
A proposito di ricordi. Ci sono versi che hanno turbato la mia infanzia, due problemi angoscianti che solo da adulta sono riuscita a risolvere. Ambedue riguardano le poesie di Giosuè Carducci. La prima è San Martino (che non è stata scritta da Fiorello!) qui riporto i premi versi:
La nebbia a gl’irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;
Mi chiedevo come mai la nebbia facesse piovere sopra gli irti colle il sale e a che scopo.
La seconda è Pianto antico:
Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita,
tu de l’inutil vita
estremo unico fior,
sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra
Perché sei li metteva nella terra fredda e sei nella terra negra? E cos’erano? Erano dodici fiori, erano dodici cadaveri? E perché?

Oggi Carducci lo sentiamo lontano, retorico, e anche io non stravedo per i suoi versi, eppure in quell’epoca era considerato un Vate, un punto di riferimento. Sinceramente quella figura di poeta, pur con tutte le sue forzature d’epoca, forse un po’ ci manca oggi. E non lo dico certo da poeta, ma da civis del mio tempo!
Un caro saluto
A me “San Martino” piace moltissimo ancora oggi, la trovo deliziosa (forse perché sono un cacciatore). E “Pianto antico” mi commuove tuttora, e trovo la sua retorica davvero splendida.
Quanto a Carducci nell’insieme, certo è arretrato risetto alla poesia europea coeva, è un “trombone”. Ma è anche uno che sa il metro, e come lo sa…
Io però amo il Pascoli, quello cosmico e conviviale…
Anche io preferisco il Pascoli, ma di gran lunga…forse perchè è più novecentesco? Sulla padronanza metrica del Carducci non si discute…
e che ricordi, cara Antonella!
ciao
Ciao, Anto.
Che bello rinverdire certi ricordi scolastici!
Un abbraccione e un bacino dal Gianfry
non ho amato Carducci al liceo, salvo poi riscoprirlo leggendo Campana o per vie traverse, a ritroso (Rimbaud, Baudelaire, Hugo, Gian Pietro Lucini e la Scapigliatura, etc.) o, ancora, attraverso l’antologia della poesia rivoluzionaria dell’Ottocento curata dallo storico anarchico Pier Carlo Masini –
in fondo, anche autori che crediamo lontani da ciò che muove ciascuno di noi sono sempre lì a donarci qualcosa, anche in negativo, p.es. ultimamente sto rileggendo Monti e Parini –
Questo è il Carducci che ho sempre amato:
Alla stazione in una mattina d’autunno
Oh quei fanali come s’inseguono
accidiosi là dietro gli alberi,
tra i rami stillanti di pioggia
sbadigliando la luce su ‘l fango!
Flebile, acuta, stridula fischia
la vaporiera da presso. Plumbeo
il cielo e il mattino d’autunno
come un grande fantasma n’è intorno.
Dove e a che move questa, che affrettasi
a’ carri foschi, ravvolta e tacita
gente? a che ignoti dolori
o tormenti di speme lontana?
Tu pur pensosa, Lidia, la tessera
al secco taglio dài de la guardia,
e al tempo incalzante i begli anni
dài, gl’istanti gioiti e i ricordi.
Van lungo il nero convoglio e vengono
incappucciati di nero i vigili
com’ombre; una fioca lanterna
hanno, e mazze di ferro: ed i ferrei
freni tentati rendono un lugubre
rintocco lungo: di fondo a l’anima
un’eco di tedio risponde
doloroso, che spasimo pare.
E gli sportelli sbattuti al chiudere
paion oltraggi: scherno par l’ultimo
appello che rapido suona:
grossa scroscia su’ vetri la pioggia.
Già il mostro, conscio di sua metallica
anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei
occhi sbarra; immane pe ‘l buio
gitta il fischio che sfida lo spazio.
Va l’empio mostro; con traino orribile
sbattendo l’ale gli amor miei portasi.
Ahi, la bianca faccia e ‘l bel velo
salutando scompar ne la tenebra.
O viso dolce di pallor roseo,
o stellanti occhi di pace, o candida
tra’ floridi ricci inchinata
pura fronte con atto soave!
Fremea la vita nel tepid’aere,
fremea l’estate quando mi arrisero;
e il giovine sole di giugno
si piacea di baciar luminoso
in tra i riflessi del crin castanei
la molle guancia: come un’aureola
piú belli del sole i miei sogni
ricingean la persona gentile.
Sotto la pioggia, tra la caligine
torno ora, e ad esse vorrei confondermi;
barcollo com’ebro, e mi tocco,
non anch’io fossi dunque un fantasma.
Oh qual caduta di foglie, gelida,
continua, muta, greve, su l’anima!
Io credo che solo, che eterno,
che per tutto nel mondo è novembre.
Meglio a chi ‘l senso smarrì de l’essere,
meglio quest’ombra, questa caligine:
io voglio io voglio adagiarmi
in un tedio che duri infinito.
Un Carducci antico e moderno, che sembra anticipare lessicalmente Guccini: “l’empio mostro” riconduce al “mosrtro strano”, al “mostro divorava la pianura” de “La locomotiva”, così come
“Già il mostro, conscio di sua metallica
anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei
occhi sbarra; immane pe ‘l buio
gitta il fischio che sfida lo spazio” riporta al gucciniano “con l’ ultimo suo grido d’ animale la macchina eruttò lapilli e lava,
esplose contro il cielo, poi il fumo sparse il velo…”.
