Forse la prostituzione non è solo umana, ma affonda le sue radici nel mondo animale. Qualche anno fa alcuni primatologi hanno fatto un’interessante scoperta. Gli scimpanzé vanno a caccia (i maschi soltanto – e per il fabbisogno proteico non avrebbero necessità di carne, ma il suo sapore piace molto a loro e anche alle femmine), e quando hanno catturato una preda – di solito una scimmietta – i maschi talvolta cedono pezzi di carne a qualche femmina in cambio di una prestazione sessuale. Un seme di prostituzione?
Osservando i miei studenti impegnati nelle prove di maturità (ma quale?), penso che l’Italia non possa dirsi fondata “sul lavoro”, in cui credono in pochi, poiché tutti gli Italiani nutrono in sé un’indefettibile, immarcescibile e invincibile fede in tre F: Fortuna, Furbizia (la propria), e Fesseria (degli altri).
In questi anni ho combattuto le mie battaglie per difendere la scuola italiana, e il mio liceo in particolare. Sono state tutte perdute. Ma forse al perdente è riservata una possibilità negata ai vincenti: una visione della realtà vera e amara.
Nulla è desiderabile di per se stesso. Naturali sono solo gli appetiti. Ma quel che sia bello e desiderabile ci viene insegnato. Dal desiderio degli altri apprendiamo il nostro. Anche il baciare sulla bocca l’essere amato non è un gesto naturale. Deve essere appreso attraverso le immagini di altri che si baciano.
Non dimenticherò mai l’estate del 1980, il campanile di Danta, nel verde Comelico, e la malinconia dei Brentoni al tramonto. Ogni montagna ha il suo tramonto, e anche ogni essere umano.
Nei miei anni giovanili ho visto cose che pochi altri umani hanno visto. Nel mondo piccolo. Come i carabi splendenti che uscivano di sotto le pietre, nel Parco dei Sogni a Lorenzago, nel 1960.
Ci fu il tempo delle illusioni. Un tempo breve. Sorse, come un sole freddo, la consapevolezza. Saturno, il mio astro, indicò la strada. L’ho seguita secondo quello che era scritto.
Sono tornato sui luoghi della mia prima infanzia. Campo S. Giacomo dall’Orio, a Venezia. Mi sono seduto su di una vecchia panchina. Le panchine hanno strani poteri: si impregnano dei pensieri dei vecchi pensionati, e te li trasmettono. Così, là seduto senti il fruscio dei giorni che passano, dileguandosi.
In questo pomeriggio, oppresso dal caldo, mi rinfresca il fiume di ricordi delle mie montagne. Per prime mi vengono in mente le selve del Lagorai in novembre. Là dove ho visto un tempo per la prima volta l’orma di un grande cervo.
Nelle vicinanze di casa mia vivono canore raganelle e rane esculente. Le acque sono pure e non vi sono piogge acide, evidentemente. Ho sempre amato le rane verdi (una volta le ho anche mangiate in una trattoria: buone fritte). Mi piace osservarle tra ninfee ed erba anatrina.
Non mi unirò al compianto per l’orso ucciso, che i media umanizzandolo hanno chiamato Bruno. Non sono tra coloro che soffrono di più per quella morte che per l’uccisione di un ragazzo di 15 anni da parte di un pesce. Viviamo in una cultura vittimaria, dove tutti oscillano tra la propria violenza (che negano o giustificano) e quella che rinfacciano agli altri (che ovviamente non giustificano). E dove tutti scelgono delle vittime con cui identificarsi, per poter accusare e maledire coloro che le rendono vittime. Io tendo a vedere le cose dal punto di vista delle pecore che Bruno ha massacrato.
Sensazione di non essere libero, di essere imprigionato… Il mondo scorre, la tua vita è stata giocata da qualcuno. Invochi e nessuno risponde. Forse, alla fine, comprendi…
Tra i miei primi ricordi ben definiti (avevo 5 anni nel 1956), alcuni soldatini della guerra civile americana. Durante le vacanze in Cadore, smarrii tra l’erba un ufficiale di cavalleria nordista su un cavallo bianco. Appresi allora, per la prima volta, il dolore della perdita per sempre. Appresi anche, in forma infantile ma duratura, il potere salvifico della memoria per sempre.
