[omissis] di Barbara Delfino

E varie vicissitudini, in questi ultimi anni, che mi hanno portato più volte a considerare il perché, il percome, a farmi domande senza avere risposte, un atto di masturbazione unico e continuo senza mai arrivare alla fine naturale e logica.

Sono felice di risentirti, dopo così tanto tempo: chissà quanto ci hai speso a rintracciarmi, quando ho lasciato il Cavour abitavo ancora in centro a Torino. Però spesso ci ripenso a quegli anni, anzi, a quell’anno, quando F.C. mise incinta la sua ragazza e il gruppo di CL ne fece una bandiera di progresso, poteva abortire, invece no, i due han riparato ai loro torti con un matrimonio, adesso il bambino avrà almeno vent’anni e chissà se è stata una famiglia felice.

Io felice non lo sono, forse mi manca il supporto di qualcosa, qualcosa che ho cercato nell’alcool, nelle scopate in giro. Carne da letto non me ne è mai mancata, ho la parlantina sciolta e un bel fisico, a trentasei anni faccio ancora la mia bella figura. E non ho mai avuto bisogno di aiuti dal cielo, di conforti, di filosofia tradotta in canti domenicali imbarazzanti.
In chiesa ci andavo da piccolo, una chiesa dietro i Poveri Vecchi, il messale era bello da morire, mi piaceva, bianco e con una riproduzione della Madonna che ora a ripensarci sembrava fatta da Klee e comunque la ritualità, il sabato sera alle diciotto puntuali, io e mia nonna, le mani giunte, la caramella alla fine perché ero stato bravo. Poi son venuti gli anni della ribellione, della contestazione, ho fatto la comunione studiando fuori dall’aula perché don Brizio sbatteva fuori me e Felicita, i nostri genitori erano divorziati e quindi noi peccatori. Non ti ho mai raccontato che mio fratello dovette essere battezzato giù in Langa, dove affittavamo una cascina, perché nessuno voleva dargli i sacramenti, era nato fuori dal matrimonio.
Il matrimonio, che stronzata, un documento firmato in cambio di una scenografia, quando mi invitano io passo il tempo della cerimonia fuori, a guardare l’architettura della chiesa, della canonica, di solito entro in un’edicola e compro riviste spesse e piene di pubblicità. Fumo più del necessario, di solito, e cammino in circolo con le mani in tasca in attesa che finiscano la pagliacciata là dentro, tutto un apparato messo in piedi per far vedere vestito, fiori e cose così. Il prete di solito, quelli che sposa, li rivede per la lunga in una cassa anni e anni dopo. È insultante, tutto questo, dovrebbero proibirlo, è insultante per chi ci crede, insultante per chi ci vive. Io ho la coscienza a posto: non entro neanche, in navata, se proprio devo sto in fondo, al buio, lontano, specie al segno di pace. Non ho capito perché io debba far pace con te: non ti conosco e c’è sempre la possibilità che domani tu mi investa con la macchina e mi renda storpio e tanta pace in quel caso non l’avrò, anzi.

