Vi propongo questi inediti di Luisa Pianzola (in fondo, notizie sull’autrice).
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Un colpo d’ascia, di netto, abbatte il frassino adulto. Del resto non credevamo
in lui, come non crediamo in chi non resiste.
Resistere all’ascia, da piccoli si fa, si riesce. Ma l’adulto vacilla, scricchiola, cede, vede doppio.
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Si vive meglio nel fallimento oscuro, nella caritatevole assenza di illusioni che mette quel sentore sapido tra i denti e la lingua. Da questa posizione, guardando in su, il cielo è un fondo incatramato che ripara, schiaccia verso il basso insacca nell’ombra. E lì il respiro insiste, la catena massacrante scivola leggera sulle scapole che non sembra vero. Non conviene salire di grado, non pare bello disseppellire il capo con un colpo astuto della nuca.
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Questo so, eravamo massa informe uniformemente amalgamata e gentile prima che ci facessero a pezzetti e tu fossi tu e le parole i gesti le figure tremolanti soverchiassero la gioia. Soppesare divenne l’esercizio, valutare il tempo come risorsa schifosamente progressiva. Cose che passano restano, per esempio la grammatica e il buio che ne deriva.
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I pensieri si facevano enormi, distesi, ma più si camminava più le gambe si appiattivano sull’asfalto e i piedi prendevano misure sottili, ridicole al cospetto dei giganti di viale Sarca. Quando eravamo quasi pulci, con pensieri rotti dal gran dilatarsi, un attimo prima di dissolverci arrivammo da Marina «che era più grande e non lo sapevamo». Il vero gigante spaccapensieri ci aspettava nell’hangar altissimo più del duomo e buio come la notte all’ora dei corrieri in pieno giorno. Si poteva toccare la vastità? Niente somigliava a quel dolore dilatato, nemmeno il video di sette metri per trenta. Che terrore, sulla pancia di Marina, che sfinimento, «scorderai presto questa grandezza, ma dalle un posto ora, tienila dietro il cancello, dai un nome a questo muro liscio.»
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Siamo di nuovo sulla strada. Lei portando gli occhiali leggeva. Si sentiva il respiro del gigante – la vecchia Breda – e Marina, o la sua presenza, che lo ammansiva.
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Dice voglio diventare vecchissima, voglio essere vecchissima decrepita senza più desideri, oltre la tensione visibile, un liquame adagiato su vicende private, un dirupo vergognoso che mi crolla ancora addosso.
Dice voglio arrivare a essere vecchissima, senza più giovani intorno, ornata solo di sabbie armate immobili per vedere cosa c’è dietro tutto questo, cosa c’era dietro tutto questo. Incappucciata in una storia risibile, ormai non più vista né osservata, vedere come intruglio maleodorante il vero motivo di tutto questo il vero (…)
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Non so come chiamarla: la cosa non ha nome.
(Joseph Conrad, Lord Jim)
Lasciamo macchie, incalciniamo il passaggio con impronte un poco untuose. Là dove stavi seduto per molto tempo s’è creata un’infossatura. Era un pomeriggio o una sera, l’appartenenza alla stanza si placava su un sedile per nulla consapevole. E buchi, e mancanze, e volti da rallegrare. Ma se stai da un’altra parte, e hai percorso un bel po’ di scale, riempi almeno di presenza l’incavo affannato, manda qualcuno. Qui serve il tepore di un bacino a riposo.
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Come farà bebè a morire?
(Teresa di Lisieux, Ultimi colloqui)
Le mamme con i piccoli entrano in acqua senza bagnarsi i capelli. Le pettinature mantengono il loro gonfiore, quando escono dall’acqua, ma certi ricciolini si depositano sul collo e sull’arco delle spalle… A essere quei piccoli c’è tutto da guadagnare: la schiena della mamma ancora umida offre un riparo dal sole e quella polpa chiara da prendere a morsettini!
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Fräulein ha liberato il suo carceriere. Lui con spade pistole pugnali è scappato lontano non prima di togliersi la vita. Ora la ex reclusa mostra alle telecamere i segni della lunga latitanza: camicetta fuori moda, unghie poco curate, nessuna voglia di mandare sms. Guarirà con l’aiuto della psicoterapia.
