
Ai tempi della banda e delle guerre nei boschi, in casa divenni quasi irreperibile.
Svagato come una farfalla, entravo e uscivo praticamente non visto, non c’era vento né bufera che potesse tenermi lontano dalle robinie. Tornavo appena in tempo all’ora di cena, per farmi notare col sussidiario in mano da mio padre che rientrava dall’ufficio.
Mia madre, dopo avermi accolto con urla tali da perforare i timpani, all’arrivo del marito si poneva quieta tra me e lui e non faceva parola, come per proteggermi da un’improbabile sfuriata (che infatti non accadde mai, nei vent’anni che vissi con loro). Poi, sicura di avere scongiurato ancora una volta qualsiasi umana violenza o gesto d’amore tra padre e figlio, tornava ad occuparsi della cena e della casa, che governava come una caserma.
Mio padre si toglieva le scarpe e i vestiti buoni, infilava gli abiti da lavoro e scendeva nell’orto a passare in rassegna le sue creature: pomodori steccati da poco, zucchine asfittiche e coste rigogliose. Esplorava in silenzio il suo scampolo d’arcadia.
A tavola beveva vino rosso, mentre sua moglie domandava distrattamente dell’ufficio senza ascoltare le risposte; dopo cena, lui lasciava che io scegliessi un film western e si addormentava in poltrona alla prima sparatoria. Era una pasta d’uomo, l’ufficio era la sua religione e a questa profondeva tutto il suo spirito: fuori di lì era in stand-by, in cerca solo di un angolo per ricaricare le batterie.
La sua donna lo circondava di una premurosa disistima, insegnando a noi figli una compassione distante per “il papà che lavora tanto, è molto stanco, lasciatelo in pace”. In compenso raccontava a pranzo e a cena le prodezze dell’unico fratello maschio (idolo di un gineceo composto da cinque sorelle): dal brio viriloide del balilla ai successi del megadirettore negli anni del boom.
A papà andava bene. Quello e tutto il resto: non protestava contro l’ufficio che gli spremeva l’ultima goccia di sangue, né contro la moglie che lo amministrava riconoscendogli la stessa dignità di un soprammobile, né contro la vita che non lo aveva dotato di alcun talento particolare tranne, appunto, quello del silenzio. Così l’avevo sempre visto, da quando gli arrivavo poco sopra il ginocchio.
Quando gli arrivai al mento cominciai a tormentarlo con un’infantile e gratuita malvagità che adesso mi strugge. Gli davo della vittima designata, un Fantozzi in sedicesimo, un servo del sistema. La sua mitezza mi urtava, mi esasperava il suo silenzio.
Più tardi, divenuto padre a mia volta, avvertii un mutamento nei miei sentimenti.
Pensai che ero stato ingiusto con lui in passato, ma non cercai nemmeno di dirglielo: credevo che mi odiasse, dopo tutto il disprezzo che gli avevo dimostrato. Un giorno, venendo a trovarli di sabato, lo vidi col cestino al braccio, che usciva dal cancello in direzione delle robinie. – Vado a funghi – mi disse, e io lo seguii. Restammo sempre in silenzio, e addentrandoci nella ceppaia notammo che le piogge avevano fatto un buon lavoro: mazzetti di chiodini alla base degli alberi e, sparse qua e là nella radura a fianco, lo stelo poderoso e l’ombrello chiazzato delle mazze di tamburo.
– Guarda quella! – scoprendone via via di più grandi e belli, mi divertivo come un bambino a infrattarmi e cogliere: poi li porgevo a lui, che approvava con un cenno del capo, ripuliva dalla terra e riponeva nel cesto. Guardandolo fare quel gesto mi parve d’un tratto di capire ciò che non avevo inteso mai, e cioè la dolcezza e la pazienza infinita di cui era capace, e la predilezione per le cose umili e silenziose, per tutto ciò che nutre senza nulla esigere. Così era lui, l’uomo che avevo disprezzato per anni. E mi vennero le lacrime agli occhi.
Camminammo un paio d’ore, avrei voluto che non finisse mai. Era la prima cosa che si faceva insieme, da tempo immemorabile: scoprivo che il suo passo era il mio passo, e il suo silenzio un balsamo. Tornammo a casa e lui camminava al mio fianco: non vedevo il suo volto ma sapevo che era orgoglioso e felice. Quel giorno imparai che non tutti i silenzi sono muti, e che quell’uomo avrebbe potuto insegnarmi l’arte difficile e preziosa dell’ascoltare: ma me ne dimenticai quasi subito.
Nei due o tre anni a seguire non aumentai il ritmo delle mie visite: c’era sempre qualcosa di più importante. L’ultimo ottobre da funghi – sarebbe morto il prossimo aprile – mi fece dire da mia madre che le robinie erano piene di chiodini, di venire quel sabato.
Gli feci dire da mia madre che avevo da fare. Capii poi che ci era rimasto male, ma che potevo farci? Così è l’anima di noi scrittori: sanguinante sulle piste dell’immaginario ma svagata, inessenziale nella prosa del mondo.
Ero stato un verme e lo sapevo. Mi rassegnai a praticare una sorta di premurosa lontananza, fino alla notizia della malattia: allora moltiplicai le mie cortesie, giungendo a procurargli medicinali omeopatici rari e costosi, importati appositamente dall’Inghilterra.
