La confusione tra libidine e passione, che è molto presente in gran parte della cultura contemporanea, ovvero la mancata distinzione tra qualcosa che è anche degli animali e quello che è proprio dell’uomo soltanto, mi sembra una cifra di quest’epoca nemica del pensiero.
Nei campi di patate intorno a Roncegno, durante le vacanze del 1958, vidi tantissime dorifore. Mi piacevano molto quei piccoli coleotteri striati. E non capivo l’odio che i contadini nutrivano per loro. Mi spiegarono che esistevano guerre tra animali e uomini, e che le dorifore distruggendo le piante di patate avevano un tempo affamato l’Irlanda.
Non mi sarei meravigliato se negli anni passati il potente Padoa-Schioppa dal fragoroso nome avesse diretto la politica economica del Governo Berlusconi. Non mi sono meravigliato vedendolo svolgere la sua azione di economista alto-borghese nel governo cosiddetto di centro-sinistra, che ha a capo un democristiano inaffondabile. Siamo in Italia. La componente di sinistra-sinistra (che io chiamo kefijota a causa del suo amore per i Palestinesi, o meglio del suo odio per l’America e Israele) non ha una politica economica praticabile, e questo governo potrà al massimo farlo cadere. E penso che ciò accadrà abbastanza presto.
In una mia escursione lungo il greto del Piave, ho trovato un boschetto letteralmente infestato dai ramarri. E mi sono ricordato che in quella famosa estate del 1958, in Valsugana, ne avevo visto uno per la prima volta. Le sue dimensioni, tanto maggiori di quelle delle lucertoline che conoscevo, mi impressionarono. E mio padre mi infuse rispetto per il suo coraggio e la sua combattività. «Se lo prendi ti morsica» mi disse. Veramente, di prenderlo in mano, ammesso che fossi riuscito ad acchiapparlo con la mia retina per farfalle, non avevo alcuna intenzione.
Questo indulto mi sembra la classica una tantum all’italiana. Come dire:
Non siamo capaci di realizzare un sistema carcerario efficiente ed umano.
Non siamo capaci di realizzare processi rapidi ed equi.
Non siamo capaci di distinguere i crimini a seconda del loro peso reale.
Non siamo capaci di comminare pene adeguate ai reati.
Non siamo capaci di rendere giustizia alle vittime.
Non siamo in grado di distinguere il giusto dall’ingiusto.
Non siamo in grado di rendere uguali di fronte alla legge il povero e il ricco.
Quindi: abboniamo qualche anno ugualmente a tutti, così
1)le carceri non scoppiano, (ché tanto quelle nuove che abbiamo costruito devono restare là vuote, l’importante è che qualcuno ci abbia guadagnato qualcosa, e di altre nuove del tutto non se ne parla nemmeno – mica siamo uno stato di polizia) e soprattutto
2) i politici corrotti e i corrotti dai politici possono uscire, come è loro sacrosanto diritto.
I proprietari di farmacia (meglio distinguere, non parlo di tutti i farmacisti) sembrano pensare che il consumatore italiano in un supermercato, di fronte ad uno scaffale pieno di confezioni di aspirina e di supposte di glicerina, ne farebbe incetta, usando i farmaci poi in modo improprio (che so, prendendo un’intera scatola di aspirine in un colpo solo, o mettendosi nel sedere 10 supposte); mentre lo stesso consumatore di fronte ad uno scaffale di bottiglie di whisky rimarrebbe razionale e impassibile, facendosi consigliare eventualmente dall’esercente sul modo di bere il superalcolico. «Mi raccomando, solo mezzo bicchierino a stomaco pieno, una volta alla settimana, mai prima di mettersi al volante». Sarà perché molte farmacie sembrano dei piccoli supermercati, cui manca solo la licenza per la vendita dei superalcolici?