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Il bene salva. Abbiamo attraversato il tunnel di stazioni irriconoscibili per velocità di passaggio e fermate non richieste. Poi il buio delittuoso di una contrattazione rapida, marciare veloci, qualcuno che imprecava. A quel punto la paura aveva già consegnato la ragazza (chiamiamola così) alla schiera innocua di quelli che vanno. Voglio dire: si stava allontanando, le sembianze non erano più le stesse, la si portava via da noi. Senza allarme, senza orrore. Con una certa cordiale meticolosità.
Ma il buio, a volte, salva. Salva la notte. Di mattina gli arti spossati, pesanti quintali. La fatica di essere di nuovo leggeri.
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Ti metti in macchina guidi di notte, millequattrocento euro esentasse senza bisogno
del commercialista – qui alza il tono poi lo abbassa.
Ciao belle bimbe dove andate.
Il pomeriggio ha l’aria più scura. A furia di pause e tipi che passano il bar diventa una cattedrale. Pochi silenzi sono gli stessi solo non c’è un centro, il centro va via in corrispondenza dell’incrocio. È una rarità che corrompe, sperpera idiomi, illanguidisce.
(zona Brera)
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Ottobre carsico, ma anche gentile. Tra l’inizio e la fine, in una staticità accudita, tutto parla di un sentimento mediano, gregario malpagato e riconoscente.
Riconoscenza. Ecco come respingere le ondate estive irrisolte. Senza guardarsi indietro, attraversando muri a spallate.
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Ils sont venus, les forestiers de l’autre versant,
les inconnus de nous, les rebelles à nos usages.
(René Char, Les inventeurs)
Non ho nulla non posseggo nulla non aspiro a nulla. Amo il cruccio delle membra nell’incedere come il carcere spaesato che mi saldava allo sguardo dell’ultimo, o il penultimo comunque uno straniero, uno spogliato di tutto sorridente ancora piacente sotto la coltre devastata degli anni senza accumulo – una carriera al contrario – Sono io quell’uomo assente vigilo solo così, sento gli archi tesi del pianissimo, due gocce smaltate che si abbracciano a mezzo vetro e precipitano al fondo (…) Odio il tuo accumulo il discrimine il riserbo a sperperare, tu sei ricco un ricco potente non ci armare non guardarci, siamo una goccia unica priva di tutto, a filo di sogno, di smania a un disconoscimento, di un cortocircuito che prima o poi ci brucia.
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Da un po’ mi attraggono le sante, quelle che si ammalavano gravemente e prendevano il dolore come un premio speciale del padreterno, il segno che gli voleva proprio bene. Teresina, per esempio, diceva che Gesù era un ladro e la voleva rubare. Lo diceva con un sorrisetto furbo mentre la fatica di respirare la faceva sobbalzare sopra il letto. Ha parlato così un’estate intera, con bocciòli di gardenia che le uscivano dal petto.
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(Accampa pretese, rumoreggia, sceglie vocaboli raffinati.
L’indicibile fa irruzione)
Il cerimoniale di me stesso, l’io liturgico che sbiancava invadendo sogni altrui. Da qui comincia un altro percorso, e quello che hai fatto lo puoi pure incorniciare. Da qui s’innalza una specie di monumento ai grandi, un io a 24 carati ricopiato in bella e sottolineato per chi verrà dopo. Cornice barocca o modern style, un secondo dopo che l’hai detto è un secolo antico e rimpiazzato (orrore nell’aver fatto tutto per loro, nell’essersi spesi fino all’ultimo).
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Nei giardini condominiali vado di sera, fingo di passeggiare con il cane e mi sorbisco manfrine famigliari, rumori di cose spostate, tapparelle abbassate. Luci in sequenza dalle finestre degli appartamenti. A volte si sente lo scatto elettrico di un cancello, poi un ragazzo salta giù dalle scale comuni. Mi piace saperli a tavola, o in soggiorno, lei che va dove non sa lui, un figlio che gioca sul letto.