Ognuno dovrebbe avere il suo albero. Il mio è l’olmo. E per mia fortuna ne ho uno nel mio giardino, sotto la cui foltissima chioma mi riempio di calma forza vegetale. Lo chiamo Sherlock, Sherlock Olmo. Il suo tronco è ben poco liscio. Simile a certe persone ruvide e valorose.
Mi pare di ricordare che il primo pesce che ho pescato da bambino, da una dighetta del Lido di Venezia, fosse una bavosa (pesce che i Veneziani chiamano gatta). Un pesce il cui nome dice quanto sia spiacevole prenderlo in mano. Pure, molte se ne vedevano nuotare tra gli scogli, e abboccavano con tale voracità da costituire la preda principale delle partite di pesca infantili. Le madri solitamente non gradivano, invitavano a rimettere in acqua i poveri pescetti non commestibili. E loro talvolta mangiavano, vivi, dopo averli cosparsi di succo di limone che li faceva muovere come grandi vermi bianchi, i cannolicchi (in veneziano cape longhe o cape da deo) che i bagnini ogni tanto offrivano, portandoli in secchi di alluminio.
Fin da piccolissimo ho avvertito, all’inizio in forma incerta e nebulosa, che ogni cosa tende a mutare, e anche ogni persona è instabile e fluida. Forse l’ho intuito la prima volta che ho visto la mamma tornare dal parrucchiere coi capelli acconciati in un modo per me strano (sarà stato nel 1956). Più tardi, dopo aver sperimentato in più modi lo svanire delle cose più belle, il loro trasformarsi in altro, compresi che noi siamo ornamenti del nulla. E che senza il ricordo non ci sarebbe bellezza alcuna.
La nostra visione del mondo si forma quando siamo bambini. Così, è importante, da grandi, riuscire a far rivivere nella propria mente le esperienze fondamentali dei primi anni. La mia visione del mondo si è formata in stretto rapporto con gli animali. Per lo più durante le vacanze: giugno al Lido di Venezia, luglio e agosto in montagna, settembre in campagna, a Zero Branco. A Venezia gli incontri con animali erano rari e preziosi. Una volta (sarà stato il 1958), il circo Krone venne a Venezia, e si installò in Campo San Polo. Passarono sotto casa mia, sul ponticello, cammelli ed elefanti. Che meraviglia! E la gente mormorava che quelli del circo andavano di notte per le calli e i campielli a caccia di gatti, da usare come cibo per i leoni e le tigri.
Lo schierarsi in politica – anche sulla pace e sulla guerra – non dipende dall’intelligenza e dal grado di cultura delle persone. Invece, si tende a pensare istintivamente che una persona colta e intelligente non possa “prendere quelle posizioni”, “votare per quella gente là”. Ma come fa uno a votare per Berlusconi? Ma come si fa a votare per Prodi?
Tempo fa, ho sentito il Presidente del Brasile, Lula, dichiarare di essere stato convinto che la gente alfabetizzata non avrebbe mai votato per la destra, e di essere quindi poi rimasto sorpreso per la vittoria della stessa in Italia. Santo cielo! Pensare che se uno è intelligente e alfabetizzato debba essere per forza di sinistra, se quell’uno non è disonesto!
Da bambino, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, mi resi conto che si poteva essere intelligenti e colti e comunisti (cioè post-stalinisti) così come democristiani e filoamericani. Per la verità, gli intelligenti e i colti tendevano più dalla parte di Kruscev che di Kennedy, in Italia. Ma tant’è. Siamo un Paese facile alle illusioni. Compresi che la cultura è una cosa, le scelte politiche un’altra. Compresi anche che è quasi impossibile che due parlino di politica, avendo posizioni diverse, senza scaldarsi e tendere a perdere il controllo. Anche se sono persone colte e civili. Il perché, tuttavia, l’ho capito da poco; il dio della politica è sempre Marte.
La mia educazione agli odori della natura è iniziata prestissimo. Nel 1957 era già in corso, quando, in un boschetto della Valsugana, vidi e presi in mano per la prima volta dei funghi. Erano finferli, giallo oro tra il verde, e quel meraviglioso miscuglio del loro profumo dolce-acidulo con quello del muschio, sotto i rami d’acacia, ha sempre un posto nella mia mente.