[…]ho conosciuto un missionario in pensione, per caso, ad una mostra fotografica sui preti operai e don Luisito Bianchi. Vado a trovarlo spesso, dopo il lavoro. Mi destabilizza: ridacchia ai proclami di castità del Pastore Tedesco -lo chiama così, giuro-, gli urla, al televisore, di andarci, in Africa, a vederli scopare come conigli e poi portarti il cadavere del più piccolo, gonfio come un pallone e la madre con l’aids, gli dice di smettere di parlare per fini linguisti e mettersi un paio di braghe e andare in mezzo allo schifo, alla morte, alla sera tardi quando chiudi gli occhi e ti chiedi perché, perché di tutto questo, perché la logica non prevalga sui bei proclami.
Lo guardo, mi stranisce, lo ascolto: mi racconta delle bambine che da un giorno all’altro non vanno più a scuola, vendute dalle loro famiglie. Poche sopravvivono, almeno di mente.
Mi racconta di Roma, mi indica il lettore cd e già lo so, vuole ascoltare le canzoni napoletane, per risentire il suo dialetto e quando chiude gli occhi credo pensi che lo schifo non è solo a Singapore oppure in Amazzonia, è anche qui, dove la pietas è sostituita dalla pecunia, dove se sbagli sei un uomo da giustificare e non da istruire. Lui parla e io lo ascolto mentre il suo linguaggio mischia latino, inglese, francese, arranco nel seguirlo, passa dal dannare i troppi concetti e il poco lavorare a gestazioni di filosofie, mi chiede risposte, non so dargliele, lui parla, io lo ascolto. Lo ascolto mentre piange per il rifiuto verso chi ha sofferto e ha chiesto di non soffrire, e l’accettazione per chi ha fatto soffrire e non ha mai chiesto di smettere di dare dolore.
Poi arriva il suo vicino di stanza, novantenne, che dissente di filosofia, di libri, gli cambia il cd, mette canti sacri, ma non gospel o gregoriani, no, mette canzonette dei ritrovi spirituali e racconta dei ragazzi che lo seguono nelle varie Giornate. Mi sembra pazzo, invasato, e più di lui l’orda di ragazzini a fare la ola per ogni frase ad effetto che viene pronunciata durante questi raduni.
Mi sento razzista. Mi sembrano cretini. Prendo e me ne vado, torno a casa, alle mie faccende.

[…]mi hai fatto venire in mente tutto questo, con il tuo invito. Non so perché tu voglia prendere i voti definitivamente. E perché mi voglia alla tua festa. Sarei di imbarazzo, troppe volte la comunità della pecorella smarrita mi ha chiuso fuori dall’ovile. Non mi chiamo più Anna, sono pronti i documenti per diventare Marco. La mia compagna ha detto che non verrà, non vuole più sopportare le risatine e le occhiate. Forse neanche io. Ma il missionario mi ha consigliato di non rinunciare a questa occasione. Ha detto che il dogma dell’infallibilità è come un preservativo: a volte si buca.

48 pensieri su “[omissis] di Barbara Delfino

  1. Effe

    non sono preparato a tutto questo
    non sono disposto
    per quanto sappia che la felicità non è un fine, ma un’illusione, è tempo di illuderci un po’

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  2. Jop

    Bellissimo.
    Il realismo mi ha ferito.

    So che con la letteratura non c’entra niente, ma non condivido il nichilismo di fondo.
    Sostanzialmente perché i piagnoni non li ascolta nessuno se non altri piagnoni, figuriamoci Chi Di Dovere.
    “Stiamo imbarcando acqua,” disse quello che si sporgeva fuori bordo mentre fumava una sigaretta.
    “Già,” rispose l’altro accendendo la sua: “Buco bastardo. Non capisco perché questo schifo di vita permetta agli scafi di bucarsi.”
    E l’altro: “E’ un’ingiustizia, è un mondo marcio!”
    E l’altro: “Fortuna che ci siamo moi a capire come funziona il mondo.”
    “Sì, e al diavolo tutti gli altri!”
    Gurgle gurgle.
    Blup.

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  3. cf05103025

    Brava Barbara,
    è una storia che mostra e crea lacerazioni, strazi e fa bene.
    A volte.
    Io non scriverei mai storie così, perché ne ho abbastanza,
    mi sembra di saperne già troppe e di averle vissute sulla/sotto la mia pelle, in specie, tengo una brutta ferita lacerocontusa inferta da religione cattolica, forse mai rimarginata.

    MarioB.