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Nell’edificio anonimo, rumori di ferri gettati nel cortile. Risorse consumate gli oggetti nella stanza, più di ogni altro il cellulare, che ha già fatto il suo mestiere. Una mezzora scarsa ci separa dall’evento (fatto che accadrà nel pomeriggio). Nulla è incerto, anche il fumo della sigaretta cammina dritto verso un punto della parete mezzo illuminata. Qui, almeno, saremo pulviscolo persistente, già solidificato (intendo la realtà, il chiarore che sbaraglia).
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Sed nec perpetuae sedes sunt fontibus ullae,
aeterni aut manant cursus.
(Giovanni Pontano, Meteororum Liber)
Il tempo delle cose è brevissimo, eppure operai demoliscono insistentemente per costruire una multisala. Scavatrici in funzione, materiali edìli in quantità indescrivibile. Io per me infilo in fretta le scarpe alla mattina per scampare al crollo prevedibile e correre da qualche parte. L’inguine nei pantaloni non parla, ammutolito stancabile sfinito. È un tempo incolume finora, mi dico, ma a fatica lo intendo, a fatica assumo posizioni durevoli. Non è certa la causa, l’effetto addirittura manca. Ma quotidianamente insisto in un tempo che resiste, dentro una storia non richiesta che non rischia suoli, non escogita.
Note
Il testo I pensieri si facevano enormi, distesi è stato scritto in occasione della mostra Balkan Epic, Marina Abramovic, Hangar Bicocca, Milano 2006.
Fräulein ha liberato il suo carceriere si riferisce al caso di Natascha Kampusch, rapita a dieci anni nel 1998 e liberata nell’agosto 2006.
Teresina, in Da un po’ mi attraggono le sante, è Teresa di Lisieux (1873-1897).
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Luisa Pianzola è nata a Tortona nel 1960 e si è laureata in storia dell’arte contemporanea alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Genova. Giornalista pubblicista, ha pubblicato i volumi di architettura Alberto Sartoris, da Torino all’Europa (Alberto Greco Editore, Milano 1990) e Prima del Progetto, disegni della formazione di Alberto Sartoris (Sapiens, Milano 1993). Ha pubblicato le raccolte di poesia Sul Caramba, Sapiens, Milano 1992, Corpo di G., LietoColle, Faloppio 2003 (prefazione di Maurizio Cucchi) e La scena era questa, LietoColle, Faloppio 2006 (prefazione di Gianni Turchetta).
Ha curato l’edizione 2006 de Il Segreto delle Fragole, LietoColle. Sue poesie sono apparse in riviste e antologie. Ha partecipato a letture di poesia in varie città italiane. Attualmente sta lavorando a un nuovo libro e a un video-reading con il poeta performer Alberto Mori. Vive e lavora tra Tortona e Milano.

“Io per me infilo in fretta le scarpe alla mattina per scampare al crollo prevedibile e correre da qualche parte”.
la scrittura di Luisa utilizza materiali poveri, ma costruisce architetture ardite. simboli grigi lasciano intravedere lo sguardo sul disegno, sempre cancellato e ostinatamente ricostituito. non è il racconto di una fuga. né la fuga dal racconto. sono voci che salgono da miniere umide, con echi di stalattiti multiformi, prismatiche.
grazie
fabrizio
Per me è molto ma molto brava. Grazie a Marco per questa segnalazione. Scrittura netta, pulita, che lascia poco all’artificio, se non nulla, e che riesce a diventare metafora di altro e altro ancora tramite l’impianto rivolto al totale che la vive. Momenti di altissima tensione e spinta. Un procedere a frammenti che hanno un comune denominatore. Prosa poetica tra riflessione e gesto acuminato. Definite le immagini. Padronanza e coraggio.
“Cose che passano restano, per esempio la grammatica e il buio che ne deriva.”: qui la Fenice del cerchio all’io che, se riesce, è darsi/farsi una sola moltitudine.
Ho conosciuto Luisa Pianzola a Roma, circa un anno fa, alla Fiera del libro di Roma, in una serata organizzata da Lietecolle e già ne conoscevo la bravura e le forti motivazioni. Questi inediti che ci propone Merlin dimostrano che la ricerca e la crescita di Luisa procedono nel migliore dei modi.