Credevo che anche lui preferisse così: aveva un complesso d’inferiorità nei miei confronti, non capiva la mia vita e lo mettevo a disagio – così pensavo. Ma una delle ultime volte che venni in visita (era già appeso a un filo, e lo sapeva), dopo un pomeriggio di calcio e di niente al bordo del letto, all’ora di andarmene si tolse dal collo la catenina con la croce d’oro e me la diede, come avrebbe fatto un cavaliere antico; aveva un’espressione commossa e solenne, e mi disse soltanto: – Fai il bravo – come quando ero bambino, e mi dava cento lire di mancia per un intero pomeriggio all’oratorio.
Morì solo, in ospedale. Eravamo stati a trovarlo la sera prima, e tutto era tranquillo. La notte chiamò l’infermiera, disse di avere un gran dolore al ventre: lei gli raccomandò una purga per il giorno dopo. Al mattino andò in bagno per farsi la barba e crollò sul lavabo, col rasoio in mano. Emorragia interna. Chissà se provò a chiamare qualcuno…
Comunque nessuno lo udì. Mia madre, che avrebbe voluto vegliarlo anche quella notte ne fu sconvolta, ma io risi tra me per l’unica vendetta che papà si era voluto prendere: dopo avergli tappato la bocca per tutta la vita, quella donna petulante non poteva vantarsi di avergli pure chiuso gli occhi, amministrando anche il suo ultimo istante.
Per me era diverso: forse mi avrebbe voluto al suo fianco, ma anche stavolta si compiva la mia maledizione, di arrivare sempre un attimo dopo il passaggio dell’angelo, avvertire solo il frullo delle ali e restare lì col naso all’aria, pieno di rimpianti.
L’uomo del giorno dopo.

Sicuramente diventare genitori a nostra volta (a me non è capitato) aiuta nella difficile ma indispensabile strada del ritorno (conversione?).
E il primo passo è la grazia di riuscire a capire che nella nostra vita passata siamo anche stati dei vermi; è il passo più importante, ma ne sono necessari degli altri: e quelli spettano soprattutto a noi.
“Guardandolo fare quel gesto mi parve d’un tratto di capire ciò che non avevo inteso mai, e cioè la dolcezza e la pazienza infinita di cui era capace, e la predilezione per le cose umili e silenziose, per tutto ciò che nutre senza nulla esigere. Così era lui, l’uomo che avevo disprezzato per anni. E mi vennero le lacrime agli occhi.”
Penso che questo passaggio dica tutto! L’amore, quando c’è, non ha bisogno di parole. No? Bel testo, scritto molto bene.
Marco
parole che mi fanno guardar fuori da questa vetrata e cercare ed aver speranza di un mondo migliore, parole che non mi lasciano solo
imparare ad ascoltare anche i silenzi, sì!
L’incomprensione è come un muro a volte, e più si ignorano i sentimenti, più il muro diventa spesso!
e le robinie soffrono, in giardino.
i fiori ascoltano.
Ciao Valter
Che meravisgliosa prosa: struggente!Mi è parso di vedere un film, uno di quei bei fim neorealisti che ti alzi dalla poltroncina con ancora gli occhi lucidi e tante riflessioni nella testa. C’è tanto amore e pathos. Complimenti Valter!
Un caro saluto
Gran pezzo! Bravo Valter. Lo stampo e lo leggo a mia figlia.
Purtroppo è veramente autobiografico: il verme sono proprio io.
@ valter.
come i genitori anche i figli spesso commettono l’errore di pensare che ci sia sempre altro tempo per fare o dire ciò che andrebbe fatto o detto qui ed ora. non si tratta di essere o meno invertebrati ma esseri umani che hanno col pensiero della morte l’esigenza del nascondimento e della dimenticanza. il rapporto coi genitori o con i figli, molti di noi sono entrambe le cose, non è mai semplice e mai giusto.è un rapporto d’amore e l’amore è difficile. il gesto di tuo padre è un gesto da vero padre, donarti la croce è stato come lasciarti un testimone nella staffetta dell’esistenza, senza giudizio, o condanna. bellissimo .
anche quando il padre viene messo su un piedistallo, questo è capitato a me, in qualche modo viene tradito, perchè nessun essere umano può venire idolatrato senza che questo generi una pena e un irrimediabile frattura, forse più grande della distanza.
la giusta misura è un utopia cui tendiamo senza essere in grado di raggiungerla.
argomenti complessi che ci aiutano a riflettere
grazie
elena f.
Complimenti, Valter. E, fatto strano, continua la corrente telepatica: la prossima puntata di “Bloc notes” è dedicata allo stesso tema. A più tardi.
“Per me era diverso: forse mi avrebbe voluto al suo fianco, ma anche stavolta si compiva la mia maledizione, di arrivare sempre un attimo dopo il passaggio dell’angelo, avvertire solo il frullo delle ali e restare lì col naso all’aria, pieno di rimpianti.
L’uomo del giorno dopo”.
se il dirlo non suonasse in qualche modo retorico, direi che questo finale è perfetto. anche il resto è all’altezza. un esempio di come ci si possa riconoscere in tanti, forse tutti, in un testo, senza che debba essere un prodotto di massa. imparate, maestri del reality e di altri simili abominii.
fabrizio
Si arriva sempre troppo tardi, no?
si dice sempre qualcosa di sbagliato prima o non si fa, si rimanda, come se fossimo eterni, ci si inganna, ci si stizzisce nell’altro che fatichiamo a capire, perché abbiamo in fondo paura di una somiglianza atroce, nell’intimo.
“Non tutti i silenzi sono muti”. Verissimo. Tanto che i più zitti di tutti, i morti, sono gli unici con cui si dialoga davvero.
Prima o poi tutti, da che si entra nella coscienza, perdiamo qualcuno.
E sembra che si viva per recuperare sempre a tentativi più o meno infruttuosi il non detto.
Toccante.