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  4. pispa

    è duro, a vari livelli secondo me.
    quello personale di anna che diventa marco, che mi spaventa a morte.
    quello globale per quasi quasi si sa come vivono “gli altri”.
    e noi? siamo qui

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  5. abteilung

    ormai i preti c’è rimasto solo sgarbi a difenderli, non vorrei essere in brutta compagnia a dire che ci sono anche preti in gamba e che forse questo papa non è così brutto come lo si dipinge (eh sì, è un po’ razzista chiamarlo pastore tedesco per il suo accento. se avessero eletto un papa africano mi chiedo se gli anticlericali si divertirebbero a chiamarlo chennesò zulù o negrone. qualcosa mi dice di no… eppure se ci pensi bene è la stessa cosa). per il resto concordo con roberto, è bellissimo e pieno di malinconia, ma senza trascendere nel memorialismo sentimentale.
    ancora una cosa: spesso facciamo gli snob nei confronti di quelli che scrivono i messaggi con le k o parlano male. poi quando c’è qualcuno come questo papa che si dimostra persona intelligente e appunto fine linguista gli diciamo di smetterla e di scendere in mezzo allo schifo. non so, forse la contraddizione ce la vedo solo io (naturalmente è solo una considerazione generale, non una critica al racconto che ovviamente riporta solo un punto di vista).

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  6. Rael

    esatto.
    qualunquismo e raggruppamento, fascio d’erba, bla bla bla.
    forse hai colto, Antonella.
    io nel frattempo scappo dal web: faccende domestiche che mi danno la scusa per scappare da questa nudità.
    chiedo scusa se non interverrò a meno che non siano parole di considerazione sulla quaestio.
    non sono abituata a non crittografare quello che penso o giudico e in questo momento tutto mi appare estremamente allo scoperto.
    ringrazio per critiche e giudizi, di cuore.

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  7. Rael

    abteilung, concordo.
    ma eliminare, per esempio, il concerto con gli artisti ruock a favore di musica classica è, secondo me, indice di snobismo già dalla fonte stessa.
    o un pessimo ufficio p.r.

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  8. Giuseppe Iannozzi

    Bello. Sai perché è bello? Perché è crudo, dice la veritò, la tua verità. Non ci sono concessioni né per te né per gli altri.
    Una pagina di diario strappata alla vita, tra alcol, scopate, tristezze, razzismi e riferimenti a preti operai, musica sacra… e altro ancora. Gli omissis per l’appunto.

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  9. Zio Burp

    Bello e cattivo. Con il finale che svela il dubbio sulla sessualità di chi scrive. Leggendolo volevo incontrare il missionario. Se ha una newsletter io mi ci abbono.

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  10. franco cappello

    pezzo veramente brutto. senza nè capo nè coda, (gli omissis rendono il tutto ancora più confuso) e anche abbastanza retorico quando si affronta il tema del transgender. non discuto i contenuti, ma da un punto di vista letterario questo racconto fà il verso a uno sperimentalismo abortito.

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  11. Francesca Matteoni

    Penso che Antonella abbia ragione – qui più che una storia c’è una lista della spesa.

    Proprio perchè certe idee le condivido e certe esperienze qui accennate le ho subite e vissute, ahimè non in teoria, trovo questo racconto brutto. Ci sono dei pezzi che funzionano certo (il segno di pace), ma complessivamente mi dà fastidio e non nel modo in cui dovrebbe Mi perdonerà l’autrice o forse no.

    Un racconto, un pezzo letterario o che ambisce alla letteratura non può basarsi solo sull’appunto di idee che infervorano certi animi – finendo in una retorica stentorea, immotivata. Che significa la parte sul transessuale alla fine? cosa vuol dire perdersi nell’alcol, la dipendenza più terribile di tutte? avere un figlio affetto da sindrome etilica, con i tratti sfigurati, ma quasi belli, da indio, ad esempio? se si parla di matrimonio – io sono allergica – perchè non parlare pure dell’amore? Perchè l’amore senso ce l’ha eccome. Che c’è da dire sull’aborto? o anche da non dire, dato che molte donne ancora faticano a parlarne. Forse perchè come scrive nella sua autobiografia con estrema semplicità Tracey Emin l’aborto per una donna non è mai facile, a partire da tutto il senso di colpa (ingiusto) che si porta dietro.
    Se ci si indigna, si denuncia o semplicemente si racconta se stessi (o una situazione che magari non viviamo ma ci tocca nel profondo) bisogna farlo fino alla nudità totale. Puntando l’attenzione su ciò che si ha da dire, sui motivi o sull’assenza di motivi e non sul bersaglio che si vuole criticare. Sul luogo della rabbia e non sul suo inveire.