Antonio
“Resistere all’ascia, da piccoli si fa, si riesce. Ma l’adulto vacilla, scricchiola, cede, vede doppio”.
Sto rileggendo attualmente Char e Lu Xun (Erbe selvatiche, Quodlibet ed.) – i testi qui proposti mi sembra siano ad un livello di non diversa qualità. Davvero complimenti: mi riprometto di leggere altri testi di questa autrice.
Un caro saluto per Marco.
“Si vive meglio nel fallimento oscuro, nella caritatevole assenza di illusioni…”
“Il bene salva. […]Ma il buio, a volte, salva. Salva la notte.”
Due frammenti su cui meditare, nei quali “l’indicibile fa irruzione”.
Conoscevo Luisa Pianzola solo di nome. Ringrazio Marco per avermela fatta conoscere. Trovo assai interessante questo “lirismo prosastico”, questo occhio attendo ai fatti della contemporaneità, al quotidiano, proprio come piace a me! Colpi vibranti.Complimenti!
Un caro saluto
Luisa Pianzola è una delle rare autrici italiane in grado di dare una voce credibile al dolore. Che è spesso rarefatto, diffuso, ottuso, immotivato. Non per questo meno devastante.
grazie a tutti per i bei commenti. Mi hanno regalato quel tipo di gioia sottile che nasce dal dare e ricevere, in qualsiasi forma. Grazie soprattutto a Fabrizio (chi sei?): il tuo commento mi ha molto colpito perché fotografa un procedimento creativo che mi appartiene, e perché ci sono le parole disegno, architetture e materiali poveri (nasco artista visiva). In qualche modo, sono parole che “chiudono il cerchio”. E per questo mi placano.
(spero mi perdoni se la chiamo per nome)
poesia erosa e disgregata dolcemente da illusioni assenti, dal collocare rumori condominiali nella notte, rumori consolatori che pacificano temporaneamente la sensazione, che arriva soffocante e ovattata, di non-stare in nessun luogo o di stare sul fondo di un luogo (non importa quale: il “luogo” è ovunque) e da nessuna altra parte.
Luisa, carsica ma anche gentile (come il suo bellissimo Ottobre) e di dolorosa e ordinata mancanza d’illusioni, segue il rimescolarsi della calma tempesta quotidiana, che nulla prevede perchè già tutto previsto;
tra le sue mani lei stessa, gli esseri che appaiono nei suoi testi, sono cose nel senso di “ciò che esiste”.
l apoetessa si fa cosa che sa mantere il segreto dell’insita fragilità di “tutte le cose”.
questo le costa molto e se riflettiamo, costa a tutti noi che diventiamo insieme al poeta “macchie” e “infossamenti” dove prima eravamo… come un barattolo che lascia l’alone rotondo di ruggine… (ma eravamo? siamo mai stati?): le/ci costa l’allontanamento mentale dal ricucirci l’ombra quando l’anedotto della vita ci si rivela continuamente e pateticamente, abitudinariamente, prevedibile, appunto.
ma cosa desidereremmo in cambio di questo?
chiderselo è lecito.
cosa potremmo desiderare che possa deflagrarci da quella pigrizia strangolatrice e rigorosa?
siamo sicuri davvero di desiderare altro che non sia quello che ci fa certi fino a stasera
di contare pur qualcosa almeno per il pavimento che teniamo pulito?
non è un ciclo vitale questo. è una catena di montaggio perfetta e strangolatrice dell’individualità nella quale ad un certo punto le sante fanno capolino e chiamano il poeta, gli indicano una strada per la salvezza fatta di un dolore gioiosamente sopportato.
il dolore rende salvi e vivi?
avessero ragione le sante? ma ogni forma di dolore è riconoscibile.
dal più muto al più urlato, dal più mistico, al più laico.
un’onda di dolore imparziale, in tutte le forme, che arriva ovunque.
il lettore si guarda attorno. conta i suoi metri calpestabili d’alloggio.
non sa se restare o rimanere. appoggia l’orecchio al muro e ascolta il respiro del vicino.
è una cosa che ascolta e aspetta con pazienza di rompersi?
