Un rudere che fa ridere

alain-delon.jpg

Un rudere che fa ridere
un triste umorista in panne
Alain Delon che delle donne
dice a settant’anni
che non c’ha capito niente…
io che a cinquanta penserò
a quanta stupidità insidierà ancora
la mia poetica inadeguatezza
a quanto sono inutili
le mie funamboliche acutezze
per arrivare malconci e menomati
fino alla fine piu o meno
anestetizzati (privati cioè
della bellezza necessaria)
per arrivare a farsi del bene
facendosi del male.

(inedito)

10 pensieri su “Un rudere che fa ridere

  1. lucaariano

    Mirati, come sempre, i tuoi versi. Sai cosa penso delle tue poesie e del tue stile!Sempre un piacere leggerti…
    Un caro saluto

    Rispondi
  2. fabry2007

    affonda la lama al confine tra cinema e vita. tra letteratura e umanissimo peso del quotidiano. ferite rigeneranti.
    fabrizio

    Rispondi
  3. Mario Ardenti

    Beh… forse pateticamente, ma neppur io ho capito un granchè, delle donne, nonostante i tantissimi anni.
    Che vi sia, uomini e donne insieme, poco da capire? e che dunque le “funamboliche acutezze” servano solo a lenirci le ferite che in “pacifica” solitudine ci siamo inferti?
    Malconci e menomati, comunque, è faccenda, nell’arivo, comune, e simpatici i versi.

    mario ardenti

    Rispondi
  4. Mario Ardenti

    ed aggiungo:

    “farsi del bene facendosi del male”

    è una cosa dolorosa? sfugge anche a me, come tante altre cose.
    dopo il farsi del male, si dovrebbe star male.
    se invece si sta bene, si è fatto a sé del bene.
    se si ama lo star male ci si è fatti del bene.
    troppo semplice?
    quali letture approfondire per poter condividere l’enunciato?

    potrei in parte convenire se l’oggetto del fare fosse il suicidio: male/bene sono inapplicabili alla morte.

    comunque fa caldo, oggi.

    un saluto
    mario

    Rispondi
  5. Giancarlo Tramutoli

    A proposito della chiusa (mi è venuta così senza pensarci come faccio quando scrivo) credo volessi dire (in qualche luogo profondo del me stesso inconsapevole e forse proprio per questo più lucido del me stesso pensante come sto dimostrando adesso) che probabilmente al vivacchiare preferirei morire, al galleggiare, sprofondare. Forse eh? Che spiegare le poesie è come (per me, ovvio) come spiegare le barzellette. Le si distruggono. Quindi non le spiego, se non dicendo che nascono in un’unità di tempo-spazio dove c’è una magia che trasforma i suoni in immagini o idee.
    Poi farsi del bene facendosi del male (pensandoci ora) può essere un magnifico (personale) manifesto di sana autoironia. Mi faccio bello autodenigrandomi.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *