
“La faccia su Marte” foto scattata per la prima volta dalla sonda Viking 1 il 25 luglio 1976 (anno terrestre)
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In copertina della Bianca Einaudi, sotto il bel titolo “Il cielo di Marte”, appare questo stralcio di poesia messo in prima, redazionalmente (cioè come scelta di collana, da oltre 30anni), quale introduzione-cardine (che si reputa significativa-portante) al/il libro del poeta che si è dato alle stampe (mantengo gli a capo tipografici di copertina, non quelli che figurano nel componimento all’interno della raccolta da cui è tratto):” Ecco, quello che pensi sia dio e in / fondo / non è che una radura / che ti comprende, come / su Marte una pianura / avrà la mia prima impronta, esattamente / si manifesta , tanto che non c’è / nulla da dire, niente / da domandarsi più, / nessun luogo in cui andare o far / ritorno. / Talvolta questo accade, certo, e tu / non ne hai né colpa né / merito. Accade questo, ogni giorno.”
Premessa non da poco, anche se due contraddizioni appaiono di già evidenti: “Nessun luogo dove andare > su Marte una pianura avrà la mia impronta / Talvolta questo accade > accade questo, ogni giorno”. Ovviamente, essendo uomo del paradosso, dell’iperbole, dell’estremo e della scelta, sono per le seconde affermazioni, cioè per quelle che Marco Merlin, in questo caso Andrea Temporelli, il nome che usa quando edita sue poesie, ribadisce con più certezza. Cioè opto per: “su Marte una pianura avrà la mia impronta” e, superando il ‘talvolta’, là dove afferma con determinazione: “infatti succede sempre”… e già da questo si può intendere il come la sua raccolta di poesie proceda, e dove le differenze, costituzionali, che corrono fra noi, anche se iniziare una sorta di analisi della scrittura di Merlin, ponendomi quale suo alter-super ego, non è assolutamente giusto (deontologicamente parlando), ma io non sono un ‘critico letterario’ (d’arte sì), mi considero, infatti, uno che a volte ha detto o che dice su ciò che degli altri ha letto o legge (con più o meno entusiasmo, con più o meno trasporto, con più o meno visceralità, con più o meno ‘professionalità’, e nel pieno antiaccademismo che mi riconosco), quindi mi si conceda tale ‘difetto’ di forma con bonarietà, seppure, in questa mia nota, mai più farò sì che accada.
Per chi conosce Merlin come critico (e un critico lui lo è, ne ha gli strumenti e l’acume), sa bene che non è intellettuale che le mandi a dire, anzi, oltre dieci anni fa (lui ancora giovanissimo), ebbi subito il modo di apprezzarlo, sulle pagine di “Atelier”, la rivista che ancora dirige assieme a Ladolfi, proprio per tale sua connotazione-dote (quel tanto da pedagogo) e per lo slancio che proiettava e che ancora proietta nei suoi testi anche teorici (…d’accordo o no, che si possa essere, con quello che diceva e dice riguardo i poeti e la poesia), ma, creativamente parlando, cioè lui come poeta, mi trascino, sempre da allora, alcune perplessità alle quali, ancora, lui non è riuscito (con l’espressività) a darmi risposta-sollievo. Una l’ho già indicata: prima che Marco dica in poesia, deve prendere la rincorsa (deve richiamare a sé tutto ciò che conosce per ‘tradizione’ o che gli è congegnalmente-congenialmente rassicurante)… deve fare un tot di rollate sulla pista, ascoltare il motore del suo monoposto, controllare e ricontrollare i livelli, la pressione, i manometri, aggiustarsi il sedile, chiamare la torre di controllo, richiamarla, ricontrollare, riaggiustarsi il sedile, allacciarsi le cinture di sicurezza, e, infine, alla buonora, dare manetta per il decollo. Per usare un’altra metafora: gira attorno all’argomento, lo volta e rivolta, lo lecca, lo aspira, poi lo rigetta, poi se lo mette, ancora, fra le labbra, quindi si ferma, medita sul sapore, lo ri-adagia, e, di nuovo, con delicatezza, lo mordicchia, ne asporta un tocco, e quindi se ne va, poi ritorna, per finire il pasto. Io, che sono un pescatore di fiume e lago, so di quale ciprinide si tratta: la carpa mangia così, in particolare le più vecchie e grosse, con diffidenza, soppesando, attente se c’è l’inganno, aspettando, in modo che tu, sulla riva, per catturarle, ti debba disporre con pazienza. Il suo ‘affrontare’, della carpa come di Merlin, lo definisco istinto di sopravvivenza. Ora resta da capire per quale motivo, in poesia, Marco adotti tale tecnica di approccio… o di preparazione al volo, e a cosa debba sopravvivere, e, soprattutto, perché non tiri, subito, ad addentare il cuore del problema (se problema c’è, e a quanto pare c’è!), oppure a dare gas e via, visto che in poesia l’unico pescatore (se pescatore c’è… oltre a Dio) è il proprio sé, così come, quando si parte su di un monoposto, l’unico che può fare il tonfo è chi lo pilota, considerato, appunto, che passeggeri non ce ne sono (al massimo, se tonfo deve esserci, lo si faccia lontano da un centro abitato, così come è già successo – con tanto di medaglia, e più che giusta, alla memoria dell’eroico aviatore).
