Un rudere che fa ridere
un triste umorista in panne
Alain Delon che delle donne
dice a settant’anni
che non c’ha capito niente…
io che a cinquanta penserò
a quanta stupidità insidierà ancora
la mia poetica inadeguatezza
a quanto sono inutili
le mie funamboliche acutezze
per arrivare malconci e menomati
fino alla fine piu o meno
anestetizzati (privati cioè
della bellezza necessaria)
per arrivare a farsi del bene
facendosi del male.
(inedito)


Bella, molto vera. E’ come siamo, “malconci e menomati”, come siamo adesso.
E come siamo stati sempre.
Giancarlo ti colpisce sempre. A volte sotto la cintura. Bravo!
arrivare ad essere privati della bellezza necessaria…credo che sia …il dolore più grande.
Mirati, come sempre, i tuoi versi. Sai cosa penso delle tue poesie e del tue stile!Sempre un piacere leggerti…
Un caro saluto
sssttt……!
affonda la lama al confine tra cinema e vita. tra letteratura e umanissimo peso del quotidiano. ferite rigeneranti.
fabrizio
sei fortunata, se ti sfugge una cosa così dolorosa!
Beh… forse pateticamente, ma neppur io ho capito un granchè, delle donne, nonostante i tantissimi anni.
Che vi sia, uomini e donne insieme, poco da capire? e che dunque le “funamboliche acutezze” servano solo a lenirci le ferite che in “pacifica” solitudine ci siamo inferti?
Malconci e menomati, comunque, è faccenda, nell’arivo, comune, e simpatici i versi.
mario ardenti
ed aggiungo:
“farsi del bene facendosi del male”
è una cosa dolorosa? sfugge anche a me, come tante altre cose.
dopo il farsi del male, si dovrebbe star male.
se invece si sta bene, si è fatto a sé del bene.
se si ama lo star male ci si è fatti del bene.
troppo semplice?
quali letture approfondire per poter condividere l’enunciato?
potrei in parte convenire se l’oggetto del fare fosse il suicidio: male/bene sono inapplicabili alla morte.
comunque fa caldo, oggi.
un saluto
mario
A proposito della chiusa (mi è venuta così senza pensarci come faccio quando scrivo) credo volessi dire (in qualche luogo profondo del me stesso inconsapevole e forse proprio per questo più lucido del me stesso pensante come sto dimostrando adesso) che probabilmente al vivacchiare preferirei morire, al galleggiare, sprofondare. Forse eh? Che spiegare le poesie è come (per me, ovvio) come spiegare le barzellette. Le si distruggono. Quindi non le spiego, se non dicendo che nascono in un’unità di tempo-spazio dove c’è una magia che trasforma i suoni in immagini o idee.
Poi farsi del bene facendosi del male (pensandoci ora) può essere un magnifico (personale) manifesto di sana autoironia. Mi faccio bello autodenigrandomi.