di Riccardo De Gennaro
Le visage humain est un force vide, un champ de morte. La vieille revendication révolutionnaire d’une forme qui n’a jamais correspondu à son corps. Dieci anni prima che il protagonista di questo autoritratto nascesse, quarant’anni prima che andasse in giro con quel cappello di paglia alla maniera di Van Gogh e che tutti a Moncalieri lo considerassero pazzo, il poeta Antonin Artaud scriveva che il viso umano è una forza vuota, un campo di morte. Davanti alla macchina fotografica di Georges Pastier, Artaud – che di Van Gogh parlò come di se stesso, un suicidato della società – tentava di dare pienezza alla forza vuota. Quella sera l’uomo che scrive questo autoritratto passò in rassegna tutti i ritratti fotografici di Artaud e tutti gli autoritratti di Van Gogh che riuscì a trovare in libreria, dopodiché tentò di rendere il suo volto la cosa più lontana possibile dal suo corpo.
Recuperò uno specchietto da barba e scoprì con sorpresa che le sue dimensioni erano perfette per inquadrare il viso. Pensò che fosse uno specchio magico. Allungando il braccio davanti a sè, dopo aver stretto lo specchio tra pollice e indice, l’uomo si accorse che l’immagine riflessa non diventava più piccola, ma continuava ad occupare l’intera superficie argentata. Anche questo, pensò, è un modo per rendere il viso altro dal corpo: lo specchio non rispetta la legge della prospettiva, se io mi allontano il corpo diventa più piccolo, ma il mio volto rimane della medesima grandezza. Soddisfatto di questa legge, che definì la legge dello specchio, l’uomo dell’autoritratto – pensando ad Artaud, che nelle immagini in bianco e nero ha il mento in avanti, gli occhi chiusi e la sigaretta stretta rabbiosamente tra le labbra – si alzò dalla scrivania e andò a frugare in un cassetto della cucina alla ricerca di un metro da misura. Era convinto che uno specchio per essere magico e per rispettare la legge dello specchio dovesse avere quelle esatte dimensioni. Per cui, dopo aver trovato il metro e misurato lo specchietto, sentenziò che “lo specchio magico deve essere lungo esattamente 11 centimetri e tre millimetri, largo otto centimetri e due millimetri”. Soltanto in quel caso, infatti, il viso comincia a diventare altro dal corpo.
Ora che lo strumento adatto all’operazione era predisposto, non restava che utilizzarlo per inquadrare la testa. L’uomo che qui, alla maniera di Van Gogh, si autoritrae si rese conto con soddisfazione che non era necessaria la messa a fuoco dell’immagine, poiché questa – nello specchio magico – va a fuoco automaticamente. Preso nuovamente lo specchietto tra indice e pollice della mano sinistra, vide che il suo viso non era quello che si era aspettato. La mattina si era tagliato parzialmente la barba, il caldo gli aveva arricciato i capelli più di quanto non fossero allo stato naturale, una piccola crosticina si era formata al di sopra del sopracciglio sinistro, destro nello specchietto. La grattò via, rimase un punto rosso. Poi prese atto che alla radice del naso, tra le due sopracciglia, non c’erano peli, mentre viceversa il resto del corpo era piuttosto peloso.
Stette a rimirarsi per qualche minuto, senza muovere muscolo. Osservava il suo viso come una mappa d’orientamento, soffermandosi ogni tanto su una zona particolare. Verificava gli incroci delle strade, segnava con il dito gli avallamenti, le collinette. Puntava gli occhi dentro i suoi occhi. Mentre fissava i suoi occhi neri si sforzava di non trasmettere, dagli occhi agli occhi, alcun messaggio. Poi, quando si rese conto che non aveva più la forza per trattenere i pensieri, trasferì lo sguardo sulla bocca. Trovò che le labbra erano più sottili e più rosse di quanto immaginasse. Ne fu soddisfatto. Labbra sottili, ventre prominente: interpretò questi dati come la possibilità di una divaricazione tra viso e corpo come nell’indicazione di Artaud.
La fronte era spaziosa e senza rughe, la metà del suo cranio era scoperta, rotonda e liscia come un mappamondo. Alcuni anni prima i capelli si erano ritirati, come per difendersi dall’attacco di possibili forze nemiche. Girò la testa verso destra per poter osservare con più attenzione l’orecchio sinistro. Questo movimento lo costrinse a spingere gli occhi il più possibile verso sinistra. Scoprì che la parte bianca del bulbo oculare sinistro ora scoperta era punteggiata da due macchioline nere. L’uomo s’interrogò su quelle macchie. Osservò con estrema cura gli occhi degli autoritratti di Van Gogh, fino a che – in quello con il cappello di paglia e la camicia blu – riuscì a scorgere tre macchioline nere nella parte bianca dell’occhio destro e una nel sinistro. Erano involontari schizzi di colore scuro, oppure segnali di un destino imminente?
Lo sguardo di Van Gogh, scrive Artaud, sta appeso, avvitato, è vitreo dietro le palpebre rade, i sopraccigli scarni e senza una piega. Affonda diritto, trafigge. Van Gogh, aggiunge Artaud, ha colto il momento in cui la pupilla sta per precipitare nel vuoto, in cui lo sguardo, scagliato contro di noi come la bomba di una meteora, assume il colore atono del vuoto e dell’inerte che lo riempie.
L’uomo tornò alle sue pupille, incurante del rischio che il viso nello specchio fosse investito da un’invasione di pensieri. Lo sguardo gli cadde sulle sacche degli occhi. Erano pronunciate, ma non eccessivamente scure, se non in un piccolo spicchio vicino al naso. Si tolse gli occhiali per poter passare le dita della mano destra sugli occhi chiusi, in modo da massaggiare quelle sacche. Mentre compiva questa operazione gli apparvero una serie di cilindri volanti, più e meno grandi, un campo di grano e il tetto spiovente di una casa di montagna. Riaprì gli occhi. Poi sbadigliò. La bocca era grande, deforme.
L’unica strada per allontanare il viso dal corpo è quella di alterare le proporzioni dell’uno o dell’altro, pensò. Siccome modificare le proporzioni del corpo voleva dire mutilarlo, decise di cominciare a dilatare e a restringere le parti del viso. Lo sbadiglio lo aiutò ad allargare enormemente la bocca, che a un certo punto gli parve delle medesime dimensioni della fronte. Successivamente spinse in su gli zigomi e questo comportò un assottigliamento degli occhi. Tirò fuori i denti e conficcò gli incisivi nel labbro inferiore. Tra le sopracciglia si erano formate alcune gobbe. Le pinne del naso erano particolarmente gonfie. Il mento si era dilatato e pareva aver conquistato tutta la parte inferiore del suo viso, da orecchio a orecchio.
La smorfia, che faceva assomigliare la faccia a una prugna avvizzita, gli parve sufficientemente spaventosa. Occhi, naso e bocca erano concentrati in pochi centimetri quadrati ed erano circondati da enormi territori deserti (a nord la fronte, a sud il mento). All’improvviso l’uomo qui autoritratto ebbe la netta sensazione di invecchiare. Non era una sensazione psicologica, ma fisica. Gli pareva che l’invecchiamento fosse già cominciato e che il processo si sarebbe esaurito in pochi istanti. Era il viso che invecchiava. Impaurito, l’uomo rilassò i muscoli, ma il viso rimase simile a una prugna. L’uomo fece un respiro profondo, scrollò le braccia e tentò nuovamente di riportare occhi, naso e bocca alle distanze originali.
Inutile, era tutto drammaticamente inutile. Il suo nuovo viso era come ibernato. A quel punto l’uomo fu preso da un comprensibile panico. Rischiava di non tornare ad essere quello che era. Cominciò a battere i pugni sulla scrivana, a saltare, a correre, ad agitare la testa con la massima violenza. Arrivò ad accendere il forno, ci ficcò la testa dentro. Il suo viso, nonostante il calore, non mutò. Era il volto di un vecchio decrepito montato sul corpo di un giovane. L’operazione, tuttavia, poteva dirsi assolutamente riuscita. Artaud morì l’anno dopo quei ritratti fotografici, Van Gogh si sparò al cuore lasciando decine di autoritratti. L’uomo di questo autoritratto, dopo aver messo l’ultimo punto d’inchiostro, s’impiccò. Non ci si suicida mai da soli.
(Nelle foto: Antonin Artaud 1 e 2)



mi viene in mente, ma è solo il pensiero immediato alla prima lettura di questo bello e inquietante articolo, il mito di narciso che muore di se stesso.
è strano pensare che fino ad un certo punto dell’infanzia sappiamo di noi stessi ciò che percepiamo, il piacere il dolore, ma non ci riconosciamo nello specchio.
poi improvvisamente comprendiamo che quella figura siamo noi, e da quel momento, è come se l’immagine, peraltro rovesciata appunto speculare, fosse l’unico punto di riferimento del nostro comprenderci, passiamo dal conoscerci da dentro a sapere di noi la nostra immagine, con tutta la difficoltà che ne consegue di mantenere un rapporto integro con noi stessi. comprendersi nell’osservarsi, cercare nei puntini neri sull’orbita oculare un’anima(da intendersi qui come energia vitale) che non percepiamo più. l’alienazione che sorge in un rapporto con noi stessi come se fossimo altro da noi porta ad una conoscenza altrettanto alienata della realtà che ci circonda fino ad immergersi nello specchio ed affogare.
almeno questo sembra dall’ossessione dell’autoritratto, dire di me attraverso un immagine che non è me, dire il non è invece che l’è. accostarsi “all’io è altro” dove altro non è chi mi sta accanto ma ciò che io vedo e non comprendo e non accetto di me stesso.
grazie
saluto tutti
elena f
Questo racconto è inquietante come le foto che quì sopra ritraggono la stessa persona…
inquietante nella sua verità, nel suo finale.
La cosa che più mi ha sconcertato è stata questa ostinazione, questo assurdo tentativo di voler allontanare dal proprio volto ogni forma di espressione, il renderlo estraneo al proprio corpo.(perchè?)