Altra perplessità, e non da poco, è il come, la sua, sia una poesia che altalena tra”visione vibrante e alta” e tuffi a capofitto in un quotidiano che, per come viene messo su carta (e non riporto i passaggi perché troppo lunga diverrebbe questa nota, così da ritrovarmi a dover scrivere un saggio), dicevo… un quotidiano che infine risulta appartenere solo a lui, infatti tale quotidiano non è che venga usato in modo da assurgere alla visione precedentemente esposta fra virgolette, ma resta a quel livello, viene raccontato, Merlin tenta di trasformarlo in termine di paragone (almeno questo), ma ciò non gli riesce, resta diario, elencazioni di gesti, di oggetti, di interni, di giocattoli, di quadri famigliari, di dialoghi col figlio appena nato, con la sua compagna, con un’amica, col tempo epocale che sta vivendo, coi media, oppure camminata lieve, a momenti leggera, solfeggio, senza sprigionare alcuna nota evocativa, dando, all’insieme della raccolta, una sorta di immagine doppia, scissa, fratturata che, se espediente voluto: non s’intende, bene, il perché dello svolgerlo in tale maniere; se non voluto: infine si dimostra penalizzante là dove il verso azzeccato esce e la tensione tenta di alzarsi, seppure, anche detta tensione, pare, pur sempre, vincolata da un bisogno di costruzione formale e da un ‘carattere’ sintattico-sonoro che la frena, che non la rende esplosiva. Ecco, il tutto risulta frenato e attutito. Cioè quel ritardare il decollo e quel ritardare l’abboccata (tipica di certi ciprinidi e non, appunto, dei predatori… seppure gli argomenti ‘forti’ che si tenta di trattare), vengono, in risultanza, avvertiti come un freno… come incollati a un qualcosa che impedisce. E dire che nello stralcio di poesia messo in copertina (riportato all’inizio di questa mia) di carne (letterariamente e filosoficamente parlando) ce ne sarebbe da mettere al fuoco (o a fuoco): dio, Marte, l’impronta, il nulla da dire, il niente da domandarsi più, il nessun luogo in cui andare o far ritorno, la colpa, il merito, il ciò che accade (o non accade). Non dico che all’interno della raccolta non si faccia uso di riflessione… anzi, forse se ne fa anche troppo (includo, nella riflessione, anche quella quotidianità indicata in precedenza – e la scelta dei componimenti lunghi ne è una prova), ma il rischio è che, appunto, tutto il dire si risolva esclusivamente in un inseguimento riflessivo, in un’enunciazione di ciò che vive l’autore personalmente, senza, però, che Merlin (lo) attacchi a fondo o tocchi un fondo (sia materiale che celeste), cacci la lama, giri il dito nella sua piaga, lo rigiri nella nostra, fino al punto di dichiararsi e dare, appunto, le sue risposte al malanno (o a quel “rassegnato nulla”), forse nel timore di soffrire ancora di ciò che si è già sofferto in vita e in carne come uomo? Forse che un dolore, già vissuto esistenzialmente, non voglia essere riportato o non lo si possa riportare su carta, ma ne vengano accennati solo certi fraseggi, solo certe sfumature? Forse che abbia pudore di tale suo dolore… o del dolore in genere? Forse che non abbia, invero, alcuna risposta (o, almeno, che non ne voglia azzardare alcuna, se non quella che, titubante, risulta in prima di copertina)? Questo, nel corso della raccolta, non lo s’intende a seguito di un’analisi di tipo letterario, la costruzione non te lo permette, svicola-svincola, non pone punti fissi, quando ci si attende il ‘colpo’, la ‘mitragliata’ (e il sangue), ecco la cabrata, ecco il domandare alla torre di controllo il permesso di rientrare a terra; al limite, i perché e le risposte di Marco, li si potrebbero intuire affidandosi a un’analisi di stampo psicologico (seppure anche in questo egli resti molto abbottonato), ma già si è detto che tale approccio, in arte, non è quello ‘canonico’ (io credo l’inverso, mai disgiungendo