza del granito.

VII.

Adesso so le radici nutrite anche senza
volerlo e la pioggia a lavare la cime,
fino al centro del dolore.
Metto il sale nel giorno.

Nel molle dei frutti sprofondo
e acconsento le alleanze, tolgo piano i petali
– uno su uno – nonostante il cielo grande
e la magnolia rifiorita che novembre consola.
La povertà, dici, insegna i gesti del cibo
e il sonno – vuoto e pieno, senza sosta.

Una gioia che prepara la notte è attaccata
dentro i muri della casa, intanto invento
i baci minuscoli che mi facevano rosa,
solo ieri.

VIII.

L’edera di fronte a casa è esplosa
di verde sul muro, come un amore.
Indomabile di pori, rughe e frastagli
nei rami in salita.
Una gioia, un assedio che nega il nome.
O tempo, mio tempo di fioritura
così veloce per dirlo, erano acuti i sedici anni
e i venti senza misura.
Ora insegno agli occhi la pazienza,
le foglie più fitte.
Dentro la stanza cresce una promessa
selvatica come le more,
devote al tempo che non cresce.

IX.

Un pero e un melo, il fico enorme
nel frutteto, vicini, estranei come chi
incontro sulle scale dove lo sguardo si impaurisce
e protegge l’impazienza.

Vorrei sapere l’amaro delle foglie
che scricchiola tra le dita,
la lama del contorno in una lontananza
che fa male.
Potrei stendermi nel manto peloso dell’erba,
essere un sasso o forse una gallina
e becchettare ripetuta e certa
– sarebbe gioia o pena, dimmi? –

Tu taci, aspetti il buio, la parte più grande del giorno.
Resta un graffio, un chiedere parola
come un matematico confida nelle cose,
– i suoi grandi alfabeti.
Domani il corbezzolo sarà bacche mature,
ogni zolla ha una legge che governa gli strati
sedimentari. Domani anch’io sarò terra,
solo terra tornata a casa.
Un battere e levare tiene l’oscuro giardino dei vivi.

X.

Forse il peso che sento nelle spalle
è questo mugolare
– la materia parla ostinata, a sottintesi –
è un ronzio che striscia dal metrò alle case
(al piatto, al tavolo da pranzo
all’occhio, alla narice abituata al senno).
Nemmeno i balconi sanno tenere
il sibilo che sale dai tombini
e non si ferma.

Una finestra sta ficcata dentro il cielo
con la promessa d’aprirsi.
Succede, come sempre, succede
– di sbieco si vede il taglio –
la bellezza che resiste.
Ne sono certa. Verrà di nuovo
aprile, verrà nel fusto dei platani
un’estate d’aria e d’erba cruda.
Nient’altro.

11 pensieri su “Gabriela Fantato

  1. Antonio Fiori

    “Tento una geometria”, una nuova geometrica poesia che scardini “la geometria della fatica”, “la geometria di colpe e punizioni”. La poesia di Gabriela Fantato avverte “la fatica del paesaggio” ma tenta la conciliazione tra il paesaggio urbano e la flora che lo sfida. Gabriela chiude con la speranza d’un venturo aprile (a metà strada tra quello pasoliniano e quello eliotiano) e conserva in se, umilmente, la consapevolezza di “un segreto che non so”, dell’impossibilità, per la poesia, di riuscire davvero a riscrivere la geometria del mondo. “Coltivo un’invocazione” – un’invocazione: ecco, questo è e resta la poesia.
    Antonio Fiori

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  2. fabry2007

    una bella e involontaria coincidenza, Vincenzo.
    Gabriela incide senza retorica, con grande padronanza e altrettanta passione.
    grazie anche ad Antonio.
    fabrizio

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  3. Marco Saya

    Si respira aria-poesia pura, sobria, diretta. Una grande voce che racconta un percorso segnato di sopravvissuti “esuli scampati in mezzo all’asfalto…” Marco

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  4. enricodelea

    “Un battere e levare tiene l’oscuro giardino dei vivi” …
    “La terra è tutta solchi, una marcia”…
    “I figli sempre rosicchiano le dita
    ai padri per sentire dove
    iniziò il viaggio”…
    – splendidi, ci trovo una dimensione ctonia e gnomica che ho sempre amato in alcuni autori…
    complimenti, edl

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  5. francescamatteoni

    molto belle queste poesie della gioia! e tutto l’immaginario arboreo, le bacche, le cortecce, il salire di una natura (come l’infanzia) attraverso la città e noi stessi.

    Forse è vero che nell’infanzia si sa tutto, ma non si hanno le parole.

    Non so pensavo questo leggendole… e anche all’albero occidentale della Guidacci, che magari c’entra poco, non so, ma ci sentivo la stessa “resistenza”.

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  6. Giovanni Nuscis

    “Una finestra sta ficcata dentro il cielo
    con la promessa d’aprirsi.
    Succede, come sempre, succede
    – di sbieco si vede il taglio –
    la bellezza che resiste.
    Ne sono certa. Verrà di nuovo
    aprile…”

    …La bellezza cbe resiste, dunque, di stagione in stagione, e non di meno in questi versi luminosi, di speranza.

    Giovanni

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  7. cara polvere

    è un privilegio per me leggere poesie
    come queste, di “ostinata materia parlante”
    Gabriela con proprietà emozionale non indifferente e mai troppo avvitata su se stessa, denuda ed estroietta le abitudini dell’uomo d’asfalto, annusa le ferite del cielo, le ferite promesse dal cielo e ci invita a guardarla mentre computa sull’affanno dei tagli veloci che producono le ansie del nostro tempo la sua certezza del imperterrito dodecathlon mensile del calendario e “nient’altro” fa un brivido, accaparra la pelle e asciuga l’anestesia dal pensiero.
    c’è bisogno di essere pensanti, “d’imparare la pazienza della piega.”

    complimenti a Gabriela.
    davvero.
    paola

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  8. carla

    sarà perchè il verso lungo esercita un fascino che mi ricorda qualcosa di prezioso, sarà perchè la lettura di queste tue mi avvicina ad un sentire che è materia, sarà perchè la poesia a quel “che” di magico che non si può spiegare,
    mi piace questa tua poesia, Gabriela!

    un caro saluto anche a Paola, sempre generosa, sempre cara.

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