    Esistono buoni preti perchè esistono brave persone – e perchè almeno per alcuni un pensiero cristiano (che si può condividere ad esempio pur non definedosi nè cattolici nè appartenenti a nessun altra chiesa) vive indipendentemente dalle istituzioni.

    Del papa attuale tedesco o malese che sia penso tutto il peggio possibile, ma neppure con tanta foga – è solo la punta di un iceberg. Ma non penso molto meglio di chi usa certi vissuti come manifesto, senza farmene vivere e scontare tutta l’umanità.

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  12. Natalino

    Mi fa venire in me nte la canzone il vecchio ed il bambino. Immagina questo pieno di grano. Immagina che un omosessuale, debba per forza ribellarsi, come il figlio di una coppia di fatto al quale negano i sacramenti. Immagina uno, con una famiglia normale, con un figlio normale che si ribella alle miserie, morali ed economiche, del mondo. Che non sono nemmeno sue, perche’ sta’ bene. Che viene guardato e rifiutato come un marziano, perche’ ha chiesto l’esenzione da religione del figlio, ha rinunciato all’appoggio della famiglia, per portare avanti il suo modo di essere. E, nonostante tutto sentirsi un verme, ancora in colpa di fronte a certe situazioni. E la massa, se ne frega di tutto e di tutti.Deve far festa!

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  13. paola

    di omissis non c’è niente, anzi.
    uno dei tanti manifestini preconfezionati a buccia di banana: non sia mai che qualcuno in buona fede ci scivoli così bene prestando così il fianco a ogni sorta d’attacco. i temi scelti sono delicatissimi.
    uhm. non una buona scelta questo proporsi così
    e nemmeno coraggiosa anche se vuole passare per tale.
    un’altra cosa a proposito di pessimo ufficio: chi ha scelto la musica classica al posto del rock suppongo abbia avuto delle ragioni valide tanto quanto quelle che hanno fatto scegliere te o chi per te di postare questo pezzo qui e non invece da un’altra parte. non credi? altro che snob.
    un saluto
    paola

    Rispondi
  14. Rael

    non ho necessità né fare la finta coraggiosa, né stampare manifestini preconfezionati.
    né di insultare un apparato e le sue scelte: se preferisce musica classica anziché musica che faccia avvicinare persone giovani tanto meglio o peggio per lui.
    Sì, è un elenco, un calderone: dove si ficca tutto, come è piacevole ultimamente fare per i media e per le conversazioni non troppo impegnative.
    Anzi, è una lista di capodanno: dal 2 gennaio smetto di fumare, di mangiare dolci, di parcheggiare in seconda fila e vado al canile, faccio la volontaria in ospedale e mi impegno nella biblioteca comunale.
    c’è tutto quello che può venirmi in mente in fatto di peloso cattoprogresismo e di noioso snobismo intellettuale al di sopra di appartenere a una fede, a una setta, a una casta, a un gruppo, di qualunque indirizzo, di qualunque orientamento.
    e forse c’è anche l’invidia di chi questa fede non l’ha verso chi l’ha e la vive molto serenamente.

    ah, tanto per aggiungere brace al calderone: c’è in mezzo anche Welby, nel pot-pourri.

    per lo stile e bellezza-bruttezza tanto di cappello a chi ha voglia di dire “non mi piace”. non tutti i gusti sono alla menta, dicono dalle mie parti. per sapere perché sia stato pubblicato qui e non altrove -o da nessuna parte- mi spiace ma non sono la persona adatta: non ho login e password.