l’arte con la vita, comunque, nel nostro caso, voglio attenermi al ‘canone’), così che (e qui tocchiamo una delle note più dolenti) l’aspetto del Merlin critico entra nel Merlin poeta, riducendo, il secondo, a figurazione fin troppo controllata dal primo. Si intende che Marco avverte note ben più sonore, ma le smorza. Parte, ci si attende il distacco (verso Marte? Verso quel dio del fuoco? Oppure verso… o, meglio, per almeno entrare – quale consolazione – in orbita terrestre – essendo, la Terra, appunto erranza circolare, così come lo può divenire un’esistenza – ?), ma il volo sembra di prova, sembra che chi ai comandi debba, ancora, “prenderci la mano”, non si senta sicuro, a volte s’impacci (e, qua e là, un certo ‘prosaico’, un certo ‘semplicismo’, nel rappresentato e nel come viene trattata l’immagine, affiorano), in modo che anche molte chiusure dei componimenti risultano soffocate da una costruzione rinunciataria. L’insieme, in questi casi (e a questo punto), non lo si può più ricondurre solo a una sorta di “istinto di sopravvivenza poetico” (e tale mia affermazione conterrebbe di già un mondo), ma, con dispiacere, devo ricondurlo a una “paura del poetico”, a un terrore del cimentarsi in opera, o con l’opera (da intendersi, in questo caso, come: Assoluto e come Uomo… perciò come Totalità). Siamo di fronte, quasi, ad “un’ansia da prestazione”, direbbe un mio vecchio amico centometrista che in allenamento segnava gli 11.4 netti mentre, in competizione, pur scattando per primo, agli ottanta metri, guarda caso, si strappava sempre, così da non terminare, mai, una gara. Detto questo, dopo la recente rilettura della raccolta di Marco, mi ritrovo ad attendere, ancora, il suo ‘ammaraggio’ sul pianeta rosso (o verde-blu… se prevale, sull’altra, come già so, la componente-metafora del nostro globo… che mai si è in grado, secondo lui, di lasciare), sebbene, e qui svelo l’arcano, l’ultima poesia della raccolta s’intitoli “Primo passo su Marte” e lo stralcio che ho riportato in apertura e che campeggia in prima di copertina del libro non sia altro che la chiusura della raccolta stessa… non siano che gli ultimi 12 versi a cui Merlin si affida e che ci affida. Che risulti, allora, la sua ultima poesia, in effetti, l’introduzione al volume… o di un prossimo volume (di vita)? Ma anche in ciò una contraddizione: come si può dar voce ad altra poesia (o ad altra vita) con tali premesse? Forse che la ‘paura’ scaturita dall’aver troppo letto… dal conoscere troppo ciò che è stata la (vera) poesia (la vera vita)… sia, nel suo procedere, la soggezione che frena Marco quando si cimenta in opera? A lui le risposte, io so che la sensazione avuta quando lessi per la prima volta “Il cielo di Marte” (a casa di Andrea Ponso) si è venuta a riconfermare in questa seconda lettura. Seppure le tristi (sebbene, per chi sa, condivisibili – a parte le contraddizioni insite e da me sottolineate) dichiarazioni che iniziano e che chiudono il libro (in mezzo ciò che vi ho detto… una sorta di summa – tra conoscenza, quotidiano, simboli, schegge, citazioni, algide parafrasi – spesso ripetitiva, che storna un’originalità formale, per affossarsi in un suo che non diventa nostro, se non a tratti, a balenii, a intuizioni – …ma non ci si può solo affidare all’intuizione del lettore quando si fa poesia, bisogna anche dire) il tutto risulta sconcertantemente ‘terreno’ (CVD), non certo ‘marziano’ (…comunque lui lo annuncia, in questo è sincero, lo comprovano i versi che precedono quelli che vi ho riportato, e che leggerete nel “Primo passo su Marte” quando comprerete il libro – versi in cui Marte, e lo ripeto, non è che la Terra, perché nessun Marte, per Merlin, infine esiste… così ho già detto… seppur cielo esista, e chi è pronto a sfidarlo; e seppur guerra esista, come il suo dio, e così chi la o lo combatte).
