Guglielmin letto da Alborghetti

Stefano Guglielmin – LA DISTANZA IMMEDICATA – (Le Voci della Luna Editore, 2006)

Note di lettura di Fabiano Alborghetti

Un tema portante de La distanza immedicata aveva già trovato luogo nel libro precedente, Come a beato confine (Book, 2003) dove già veniva trattato il tema sia del confine che della separazione tra due estremità confluenti nella specularità con cui queste si guardano: in un verso infatti – che poi darà il titolo all’intera raccolta – si dice “a nuovo rivo egli s’avvia/ come a beato confine”, un passaggio verso nuove mete (cifr. Sebastiano Aglieco) , un transito – non un approdo – una ricerca sulla natura dell’io, entità alla ricerca di un baricentro.

Il rivo, come anche detto da Guglielmin, è analogo se non propriamente il “bel rivo” dell’Eden dantesco che “toglie altrui memoria” di ogni condizione passata.
Vi erano poi altri piani/svolgimenti: nella seconda sezione il tentativo di negazione dell’io per un ritorno alla dimensione arcaica/animale, nella terza sezione era un io se stesso, prigioniero dell’io e la ricerca era tesa alla rottura, alla liberazione. Nella quarta, attore era la differenza tra io e tu con un apertura all’Essere ed il libro convogliava infine verso la possente seconda parte dove era la correlazione tra io ed il presente: dopo la dissoluzione dell’io, ecco che il rapporto tra caos ed eterno ritorno, appartengono alla medesima radice-ordine di eventi cosi come avviene uno scioglimento della ragione pensante e della coerenza.

Anche graficamente accade un mutamento: nella prima parte del libro sono poesie che sviluppano a-centro discendendo. Nella seconda la grafica è monolitica, la narrazione è franta, non vi è più alcun soggetto (per tutta la prima sezione, voce e presenza portante era io). Anche la punteggiatura viene sottratta. Tutta la seconda parte è un monologo (la prima un parlato in terza persona ed infatti è il titolo della sezione).

Ma il tema che ci porterà diritti sino al passaggio che avviene con la pubblicazione de La distanza immedicata è il moto a luogo, moto che viene proposto – per tutte le sezioni – con la metafora del fiume simbolo sia dello scorrimento acqueo che la memoria trascina (accadimento che viene originato da un punto e che defluisce – col tempo – verso un secondo luogo), sia del percorso terreno per allontanarsi dall’originario nulla: nulla prima è stato se non caos ed allora ecco il percorso per la forma .
Anche qui vi è una specularità in atto. La raccolta originariamente avrebbe dovuto titolare l’opposta riva, titolo che non è stato, per vicende editoriali che hanno visto un altro libro essere pubblicato e proprio con quel titolo.

Due rive, parte del medesimo tutto, che si guardano, due rive non connesse se non da un qualcosa che divide e che nello stesso tempo segna un confine. Due rive tra cui non è stato gettato un ponte (che avvicina) bensì vi è una distanza, immedicata, non guaribile. Il risanamento è già escluso sin dal titolo: La distanza immedicata
Un percorso di lettura esatto lo accolgo proprio per le parole di Guglielmin che in alcune note a margine offerte in altra sede, ci spiega: la poesia d’apertura (non compresa quindi nelle successive sezioni) riassume l’intero percorso dell’umanità, dal vuoto iniziale al dinosauro, al topo, all’homo selvaticus sino all’area del pentagono (sviluppo di geometria ma anche il potere globale negli USA). E’ anche uno dei simbolismi – a mio avviso – del come avviene l’atto-scrittura del Guglielmin: la memoria antecedente brulica e spinge e magmaticamente muta sino alla forma che piano dopo piano viene trovata per percorso evolutivo (un Darwinismo poetico) sino alla forma compiuta, uomo-significato, sino al potere dominativo della forma ultima e più concreta (formalmente perfetta perché processata e distillata attraverso il percorso) che però avviene per soppressione di quanto accaduto. Perché quest’ultima forma avvenga, vi è una moria antecedente.
E qui entro in una seconda lettura dove verrà alzato un altro sipario, ma facendolo per gradi, scoprendo il significato, il significante e passando per ogni sezione, ognuna una tappa, ognuna come incastro per la successiva:

la prima sezione è Oceano e Teti (principio maschile e femminile ma anche i fiumi intrecciati della cosmogonia greca). E’ l’interrogazione del soggetto che si vorrebbe UNO con il tutto ma la disfatta è inevitabile. Ecco allora Sorga (omonimo fiume provenzale e dell’amore petrarchesco per Laura, che muore). E’ su queste rive che amore e morte s’incontrano. Qui in discussione è il soggetto: l’iniziato e l’iniziatrice e quindi la sottomissione dell’iniziato. Morranno entrambi : è unione ma nulla si salva, è caduta, è solo il disastro (mostrato) delle relazioni che saranno sempre comprese nella cornice (o recinto?) della disgregazione. Medesime modalità di disgregazione e piegamento alla morte avvengono nella sezione, Ouse (fiume in cui si è suicidata Virginia Woolf): qui si racconta la scelta di una madre di morire abbandonandosi al fiume, una madre che troppo distrattamente ama la figlia neonata. Viene citata Ofelia (che si uccide per pazzia annegandosi rifiutata in amore da Amleto che cerca vendetta verso il padre) a pag. 61 mentre in un successivo passaggio viene citato un “fiume egizio”(pag. 63) accenno fugace ma nettissimo al traghettamento delle anime: vengono nominati la mirra e l’incenso e sono riferiti al rito dell’imbalsamazione (preservazione del corpo-ricordo?) e vi è l’accenno alla casa a punta, la piramide come edificio conservativo, come metafora della casa sacrario di memoria e condanna alla memoria, luogo labirinto di stanze, impantanamento nell’impossibilità di fuggire ciò che la memoria afferma.

La sezione intermedia è Stige (il tristo ruscel dantesco dove si impantanano gli iracondi). E’ per Guglielmin “il covo di spine” (la guerra), dove la madre nutrice s’è persa, è l’orrore della guerra e dell’emarginazione (domestica?) sottolineata anche dalle asperità linguistiche e dalla struttura “a colonna” dei testi che – per composizione – riprende la colonna infame Manzoniana.