I sostenitori dell’indulto che affermano la sua necessità per «svuotare un po’ le carceri» che essendo poche e vecchie e sovraffollate rendono inumana la condizione dei carcerati, mi paiono seguire una logica analoga a quella di coloro che anni or sono, per risolvere il problema degli inquinanti nell’acqua degli acquedotti, decisero di innalzare i limiti di legge. Nei sedici anni passati dall’ultimo provvedimento di clemenza generalizzata, che cosa si è fatto per dare al sistema carcerario italiano una parvenza di efficienza e umanità? C’è qualcuno che pensa davvero che negli anni che seguiranno questo provvedimento si realizzerà qualcosa per far funzionare il meccanismo giustizia-carcere? O è invece pensabile che tra poco le carceri italiane scoppieranno di nuovo e si dovrà rimettere fuori un sacco di gente?
Mi pare importante questo dato: in Italia viene punito solo il 20% dei reati commessi. Almeno l’80% di furti, rapine, ecc. rimane senza un colpevole accertato. Cosa succederebbe nelle carceri se una maggior efficienza delle polizie portasse alla cattura di un maggior numero di delinquenti?
Ecco Chavez con l’idolo, Castro. Guardando queste foto comprendo perché io non sono appartenuto, non appartengo, e non apparterrò mai al popolo di sinistra.
Molti ragazzi non sanno che cosa sia un bue, e che relazione abbia col toro. Me ne sono accorto interrogando sull’argomento una mia classe liceale. Almeno la metà degli studenti non sapeva che un bue si ottiene castrando un vitello. Non parliamo poi del mulo. Non sanno nemmeno che aspetto abbia… Credo che per quanto riguarda la natura, la storia, e in generale il mondo reale, le generazioni che avanzano siano avvolte dall’ignoranza. Un’ignoranza diversa, e forse peggiore di quella che opprimeva le generazioni passate.
Le alborelle sono dei pesciolini argentei che vivono in frotte nei fiumi e nei laghi dalle acque pulite. Da piccolo mi hanno insegnato a pescarle con la canna. Se ne prendevano a centinaia, con ami piccolissimi e con le larve di mosca come esca. Ed erano buonissime fritte, si mangiavano intere, testa compresa.
No, non sono un animalista. Anche adesso mi piace pescare e mangiare il pesce. All’occorrenza, so anche tirare il collo ad un pollastro e spennarlo. Ho anche proposto alla mia scuola un corso di immersione nella civiltà contadina, comprendente l’uccisione e la preparazione culinaria di animali, che per i ragazzi di oggi sarebbe molto istruttivo, ma pare che i tempi non siano favorevoli. Per la verità, ho fatto anche di peggio, ho proposto di inscenare un rito sacrificale al modo dei Greci, ma i colleghi lo hanno preso come uno scherzo…
Preganziol, sconosciuto paese alle porte di Treviso, ha ottenuto per decreto della Presidenza della Repubblica il diritto di fregiarsi dell’appellativo di città. Per poter essere chiamato città, un abitato deve poter vantare qualche monumento storico. Preganziol vanta, come monumenti storici che le attribuiscono il diritto di chiamarsi città, alcune ville venete. Dunque è da considerarsi città perché entro il suo territorio i patrizi veneti andavano a trascorrere la loro villeggiatura (in campagna). Dunque è sempre stata campagna, e proprio per questo ora è città.
Una delle tante assurdità che derivano dalla sete di grandezza che alberga nell’animo di tutti i politici, compresi sindaci e amministratori di piccoli borghi. Un segno dei tempi.
«Segui il tuo sentiero. Sei un guerriero». Forse è perché ho sempre sentito in me molto forte il richiamo della violenza e della guerra che ho tanto studiato l’antropologia fondamentale, arrivando a vedere nella teoria mimetica e nell’antropologia generativa due strumenti intellettuali per comprendere l’uomo in generale, e me in particolare. Infine, mi risulta chiaro come il sole che l’autentica jihad è quella lanciata contro le forze del male che sono in te stesso.
Il ghiozzo chiamato go (con cui a Venezia si faceva il celebre risotto coi go) è legato a molti ricordi della mia infanzia e adolescenza. Quanti ne ho pescati, tra il finire degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta! Alla Salute, dove abitavo, ce n’erano molti anche nel Rio delle Fornase, sotto casa mia. Dal pescivendolo costavano poco, erano, allora, pesci plebei. Io rubavo pezzetti di bistecca dal frigorifero per farne delle esche. A casa mia però non si amava il pesce, a causa dell’odore della cottura, che ai miei genitori risultava insopportabile. Così, i cestini di go con cui tornavo a casa finivano regolarmente alla nostra domestica, che li apprezzava come si meritavano. Oggi, divenuti rarissimi a causa degli sconvolgimenti ambientali che negli anni Settanta hanno stravolto l’habitat della Laguna, valgono l’oro che il colore giallastro della parte inferiore del loro corpo ha il potere di evocare.