Ovviamente che Marco non se la prenda a male, visto che questo è il confronto che sempre lui mi ha domandato… cioè il misurarsi sull’opera, tramite i testi, e non sul personale.
E qui mi fermo, anche se, ovviamente, ho indagato ulteriormente sul senso e potrei riportare altri rimandi, altre componenti che comunque ho colto, anche in positivo (per quel che concerne: il ‘tentare’ di costruire un’opera totale alla Parsifal, personaggio che pare abbia ispirato l’autore nel formulare questo suo lavoro – …il ‘tentare’… così ho detto, si badi bene… non l’impegnarsi ‘sacrale’, fino alla morte, per raggiungere la ‘consistenza’ o ‘l’evanescenza’ del Graal, lasciando, appunto, quell’impronta nella storia e nel tempo) ma ciò potrebbe sembrare una sorta di edulcorazione in chiusura di quel che infine resta dell’ossatura portante (cioè dell’anima) di questa sua fin troppo assemblata navicella spaziale “per sì breve viaggio”, direbbe Dante, (e da tale, ulteriore, metafora, il diramarsi di altri infiniti discorsi che non potrebbero che far capo a personali dichiarazioni di poetica – cioè a personali soluzioni del dilemma, al fine di cominciare a mettere un qualche punto fisso… e punti fissi, paletti, aste, torri, fari, pertiche, obelischi, per chi mi conosce, sa che son sempre pronto a conficcarli al suolo o in cielo, quindi non mi si provochi in tal senso, già risulto stucchevole nel solo dirvi questo).
Con grande affetto per Merlin, gli consegno questa lettera e la promessa che, se vorrà, un giorno, andati all’osservatorio di Trieste, gli mostrerò dove campeggia il mitico volto umano, già notato da secoli, che pare sbalzato su quel rosso e caldo pianeta (vedi foto in apertura).
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Il Cielo di Marte, di Andrea Temporelli (Marco Merlin) Ed. Einaudi-Collana Bianca di Poesia n.340, settembre 2005

Due piccole premesse. 1) Non condivido ciò che dici di non essere critico letterario. Qui ne hai dato, ancora una volta, un’ampia dimostrazione. 2) Al di là di quello che si dirà, che dirà Marco o ribatteranno altri, mi fa piacere leggere una recensione “non positiva” ad un libro. Nulla di personale contro Marco, ma troppo spesso nelle riviste si leggono solo recensioni positive. O nessuna recensione o solo lodi!Possibile che sul cartaceo non si possa pubblicare una recensione così? Ma vale per qualsiasi altro libro di poesia. In questo onore al web. Chiusa questa piccola parentesi devo dire che mi trovo d’accordo su tutta la linea sull’analisi di Gian Ruggero. Già ebbi modo di scrivere sul blog di Orgiazzi riguardo le mie perplessità sulla raccolta di Marco. Lì poi la cosa degenerò (non da parte mia!) perchè qualcuno (non Marco)la buttò sul personale. Chiusa quest’altra parentesi. Anche io ho letto e riletto il libro di Merlin e ne ho avute le stesse impressioni a distanza di un anno. L’analisi di Gian Ruggero è talmente esaustiva e mi trova in sintonia che ho poco da aggiungere. Non me ne voglia Marco, anche io sono sempre stato sincero nell’esprimere le mie impressioni.
Un caro saluto
Il Ruggero ci ha messo tanta della sua generosissima foga in questo pezzo!
Non ho letto il libro di Merlin, ma adesso, dopo aver digerito d’un fiato questa “nota-lettera”, me ne è venuta la voglia-curiosità. Luca dice che l’articolo è tutto volto sul “negativo”. Apparentemente può essere. Io pongo su questo argomento qualche sotterranea perplessità. Il dire di Ruggero è uno scivolìo sul negativo-amichevole. Conoscendo bene il recensore, potrei anche azzardarmi a dire che è pure un “dar la zampa”, in segno di nascente amicizia. Manzoni, cari amici, non è mai di una durezza fine a se stessa; secondo me, quando è duro, è per accedere successivamente a una condizione di possibilità.
All’autore Marco e al recensore Ruggero vada un amichevole saluto.
Al secondo, anche un abbraccio dovuto all’amicizia intensa.
