Calendari

di Emanuele Kraushaar

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Mia madre aveva la fissazione per i calendari. Ogni anno ne comprava decine, li appendeva alle pareti di casa e incominciava a segnare gli appuntamenti, le cose che dovevamo fare, quello che avremmo potuto anche fare. Attaccate alle pareti c’era un’infinità di parole che ripetevano più o meno la stessa solfa: oggi si deve fare questo, domani quello, ieri si sarebbe potuto anche fare quello, ma poi c’era un’altra cosa che invece bisognava farla per forza.
Il vero guaio è che mia madre sembrava impazzire se si accorgeva che era sfuggito qualcosa da fare: in pratica, le cose che lei segnava in rosso molto marcato e sottolineava anche quattro volte. Erano parole che traboccavano occhiaie di rosso e che alla fine perdevano quasi il loro senso.
Ce le avevi davanti agli occhi magari per tre settimane e poi al momento giusto rimuovevi tutto e ti dimenticavi. E seguire ogni cosa non era facile per mio padre che lavorava in cantiere dalla mattina alla sera. E tanto meno per me, che ero impegnato con le mie ricerche sulla “Lineare A”.
Ma neanche le crisi o l’arrivo della polizia dentro casa a fermare mia madre che lanciava piatti e coltelli verso me e mio padre, neanche questo mi ha tenuto gli occhi sbarrati per molte notti.
Alla fine quel calendario – dove al giorno della chiamata avevo trovato la scritta chiamare d’urgenza la polizia – me lo sono incorniciato, anche perché è rimasto l’unico ricordo lucido, ed esempio d’amore, che ho di mia madre.

9 pensieri su “Calendari

  1. fabry2007

    sinteticamente, dire molto. è un tratto della tua scrittura decisamente apprezzabile, Emanuele.
    grazie.
    fabrizio

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  2. Luca Ariano

    Molto folgorante!L’inizio mi fa venire in mente certe “nevrosi” della nostra epoca, quasi psicanalitico, poi il finale è da brividi, è vero, colpisce duro!
    Un caro saluto

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  3. Giorgio

    Bello e inquietante: due vite in poche righe, la madre che impazzisce e il figlio che studia la lineare A.

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  4. Giovanni Nuscis

    Un racconto breve che arriva dritto al lettore. L’avevo già notato nei tuoi precedenti racconti. Colpisce, qui, la follia di una madre che non è solo violenza fisica, non dissimile per molti aspetti da quella della società c.d. “civile e organizzata”, coi suoi crescenti quanto inaccettabili imperativi.

    Quanto alla concisione, come non pensare a Calvino, alle sue Lezioni americane? (Rapidità): “…trovo molto più forte la suggestione dello scarno riassunto, dove tutto è lasciato all’immaginazione e la rapidità della successione dei fatti dà un senso d’ineluttabile”

    C’è qui come negli altri racconti l’imprevedibilità, l’effetto spiazzante che ricorda Carver.

    Ottima scrittura!

    Giovanni

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  5. Giancarlo Tramutoli

    Piaciuto molto per il finale spiazzante e per la efficacissima concisione. Il massimo col minimo è una delle regole in cui credo anch’io.

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