Si può simpatizzare per la Cuba castrista solo se si antipatizza per gli USA. Questo mi pare di una evidenza lampante. Se non si nutrono simpatie e antipatie apriori, occorre ragionare, e sgombrare il campo dagli equivoci. Io non parto dal presupposto che se uno stato democratico si confronta con uno non democratico la ragione è sempre dalla parte del primo in tutto e per tutto: bisogna vedere, ragionare e analizzare. Nella Guerra del Peloponneso, in cui uno stato proto-democratico si è confrontato con uno aristocratico, le tendenze aggressive che hanno innescato il conflitto erano del primo, ateniesi, non spartane.
Mi guardo anche dal pensare che se si confrontano un popolo debole e uno forte la ragione sia sempre dalla parte del debole. L’Italia fascista era più debole della Francia e dell’Inghilterra: aveva forse ragione?
Né mai le ragioni stanno tutte da una parte soltanto. Dunque, ciò premesso, si può affermare che Cuba non è uno stato democratico, e che Castro è un dittatore. Infatti a Cuba non si può fare esercizio pubblico di dissenso, pena il carcere, mentre il riconoscimento del diritto di manifestare il dissenso dal potere, in forma organizzata e pubblica, è il requisito fondamentale perché uno stato possa definirsi democratico.
Inoltre Castro passa i poteri a suo fratello. Un atto assoluto, la mera voluntas principis. Se Bush fratello vuole succedere a George, deve vincere le elezioni (questa è la differenza). Gli USA sono una democrazia (che può piacere o non piacere), Cuba no. Altra cosa è la questione se nei rapporti tra i due stati abbia ragione l’uno o l’altro. Qui occorre un minimo di chiarezza intellettuale, che in genere manca.
Terribile è il volto della battaglia, che anche i più determinati fra coloro che vi partecipano non riescono mai a sostenere nella sua verità. Un classico della storiografia militare che ho letto in questi giorni di guerra (ma tutti i giorni sono di guerra) è il libro di John Keegan Il volto della battaglia. Tre battaglie (Azincourt, Waterloo e Somme) descritte in un modo che le rende indimenticabili, nella loro atrocità, dando anche ragione al Tolstoj di Guerra e Pace.

Le divagazioni sono quasi un genere letterario, interessanti proprio per l’alta percenntuale di imprevedibilità che attende il lettore ad ogni passo e le libertà d’accostamento di immagini e considerazioni (mi sovvengono, ognuno latore di campi preferenziali, i nomi di Geminello Alvi, Philippe Daverio, Giuseppe Scaraffia). Nondimeno, specie quando si sconfina nell’attualità politica, bisogna ricordarsi che la società è così complessa che non è più possibile, come forse cinquant’anni fa, buttarla lì, tirare le fila di tutto, giudicare definitivamente.Ma questa mia osservazione, naturalmente, è rivolta al lettore – ché l’autore, invece, ha diritto alle sue libertà e ai suoi rischi.
Antonio
Io, lo sapete, sono uomo di sinistra; non faccio politica attiva ma mi sento vicino ad un un certo modo di pensare e di appartenere. Devo ammettere che molte questioni che “tiri in ballo” in questo post sono reali e condivisibili. Io mi sento di essere d’accordo! Il problema forse è che oggi mancano certe sfumature nel senso: i media, la società, ecc. tendono sempre troppo a semplificare; o bianco o nero. O dietro il muro o davanti. Putroppo oggi la nostra società è così complessa, in ogni suo campo, in ogni sistema che davvero fatico a ritrovarmi in certe banalizzazioni. Ci sarebbero mille altre cose da scrivere sugli spunti che hai dato ma mi fermo qui sennò scrivo tutto il pomeriggio…;-)
Un caro saluto