Gianfry
Anzitutto, ringrazio il mio personale becchino (lui e qualcun altro, ovviamente, possono capire il riferimento) con la generosità con cui ha riesumato la salma nella quale mi identifica: la generosità è amore in ogni caso e al di là di tutto, anche delle eventuali incomprensioni e deviazioni cui può condurre (si sa che per amore si arriva anche a soffocare l’amato: cosa che per fortuna nell’abbraccio delicato – persino tenero, come coglie Gianfry – della recensione qui sopra non accade). Onore dunque a Gian Ruggero. Grazie grazie grazie. Ringrazio anche chi ha preso ormai l’abitudine di timbrare il cartellino puntualmente, quando si tratta di rintuzzare una critica al sottoscritto: è amore anche questo. Gli si potrebbe forse ricordare che a cercare la critica è stato proprio l’autore, desideroso per natura di un confronto non ipocrita, di un reale andare a fondo nella parola (del resto Atelier si è presentata, fin dalla nascita, proprio come una rivista che si permetteva di criticare, anche se tanti vecchi se la sono legata al dito, e tanti giovani pure): ma è bene, da parte mia, non farlo, perché sarebbe inelegante. Rassicuriamo comunque il lettore di queste righe: l’ironia che le percorre si fa parola appunto per mostrare il proprio volto più profondo, di pura e impertinente bonarietà. Ovvero: figuriamoci se è il caso di invitarmi a prenderla bene: la prendo benissimo, è tutto grasso che cola. L’attenzione, di questi tempi, è un vero miracolo, credetemi.
Qui, coloro i quali pensano che le cose che ho scritto siano frutto di ipocrisia, è bene che interrompano la lettura; quelli che pensano invece che possa aggiungere qualche mia considerazione per un sano esercizio di confronto, alla pari, senza nessuna pretesa autorevolezza sull’opera, possono invece proseguire.
Sarò il più breve possibile. La critica è insieme intelligente e fatua. Intelligente perché (mio personale punto di vista, del tutto opinabile, lo ricordo) “Il cielo di Marte” è davvero un libro di iniziazione alla maturità; fatua perché resta all’esterno dell’opera o, per meglio intendersi, a un primo livello di lettura. (Altra inevitabile considerazione: non sono qui a invitare a rileggere e pretendere altra attenzione: o è in grado di chiederlo naturalmente il libro, o amen). Voglio dire: quel “freno tirato”, quel senso di “autocontrollo estremo” è davvero nel libro o nell’occhio di chi legge? Meglio: non è propriamente, quel dire e non accettare di fissarsi in quel dire, una caratteristica “piena” del libro? Quel libro non è appunto la ri-velazione (il velarsi e nascondersi insieme) di un sé che deve, per essere davvero tale, accogliere anche l’altro da sé? Provo a dirlo in modo banale: invece di chiedersi se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto, non sarebbe il caso di assaggiare e bere fino alla fine? La critica del buon Manzoni è infatti la stessa che mi accompagna dall’uscita del libro: c’è una sorta di autoinibizione… (qualcuno la attribuisce al letto di Procuste della metrica). Il fatto è che questa critica, misteriosamente, si accompagna sempre all’altra, diametralmente opposta: dici troppo, dopo anni di poeti minimalismi, ti azzardi persino a chiamare in causa i massimi sistemi intorno ai cardini dell’esistenza di dio, del senso della morte, dell’amore ecc. E giù col ritornello del critico poeta (ma non c’è altro argomento, cui aggrapparsi?), che incomincia a suonarmi sciocchino. La seconda parte della critica, ovvero il riferimento al vissuto personale che, a dire del lettore, non coagula con i punti di maggiore tenuta, rientra nella stessa ottica di arrivare a un sì solo a patto di farsi carico anche del no. “Per la scienza del bene / di vivere, e del male”: perché il Novecento non va rimosso, va attraversato.
Tutto questo, sia chiaro, senza affermare che nel libro tutti i temi (che non sono, però, “il” tema sopra sfiorato) siano stati svolti compiutamente: è anche un’opera d’esordio in cui esplodono tanti argomenti che, probabilmente torneranno anche nelle opere successive. Quali temi? Beh, credo che a stendere l’elenco queste righe raddoppierebbero e l’elenco spaventerebbe persino me: lo so perché discutendone in una scuola in cui sono stato invitato, mi sono accorto effettivamente di quanti siano, in appena trenta testi.