Basterebbe, per me, solo questo per farmelo amare.
Enrico
a me piace. in quanto a “tromboni” nella poesia attuale ce ne sono fin troppi, e senza saper scrivere…
In effetti ascoltando e cantando la Locomotiva – anche ai concerti – mi è sempre venuta in mente questa poesia di Carducci a cui sono dolcemente legato. In famiglia sono appassionati di Carducci e quando ero bambino, oltre alle favole mi leggevano anche poesie, tra cui quelle di Carducci…
Un caro saluto
Non so che viso avesse, neppure come si chiamava,
con che voce parlasse, con quale voce poi cantava,
quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli,
ma nella fantasia ho l’immagine sua:
gli eroi son tutti giovani e belli,
gli eroi son tutti giovani e belli,
gli eroi son tutti giovani e belli…
Conosco invece l’epoca dei fatti, qual’ era il suo mestiere:
i primi anni del secolo, macchinista, ferroviere,
i tempi in cui si cominciava la guerra santa dei pezzenti
sembrava il treno anch’ esso un mito di progresso
lanciato sopra i continenti,
lanciato sopra i continenti,
lanciato sopra i continenti…
E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano
che l’uomo dominava con il pensiero e con la mano:
ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite,
sembrava avesse dentro un potere tremendo,
la stessa forza della dinamite,
la stessa forza della dinamite,
la stessa forza della dinamite..
Ma un’ altra grande forza spiegava allora le sue ali,
parole che dicevano “gli uomini son tutti uguali”
e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via
la bomba proletaria e illuminava l’ aria
la fiaccola dell’ anarchia,
la fiaccola dell’ anarchia,
la fiaccola dell’ anarchia…
Un treno tutti i giorni passava per la sua stazione,
un treno di lusso, lontana destinazione:
vedeva gente riverita, pensava a quei velluti, agli ori,
pensava al magro giorno della sua gente attorno,
pensava un treno pieno di signori,
pensava un treno pieno di signori,
pensava un treno pieno di signori…
Non so che cosa accadde, perch prese la decisione,
forse una rabbia antica, generazioni senza nome
che urlarono vendetta, gli accecarono il cuore:
dimentic piet, scord la sua bont,
la bomba sua la macchina a vapore,
la bomba sua la macchina a vapore,
la bomba sua la macchina a vapore…
E sul binario stava la locomotiva,
la macchina pulsante sembrava fosse cosa viva,
sembrava un giovane puledro che appena liberato il freno
mordesse la rotaia con muscoli d’ acciaio,
con forza cieca di baleno,
con forza cieca di baleno,
con forza cieca di baleno…
E un giorno come gli altri, ma forse con pi rabbia in corpo
pens che aveva il modo di riparare a qualche torto.
Sal sul mostro che dormiva, cerc di mandar via la sua paura
e prima di pensare a quel che stava a fare,
il mostro divorava la pianura,
il mostro divorava la pianura,
il mostro divorava la pianura…
Correva l’ altro treno ignaro e quasi senza fretta,
nessuno immaginava di andare verso la vendetta,
ma alla stazione di Bologna arriv la notizia in un baleno:
“notizia di emergenza, agite con urgenza,
un pazzo si lanciato contro al treno,
un pazzo si lanciato contro al treno,
un pazzo si lanciato contro al treno…”
Ma intanto corre, corre, corre la locomotiva
e sibila il vapore e sembra quasi cosa viva
e sembra dire ai contadini curvi il fischio che si spande in aria:
“Fratello, non temere, che corro al mio dovere!
Trionfi la giustizia proletaria!
Trionfi la giustizia proletaria!
Trionfi la giustizia proletaria!”
E intanto corre corre corre sempre pi forte
e corre corre corre corre verso la morte
e niente ormai pu trattenere l’ immensa forza distruttrice,
aspetta sol lo schianto e poi che giunga il manto
della grande consolatrice,
della grande consolatrice,
della grande consolatrice…
La storia ci racconta come fin la corsa
la macchina deviata lungo una linea morta…
con l’ ultimo suo grido d’ animale la macchina erutt lapilli e lava,
esplose contro il cielo, poi il fumo sparse il velo:
lo raccolsero che ancora respirava,
lo raccolsero che ancora respirava,
lo raccolsero che ancora respirava…
Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore
mentre fa correr via la macchina a vapore
e che ci giunga un giorno ancora la notizia
di una locomotiva, come una cosa viva,
lanciata a bomba contro l’ ingiustizia,
lanciata a bomba contro l’ ingiustizia,
lanciata a bomba contro l’ ingiustizia
FRANCESCO GUCCINI
bè Enrico, direi l’inverso, che è il gucciniano “con l’ ultimo suo grido d’animale la macchina eruttò lapilli e lava,
esplose contro il cielo, poi il fumo sparse il velo…” che riporta a “Già il mostro, conscio di sua metallica
anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei
occhi sbarra; immane pe ‘l buio
gitta il fischio che sfida lo spazio” 🙂 a.
Non trascurerei “La Bestia umana” di quel grandissimo narratore di Emile Zola. Davvero un capolavoro!
Un caro saluto
Eppure Carducci fu anche un innovatore: pensate a suoi versi barbari.
pepe
per @11 – se parti da Guccini riporta, non era nessun anacronismo voltuto, semplicemente partire dal testo più noto al meno noto.
grazie comunque per la precisazione