Un animaletto che mi colpì molto, nella vacanza del 1957, fu la limaccia. Una lumaca senza guscio che appare particolarmente indifesa. Soprattutto la varietà grigia screziata mi affascinava. Il mio fratellino, più birichino di me e meno interessato alla natura, gettava le limacce in mezzo alla strada asfaltata, e aspettava il passaggio di un’auto…
Da piccolo ero già un filosofo naturale. Ho sviluppato la capacità di attenzione fin dai miei primi anni. Per ore potevo contemplare un insetto come una piccola coccinella gialla.
L’attenzione è oggi una capacità che il Sistema cerca in ogni modo di scoraggiare. Ma io non appartengo a questo tempo. Ci abito soltanto.
Nelle mie notti ho sognato molti sogni. Come tutti. La maggior parte è svanita nell’alba. Alcuni erano più reali della realtà, e sono rimasti nella memoria, splendenti più del cielo, pegni di un mondo che non è questo mondo.
Una vecchia foto in bianco e nero. Luglio 1976. Trent’anni fa. E sembra adesso. Una capanna isolata sulle montagne del Trentino, e abbandonata. Una notte trascorsa con tre amici. Venticinque anni di età e molte cime da contemplare.
Mi è capitato spesso di guardare lontano, verso orizzonti remoti. Le cime delle montagne sono luoghi teologici, quando vi è solitudine, e si sentono solo le voci della natura e quelle che salgono dal tuo profondo. Se si è in compagnia di amici eletti, quelli sono i luoghi della comunione.
Quella volta, nel 1976, ho guardato lontano, troppo lontano.
C’è specchio e specchio. C’è lo specchio in cui si guarda la propria immagine invece di guardare il mondo, emblema della conoscenza sterile e autofaga. C’è lo specchio in cui vediamo noi stessi quali siamo, in cui qualcosa scruta l’anima e ci interroga: “Sei così tu davvero?”. E c’è lo specchio in cui l’universo si vuole rispecchiare e che ci chiede di offrirgli in dono.
Ho passato i mesi di luglio e agosto degli anni 1957, 1958 e 1959 a Roncegno, in Valsugana. Mesi fondamentali per la mia formazione. Ho imparato là, in quel tempo, ad amare i prati, i boschi, la vita degli animali e la vista delle montagne lontane, inattingibili e misteriose. Mi immaginavo, tra le loro pendici, valli remote e regni perduti. Come quelli che, in fondo all’anima, ricerco ancora.

Mi piace moltissimo, come l’altro post, ma Sherlock Olmo mi fa schiattare dalle risate. A parte questo, uno che scrive così mi sa che è davvero un filosofo naturale (fisiologo) nel senso antico del termine. Conosci cose tipo gli scritti di Goethe sulla natura?
Eh sì… Ho letto parecchio, nella mia vita…
Se uno volesse meditare sulle forme viventi, e su ciò che hanno in comune la forma naturale e la forma artistica, cosa gli consiglieresti di leggere?
Lo leggerò domani… l’inizio è sconcertante… nel senso buono del termine.
A Valter: Per meditare sulle forme viventi in quanto forme? Bisogna anzitutto definire il “meditare”. Da un punto di vista rigorosamente filosofico, si dovrebbe iniziare da Platone, con una possibile regressione temporale. Dal canto mio, se dovessi tenere una serie di lezioni sul tema, comincerei leggendo alcuni brani di “Oltre il confine” di Cormac McCarthy.Ma il discorso sarebbe lunghissimo, quasi infinito…
Okay per Platone (forse ancora meglio Aristotele), ma in questo momento m’interessa qualche autore contemporanreo. Uno che, per intenderci, possa misurarsi con approcci come quello del “Gene egoista” di Dawkins e mostrarne la cecità pregiudiziale.
Mi piacciono molto questi frammenti degni di riflessione!
ogni frammento è un mondo a sè, un giorno diverso, uno spirito diverso.
Scrivi di educazione agli odori descrivendo quel meraviglioso miscuglio che può essere un profumo,
Scrivi di “animaletti” con una tenerezza tale che viene voglia di conoscerli
Scrivi dei che ogni montagna ha il suo tramonto – verissimo -per un occhio osservatore.
Vorrei sapere che poesie leggi.
un saluto
carla
A Carla: non leggo moltissime poesie (nessun vivente: non ne ho il tempo). Degli italiani recenti Luzi e Caproni.Del passato: infinitamente Dante, Petrarca, Leopardi e Goethe e i romantici tedeschi.
Grazie Fabio.
Tornando agli alberi, il mio è la betulla.
Buona giornata.