Infine, ribadisco: che il libro meriti un due meno oppure un sei più o un otto, non mi importa poi molto. Io stesso non l’ho ancora del tutto capito: la mia sola preoccupazione è sentire che qualcuno ha cominciato il viaggio per arrivare su Marte e, forse, arrivare a comprenderlo davvero, prima o poi. Dico FORSE, perché tutto potrebbe essere solo frutto di una mia immaginazione e il libercolo, gracile gracile, è già polvere, che in preda al mio delirio confondo ancora con brace pronta ad allargarsi in incendio. Sia quel che sia, io sto respirando aria buona, in questo cielo, e questo per me è già molto; come è molto, forse troppo, il tempo che mi avete concesso.
Caro Marco altro tempo ti dedicherò, non dubitare, e dimentichiamo la pala e il piccone, visto che di morti ne ho lasciato, di buche ne ho già scavato fin troppe, che non resta che la mia da scavarmi, se già non l’ho fatto, e se già non si stia parlando da un altro luogo, da un altro tempo, da un altro spazio… da un altrove, o, meglio, da un oltre che tanto sai che amo… e dove, in effetti, FORSE, nel vero, l’aria ha miglior odore e il discorso diventa infine canto (…e in effetti credo che già là noi siamo, ma poi dirò dopo).
Il riaprire un libro significa ridargli fiato, così come il riaprire un dialogo, una possibilità, un cercare assieme, e così l’ho sempre intesa, e ancora l’intendo. Resta il fatto che siamo d’accordo su di un punto, direi basilare e, come tu dici, oggi più che mai fuori dai ‘canoni’, cioè che il tuo insieme è tentativo, primo passo, prima mossa, prima estensione, per affrontare quel “libro mondo” che, ad entrambi, pare stia molto a cuore. Ecco, in ciò, dopo quel che ora hai aggiunto, mi trovi in pieno sodale, del resto il meravigliarsi, dopo quel che si è toccato in poesia (inconsapevolmente), ne è prova lampante, e ci credo… mai come il sottoscritto può crederci, essendo un ‘naif’ prestato alla scrittura per non so quale progetto ‘fatuo’ o divino… oppure da antropomorfo investigatore del proprio ceppo, o investigatore di chissà quale ramo, per edificarvi il nido, e in esso adagiarmi e poi sparire.
Lo scardinare delle consuetudini è nostra consuetudine, così come il dare fondo al taglio, quando necessita. Che sia ‘sciocchino’ dirti chi sei in scrittura, può essere termine accettabile, meno lo è se lo si dice, come tu sottolinei, con provata malafede, ma anche l’ipocrisia non mi/ci appartiene, altrimenti avresti tentato altre strade, più agevoli, più ‘ruffiane’, e gli strumenti per costruire un eventuale artificio li avresti avuti tutti, quindi non ti sarebbe costato un minuto preconfezionare, ma non l’hai fatto, hai, con questa raccolta, comunque rischiato, e io, come vedi, ho riaperto il libro e so benissimo (e senza peccare di vanità) che tale apertura ti tornerà proficua, perché sai chi sono io, e mai dico “per sentito dire”, o perché dagli altri ho letto, o in altre greppie ho pasturato. Son io, come sempre, e il mio sentire non si basa su ‘strutture’, ma si dimena nell’ossessione: e quale ‘voce’ potrebbe essere più vicina al cielo di un delirante ascoltatore di ‘voci’? Ed io ascolto, ormai è solo questo che faccio, visto che per anni me ne sono privato, oppure, e meglio, considerato che fin troppo ho sentito solo la mia, di voce, che infine rimbomba e stona e mi risulta di già estranea, seppure, a sprazzi, ancora investa anche l’altro… ma freno, tento anch’io di frenare, per altri motivi, per altre età, per altre considerazioni votate al tenere duro, al resistere, al non demolire, se non chi o cosa perdura a bluffare… e tu non bluffi più, direi che non lo hai mai fatto, perché troppo il prezzo che hai pagato, e ciò s’intende, ciò è lampante, anche in questo libro, altrimenti non tale inizio e neppure la stessa fine. Sei quindi sulla buona strada. Sei ‘morto’. Lo eri… lo eravamo già anche quando ti ho conosciuto, perché fra ‘morti’ ci si annusa, per poi spronarsi a rinascere assieme, e così all’infinito, e sempre in merito ad una parola, a un fraseggio, a un battere d’ali, a una salvazione, a un guardare insieme il cielo e potersi dire là, o qui, o dove si vuole… del resto intoccabili, perché fin troppo toccati da noi stessi e dalla nostra bislacca presunzione di filatori di perle o di cacciatori di rane.