Luisa sommersamente resuscita i nodi comuni che tengono serratamente gli ostacoli compulsivi della nostra – breve – corsa in avanti e il – veloce – sbriciolarsi orario del tempo;
evoca nel suo registro pacato, rassegnato, che nulla ha di avventuroso come si può intendere qualcosa di selvaggio e sconosciuto, l’avventura più selvaggia, pericolosa, insidiosa di “tutti i giorni”.
luisa con un bisturi ricurvo a uncino, apparentemente senz’ansia, ci sorprende aprendo le porte, anche quelle metaforiche, dei nostri “appartamenti” mentali, della nostra incomunicabilità spirituale;
indaga negli spettri che la/ci abitano come solventi ed educati vicini e di cui lei/noi a nostra volta abitiamo il loro desiderio di personificarsi, farsi compagni tra loro incarnati, come se la poetessa desiderasse ma forse e meglio dire confermasse che male bene vita morte desiderassero restare incollati unici totem di riferimento pratico e quindi, forse, necessari “insistendo in un tempo che resiste, dentro una storia non richiesta che non rischia suoli, non escogita” e io aggiungerei, nel dato contesto: “che non sceglie”.
poetica coraggiosa e riprendo, d’accordo con quello che ha scritto Manzoni.
davvero apprezzata.
tra virgolette metto le espessioni usate nei testi dalla Pianzola.
mi scuso per gli errori.
un saluto
paola
grazie, Luisa. sono l’unico fabrizio della squadra di poesiaespirito.
felice di aver colto nel segno.
un abbraccio e a presto.
un saluto speciale ad Antonio.
Conoscevo Luisa Pianzola. “La scena era questa” è uno dei migliori libri di poesia pubblicati negli ultimi anni. Però devo confessare che questa prosa poetica di Pianzola non mi convince, non riesce a trasmettermi emozioni. Preferisco di gran lunga Pianzola quando scrive in versi. Se il poeta Luisa Pianzola è in ascolto, vorrei chiederle perché ha abbandonato la scrittura in versi (dove riesce ad ottenere risultati altissimi) per passare alla prosa poetica. Credo che la risposta di Pianzola interesserebbe tutti i lettori del blog. Grazie comunque al tenutario del blog per averci fatto conoscere questi scritti inediti di Pianzola. Spero infine che Pianzola riprenda presto a scrivere (e pubblicare) anche in versi. Secondo me è quella la sua vera strada.
Caro Matthieu, semplicemente nella scrittura devo seguire l’istinto. E l’istinto adesso mi dice di scrivere così. Poi, chissà. Probabilmente tornerò al verso breve. Ma è come se la mia tabella di marcia interiore mi dicesse che, ora, il ritmo (perché sai, anche se non ci sono gli a capi frequenti, come nel verso libero, il rtimo mi sembra ci sia sempre) è questo. E poi, nella scrittura mi piace sperimentare, mettermi alla prova, senno mi annoio e preferisco fare altro. Grazie e ciao.
Grazie Luisa per aver risposto. Apprezzo molto. Scrivi: “Poi, chissà. Probabilmente tornerò al verso breve.” Non vedo l’ora!
Brava Luisa, è la poesia che viene da te e non il contrario, altrimenti il rischio è di essere annoverati tra i soliti “onesti mestieranti del verso”, nulla di più.
Marco
Il quotidiano, sì, i paesaggi urbani, suburbani…; eppure vedo in queste belle immagini così vivide e di partecipata presenza, qualcosa di metafisico; dove il poeta è angelo (v. Il cielo sopra Berlino)ubiquo, quasi, ed onniscente; azzardo a dire bene-dicente: “Nei giardini condominiali vado di sera, fingo di passeggiare con il cane e mi sorbisco manfrine famigliari, rumori di cose spostate, tapparelle abbassate. Luci in sequenza dalle finestre degli appartamenti. A volte si sente lo scatto elettrico di un cancello, poi un ragazzo salta giù dalle scale comuni. Mi piace saperli a tavola, o in soggiorno, lei che va dove non sa lui, un figlio che gioca sul letto.”
Grazie
Giovanni