-se pensiamo che ogni parte del nostro volto comunica, a partire dagli occhi che emanano luce, ma anche e sopratutto dalla bocca, che più di ogni altro elemento del viso, esprime noi stessi.-
un caro saluto a Marino.
Grazie, vi saluto anch’io.
Riccardo De Gennaro é stato giornalista
per Repubblica e Sole 24 Ore, pagine economiche, ed é narratore, I giorni della lumaca (Casagrande) e Mujeres, un disperato reportage sull’Argentina post-desaparecidos, uscito con Manifestolibri. E’inoltre direttore della leggendaria Maltese narrazioni.
scrive Carla:
“La cosa che più mi ha sconcertato è stata questa ostinazione, questo assurdo tentativo di voler allontanare dal proprio volto ogni forma di espressione, il renderlo estraneo al proprio corpo.(perchè?)”
e subito dopo Carla stessa risponde ( la risposta era comunque nel testo), al suo perchè, scrivendo:
“ogni parte del nostro volto comunica, a partire dagli occhi che emanano luce, ma anche e sopratutto dalla bocca, che più di ogni altro elemento del viso, esprime noi stessi.”
appunto.
un saluto
paola
potremmo domandarci anche perchè il bisogno di guardarsi nello specchio per ex-primere se stessi?
perchè vedere-guardare-osservare la bocca, perchè non si può essere consapevoli dell’ ex-pressione a partire da ciò che si sente, vive, e non da ciò che si vede?
perchè non si può conoscere la luce dei nostri stessi occhi nel bagliore che prorompe dalle profondità recondite e segrete e c’è bisogno dello specchio magico che separa il volto dal corpo?
perchè non imparare a in -tuere per cogliere quello che uno specchio non può che rimandare deformato?
e ancora
siamo sicuri che sia la bocca quella che più esprime noi stessi?
o non è il complesso del nostro intero corpo e volto a dare( e solo in minima parte in modo evidente) la misura di ciò che siamo?
è possibile cogliere l’ espressività in due labbra isolate dal contesto, posate su di una pagina completamente bianca?
o non è che al mutare dell’occhio corrisponda una curvatura o un’altra della bocca e del naso e degli zigomi,
e non è che non si possa leggere un volto da una sola delle sue linee ma che tutte sono tracce misteriose di un disegno nascosto che si rivela solo impercettibilmente e soltanto ad un’osservazione attenta oserei dire “cordiale”?
non ho risposte uni-voche, solo poli-foniche domande
saluto tutti
elena f.
scusate il refuso
ovviamente: ma che tutte siano tracce misteriose
elena f.
Lo vuoi proprio sapere Paola?
quel “perchè” l’ho aggiunto dopo, quando ho riletto il mio messaggio, e l’ho messo tra parentesi, quasi volessi chiederlo a me stessa.
dentro a quel perchè ci sono parecchie domande!
La parte finale, che tu reputi superflua perchè contiene la risposta, l’ho scritta proprio per un bisogno mio, di tranquillizzarmi.
La libertà, nei commenti, è anche questa, mi auguro!
p.s.:
ho scritto quelle cose sulla bocca perchè ho sperimentato di persona che la bocca tradisce le emozioni molto più degli occhi.
Buon pomeriggio!
carla
Salve, sono una fotografa e pittrice. Sto appunto lavorando sul tema dell’identità, per la tesi, relazionato all’autoritratto.
E’ strano come molti artisti, pittori, scrittori, fotografi e musicisti, parlando di loro stesi arrivino al suicidio.
Io spero di non arrivarci, poichè fin’ora la mia relazione con il mio viso, ad esempio, fotografato, è molto tranquillo, a volte inquietante, è vero, dato che impari a conoscerti, ma lo relaziono molto al colore e movimento, come il mio corpo e soprattutto li unisco quasi sempre.
Non fotografo me stessa senza il mio corpo o senza il mio viso, altrimenti non sarei io.
Una volta ho provato disegnarmi guardandomi allo specchio, credetemi, ho impiegato troppo tempo, non sono uscita io e soprattutto ero tesissima, durante e dopo.
Mentre con la macchinetta fotografica, è stato più semplice. Ho giocato con gli specchi, i colori dei vestiti, le espressioni del corpo e del viso! Ora mi mancherebbe il mio corpo nudo, ma ho molta vergogna, non riesco a ponermi nuda davanti ad un’obbiettivo. Non so, forse più avanti.
Questo racconto per me sì, forse è un pò inquietante, ma è la realtà, se ci guardiamo allo specchio, incominciamo ad analizzarci e con profondità. Osserviamo ogni minimo particolare e cerchiamo le risposte, e se non le trovassimo, credo sia meglio, a volte. E’ difficile conoscerci, soprattutto se troviamo ciò che non ci piace e ci fa male.
Comunque sia, mi è piaciuto e credo prenderò spunto per il mio lavoro finale.
Grazie mille e a presto!
Viola.
se vuoi fare la fotografa figliola
hai sbagliato blog!
😉
a me invece interessa quello che ha scritto viola solo non capisco se è un troll o meno.
sono ingenuotta, va là
paola
ps: Carla, la fotografia non sa essere poesia?
illuminami.
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