Ebbene sì, è stato Merlin a domandarmi di parlare del suo libro, e io l’ho fatto, non potevo sottrarmi, ho un codice, abbiamo un codice, e a tale siamo chiamati. Il momento lo richiede più che mai, così come il poterci rendere forza come opinione, e non solo quali maneschi dispensatori di randellate… seppur la spada ci adorni ancora per dignità, e per battaglie combattute… le più perse, ma mai disertate.
Come avrai notato, anch’io ho lasciato intendere che, da “Il cielo di Marte”… prendendolo quale rampa, si può dare l’avvio ad un’estrema formulazione; che poi il risultato di una raccolta suoni all’uno o all’altro in un certo modo, questo rientra nell’architettura voluta e dovuta dal/al creare, ma che il porsi quale campione (o prototipo) di un futuro balzo divenga impegno, non può che riesumarci dalle catacombe, non può che ampliare il cenacolo, e che si dia strada a questa strada che è la vera e unica da percorrere, cioè quella che parte dall’assolutizzare l’uomo, al fine che l’uomo si ricongiunga all’assoluto, in un dirsi non più ‘mitico’, ma santificato dall’umiltà di una percezione… e quella percezione, Marco, ci appartiene, non abbassarla dicendo che il tuo libro contiene altro… già lo so, già lo sappiamo, seppur ‘naif’, l’intelligenza non mi/ci è contraria. Che quindi questo altro sia anche il nostro, e su di esso, infine, getta fondamenta anche per la tua casa, così come, sulle stesse, ne daremo anche alla nostra. Continua così. Prendi una a una le composizioni della tua raccolta e su ognuna cotruisci una nuova silloge (dal come sono piene)… tale è la pregnanza, tale è la scala di Giacobbe, la piramide della Kabbala, la liturgia dell’evocazione… dilata, moltiplica, e giungi al comprendere quell’unica linea che determina il tutto, raggiunto ciò, puoi dirti come tuo figlio, poi considerarti l’ingenuità in persona.
Perché si scrive un unico libro, e quel libro è l’intera vita di un uomo… morte compresa… assoluzione ottenuta.
@ Fabry. Anche tu sei un buon amico.
grazie, Gian Ruggero. la tua presenza qui è un motivo di crescita per tutti. e grazie a Marco, che ci insegna il coraggio di crescere davvero.
fabrizio
cari tutti
non posso parlare del libro di marco che non ho ancora letto. tuttavia,mi pare di poter dire alcune cose (anche se sul detto e non sullo scritto).
a gianruggero che non sempre in poesia il temporeggiare il non affondare subito al cuore la spada è segno di debolezza,(come non sempre mostrarsi fragili è segno di resa) forse rispecchia soltanto la fase di indugio dell’uomo che ha visto nascere un figlio e che sa che è ora di crescere ma non sa nè come nè se ci riuscirà. l’altrove di cui si parla, il luogo verso cui andare o a cui ritornare che non ci sono, è un’immagine forte di immobilità mobile perchè spesso dimentichiamo che siamo in cammino ma che non ci è chiara la meta, e capita di disperare che ce ne sia una.
l’altra critica sull’altezza e la quotidianità che come sull’altalena si alternano, lo stesso, potebbero dirci il nostro vissuto, le nostre vette che spesso cadono nell’urto col “pannolino da cambiare e il risveglio per la poppata notturna” se è l’Uomo che cerchiamo nella poesia allora possiamo accettare le sue contraddizioni ed il coraggio del poeta di dirci non solo le vette raggiunte, gli squarci di cielo intravisti o afferrati ma anche il ritorno repentino da questi, le cadute e perchè no la domanda se quel cielo lo abbiamo visto davvero o solo in sogno.
ricordo la visione musiliana del vissuto umano, possibilità infinite (il mondo è come è ma potrebbe essere diverso da così-
e soprattutto il finale in cui la visione mistica mostrata come unica via si deve accontentare di sprazzi e momenti, di abbagli istantanei che ricadono poi nel flusso del tempo)
Pasolini diceva che
“niente è più poetico della vita di un poeta” certo bisogna stare attenti a non scadere nell’ovvio, ma mi pare che tu parlassi più di andamento quotidiano che rompe il volo in modo repentino
a marco riconosco il coraggio di aver affrontato una critica severa e anche di averla accolta con matura attenzione. da questo abbiamo molto da imparare, grazie davvero.