Non è un caso se la sezione Stige sia posta prima della sezione Ouse
Appena dopo Ouse, ecco che si apre la quinta sezione, Lèogra: è il torrente che attraversa Schio, città dove vive Guglielmin. E’ la città ventre che tutto tiene e contiene, l’universo abitato e abitabile a patto di accettarne l’ombra, il pericolo, l’essere casa-terra di confine tra abitato e selva, tra patria e terra straniera. Ci viene anche detto che a soli 20 km da casa, passava il confine austro-ungarico. Ci viene detto infine che questo fiume è in realtà un torrente, spesso secco e non lineare (particolare ripreso anche nella forma scrittura) e che è simile all’interiorità dello scrivente.
Non ci viene detto quanto la selva possa rappresentare non già un pericolo per la selvaggia consistenza che si contrappone all’ordine della casa bensì un luogo troppo simile al carattere di chi ne scrive. Selva e torrente in secca. Asperità. Sono – ritengo fortemente – metafore che richiamano la vera natura del Guglielmin: egli è combattuto, tiene con fermezza saldo l’ordine del tempo e dell’esistere, doma il selvaggio (brutale, impervio) e fa prevalere il domestico (mite, civile). La discesa del (nel) torrente in secca (i torrenti, nelle stagioni delle piogge, improvvisamente riempiono d’acqua che discende con violenza trascinando tutto) porta alla successiva sezione, Dripping. A sorpresa, non è un fiume anche se racchiude – l’azione – l’uso di un liquido per fare. Il dripping è il gocciolamento a spruzzo dell’action painting. Per Guglielmin è l’aderenza pura e cruda all’energia delle cose (che diventa, in poesia, il rilievo dato alla forza materica delle parole e delle immagini). E’ a mio avviso anche un sanguinamento, un lento gocciolio del sangue-tempo ricavato, cavato dalle vene: la morte-vita che porta alla reazione-realizzazione. Non è più una dicotomia battagliera come in Oceano e Teti né la scelta di vivere o morire di Sorga, non è nemmeno più l’attestazione dell’accadere di Stige né il sacrificio di Ouse ma ciò che si vede dalla sponda del torrente Lèogra: l’opposta riva.
E’ ciò che è aldilà, ciò che viene raggiunto dagli spruzzi di ogni fiume e che rimane impermeabile a quelle acque, ciò che viene raggiunto da quelle acque eppure raggiunto non è mai, non ha forma, mutevole e diverso ogni volta come è la peculiarità del risultato avuto con l’uso del dripping.
E’ il luogo della poesia prima che la poesia avvenga, è l’azione in corso perché la poesia avvenga e il liquido usato – e che viene fatto gocciolare – è la summa di tutti i precedenti fiumi-esperienze, di tutte le battaglie sostenute per arrivare a questo pre-stato di coscienza. Tutto concorre acchè l’atto avvenga ma l’atto dovrà compiersi per UNA sola persona (ecco chi vincerà allora su Sorga: una delle morti sarà una morte apparente perché mutata in una resurrezione). Uno (ecco un parallelo allora con il precedente libro, in cui forma era io) scamperà il destino iscritto nella perdita ma non alla disgregazione e proprio quest’ultimo sarà la forma per mezzo della quale avverrà la scrittura: non un segno deciso, studiato, pieno, ma dripping, un gocciolamento dai risultati inaspettati e dolorosi perchè non domabili. Rimarrà comunque il caos e dal caos si verrà a generare la figura (calco, presenza, immagine).
Il caos non è perdibile e non vi è né redenzione né soluzione. Dal caos emergono cose, nomi.
L’ultima sezione è La riva/I nomi. Guglielmin ci dice che è la sezione in cui si ripensa alla misteriosa relazione che esiste fra le cose e le parole che le nominano. E’ questo il contenuto del liquido fatto gocciolare: le mescolanze, le singolarità, ciò che si distacca dal tutto e che viene filtrato. E’ ciò che rimane conservando l’eco e che trova collocazione, dominazione, esattezza. Quanto rimasto-emerso , il fondo spurio, è in realtà la materia pura, l’oro filosofale, ancora coperto di gravame certo, ma è la sintesi finale, una materia-liquido lavorata che solo adesso è bevibile, ancora una massa di acqua immane ma sostenibile, nominabile.
Io non vedo però Guglielmin su un o sull’altra riva, bensì al centro dell’acqua. E su di lui e dentro lui che tutto scorre ed è lui che agisce per dividere le acque non già come il fiume divide le sponde ma come il figlio che trova salvezza – grazie agli accadimenti ed alle ferite- e che cresce, trova sostegno dalla memoria e divide le acque, lui perchè è parte dell’acqua, non spettatore ma elemento, non estraneità ma componente. Ciò che ci lascia è un testamento esperienziale da mettere nelle mani del figlio acchè possa comprendere. E’ altresì l’evoluzione del suo percorso poematico, delle difficoltà a conciliare l’umana transitorietà dello stare e fare per come la vita ci richiede con la dimensione più celata e difficoltosa da raggiungere ma iscritta nel tempo, nel risultato dell’arte. E’ una dicotomia battagliera: da un lato famiglia, nomi, esperienze, dall’altro la dimensione unica e singola della creazione generatrice dell’arte. Da una parte l’asservimento umano agli obblighi, la metabolizzazione dell’essere su un piano secondo, dall’altra la spinta al regno che trova nel risultato della sintesi del tutto precedente per una dimensione in cui l’uno è ciò che rimane. Ancora, da una parte è l’essere figlio degli eventi, dall’altra padre che l’evento crea.
In lui sono contenuti sia il fiume, che entrambe le sponde e se osservate singolarmente, sempre saranno – vicendevolmente – un’opposta riva.

Fabiano Alborghetti

10 pensieri su “Guglielmin letto da Alborghetti

  1. Luca Ariano

    Ecco un altro libro che avevo intenzione di leggere. L’ho scoperto da poco (che è uscito) e me ne hanno parlato un gran bene. Dopo questa analisi poi…
    Un caro saluto

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  2. carla

    Voglio approfittare dell’occasione per salutare Alborghetti, persona che stimo profondamente, per la capacità analitica di entrare nelle cose, con una sensibilità solo sua (coglie le sfumature, i dettagli, l’essenza).

    Sono curiosa di approfondire la sezione Ouse….
    Complimenti Stefano.
    Vi abbraccio
    carla

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  3. alivento

    Alborghetti è molto analitico,ed è valido ed interessante scrivere del testo percorrendolo per sezioni e intersezioni acqua-sponda-centro-io. Questo procedere dà il senso dell’opera e il disegno/progetto dell’autore, il percorso poetico che ha un principio e un approdo.

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  4. Fabiano

    Grazie Carla, per le belle parole e grazie ad Alivento. Che dire? Non dico…Anzi…Mi imbarazzo….
    Grazie anche a Fabry per l’opsitalità e a Stefano per il BEL libro.
    fabiano

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  5. alivento

    si anche GR su l’attenzione e Massimo Orgiazzi su dissidenze hanno recensito il libro di Stefano. Letti tutti e tutti hanno scritto ottime cose.

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