e ti ricordo così come lo ricordo a tutti noi una bella immagine del poeta data da palazzeschi
“quando una cosa è bella e fatta bene e vi piace prima cosa da fare sarebbe di fuggirla per farne una differente se aveste davvero lo spirito della creazione”
crescere nella creazione è creare il futuro. oggi hai raggiunto questo risultato e non è poco
ti auguro di procedere guardando avanti facendo tesoro di tutto, elogi e critiche, ma cercando dentro di te quello che sei
che potresti essere e che sceglierai di diventare, perchè in ogni verso che hai scritto e che scriverai c’è stata e ci dovrà essere quella scelta dolorosa che trasforma il possibile in reale, che si prende la responsabilità del fare col rischio che ne consegue, perchè solo nel fare si realizza l’uomo e nel fare poetico si realizza ciò che rimane e rimarrà sempre così come tu avrai scelto che sia.
credo che questo sia il doloroso e difficile compito del poeta, il paradosso della poesia: creare una forma assoluta, perfetta, conchiusa e lasciare che da essa promani l’energia infinita che l’ha resa ciò che è.
saluto tutti
elena f.
p.s.
marco, mi procurerò al più presto il tuo libro così potrò parlare in particolare e non sulla base del “sentito dire”
ma spero comunque di essere stata equilibrata nel mio dire
un abbraccio a tutti
Credo, con il mio intervento, di aver dato fastidio a più di una persona. Caro Marco, non volevo proprio fare dell’ironia: sto vivendo un periodo che ne inibisce la produzione.
Chiedo scusa anche a Gian Ruggero per non avere interpretato giustamente il suo dire.
Gianfranco
@ Fabry. Per il sottoscritto dico senza indugio: merito della tua scuola 🙂
@ Elena: Intervento stupendo e ineccepile. Leggi il libro di Marco poi, magari, ci ritroviamo qui per dire di nuovo.
@ Gianfranco. Non ho inteso bene questo tuo intervento (?).
@gian ruggero
grazie per la stima che sempre mi dimostri.
al più presto mi ripropongo la lettura e il confronto.(come si fa la faccina sorridente?)
ovviamente la stima è corrisposta
saluto tutti
elena f
Ciao Ruggero, se ti riferisci al n.7, ho avuto la sensazione di aver detto cose fuori luogo. Non so perché, passo un periodo un po’ estroso -sarà il lutto che vivo-. Non farci caso, caro Gian.
Sono io che mi auscolto troppo. Mi ci vorrebbe un po’ di “vacanza mentale”.
Un abbraccio a te.
Gianfri
@ Elena. Devi fare due punti – lineetta – parentesi chiusa (ed esce la faccina)
@ Gianfranco. Per nulla offensivo (?) e abbracciato.
@gian ruggero
🙂 così?
grazie
elena f.
-) Anche io non ci riesco mai, provo!
🙂
ciao
carino!
Anch’io penso che lo scritto del Prof.Manzoni riguardante la raccolta del poeta Marco Merlin non sia negativo, anzi, poi, dopo i successivi chiarimenti di ambo gli scrittori, viene senza dubbio voglia di leggere il libro. Anch’io lo comprerò. E’ un formula critica non ortodossa o che non si legge di solito, quella del Prof.Manzoni, ma non annoia e sembra un brano di narrativa. Così si dovrebbe scrivere dei libri, concetti uniti a immagini a loro volta poetiche. Grazie per questo scambio fra poeti di grande spessore.
gian ruggero, gian ruggero…
ma ti trovo dappertutto?
si, questo scambio fa venire una notevole voglia di appurare le critiche mosse a Marco..
saluti affettuosi ad entrambi ed a tutti gli altri avventori.
romy.
Anch’io comprerò il libro di Merlin perché, se non valeva niente, Manzoni non ne avrebbe di certo parlato. Ciao a tutti. Buon lavoro.
@ Elena, Carla: Bravissime!
@ Luca. Ritenta!
@ Angela. Molto gentile il tuo commento. In effetti quando ‘voglio’ essere cattivo ci riesco molto ma molto bene e meglio 🙂 ma con Marco lo sono già stato, quindi non mi resta che farmi perdonare. Ottimo se comprerai il suo libro.
@ Momy. Ben ri-trovata… spero tornerai. Ora è questo il ‘covo’ dei pirati.
@ Franco. Hai ragione! Compralo anche tu e sappi che chi lo compra e lo legge poi deve tornare in fretta qui e parlarne. Lo aspettiamo. E’ un ‘dovere’!