    Rispondi
  15. giovanni choukhadarian

    Nel testo pubblicato da me e a me spedito da Barbara Bambi Parodi Delfino (così le responsabilità sono chiare) ci sono momenti irritanti – perché definire Pastore Tedesco il Papa Benedetto Decimosesto? E’ stato fine teologo da cardinale, questa battuta è un modesto titolo del Manifesto che tutti continuano a ripetere da un par d’anni – e altri di buona fattura. Nei commenti, come di consueto per i blog, e i blog letterari in particolare, si legge un sacco d’acrimonia male indirizzata. Peccato: anche qui, come altrove, si monologa, non si riesce a dialogare.

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  16. Rael

    se è solo per questo potevo anche usare “vecchia zietta” al posto di “pastore tedesco”: è appunto, un modesto appellativo in voga. E’ sempre molto facile insultare, a parole.

    Rispondi
  17. paola

    @ rael
    come volevasi dimostrare.
    personalmente discuto dove c’è da discutere
    e non dove si vuole provocare e non mi pare di essere la sola.

    certo: è facile insultare a parole – cosa che qui non è stata fatta – me è altrettanto facile – per chi come lei – finissima penna sa fare – usare retorica di largo consenso.

    nemmeno io posseggo login e password
    ho espresso un’opinione.
    e chiudo qui-
    un saluto
    paola

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  18. Mauri

    Dopo aver letto questa serie di commenti mi viene voglia di dire le mia.
    Quando si commenta un racconto si può criticare la forma con cui è scritto ma entrare nei contenuti è una cosa che riguarda solo l’autore ai lettori si può lasciare il fatto che possono piacere o meno ma la trama è dell’autore e le parole che si mettono in bocca ai personaggi fanno parte di un disegno preordinato e certe battute sono messe per dare peso alla storia.
    Se posso fare una critica , il fatto che il protagonista Anna sia una transgender appesantisce in maniera eccessiva la struttura forse bastava che il protagonista si chiamasse Marco.

    Mauri

    Rispondi
  19. carla

    c’è molta carne al fuoco, è vero.

    ci vorrebbe un filo di ironia, magari nei dialoghi, qualcosa per alleviare il peso di queste storie tristi – ma reali –

    ciao

    Rispondi
  20. Marco Saya

    perchè brutto? non mi sembra. rispecchia molto semplicemente un modo di pensare, un idem sentire di molti. Cosa c’è di strano? Scrivere il reale turba le coscienze? Mah!

    Marco

    Rispondi
  21. giovanni choukhadarian

    La cosa più orrenda è che taluno ancora si ostini a scernere forma da contenuto, fingendo d’ignorare che di una sola sostanza son fatti e che in ogni caso non si dà contenuto, qualunque cosa sia, al di fuori di una forma che gli preesista. O ci raccontiamo frottole, oppure non stiamo a strologare di letteratura, no?

    Rispondi
  22. Francesca Matteoni

    E’ proprio perchè non so scindere forma da contenuto che mi sono espressa. Se di scrittura si parla penso che il vero “messaggio” sia in come si scrive più che in quello che si scrive.

    A Rael/Barbara, direi, e tutto è opinabile ovviamente, di prendere uno dei tanti temi che mette nel calderone, almeno uno – ed essere incisiva con quello.

    Perchè con l’idea che si racconta posso essere in accordo o in disaccordo, poco importa (e qui, forse sarei in accordo…- mi sembrava di essere stata chiara) – mentre su come la si espone sono assai più intransigente.

    La forma è il contenuto.

    Sul fatto che sia stato pubblicato qui non vedo quale sia il problema. Anzi – trovo che pubblicare qualcosa su un blog dia l’opportunità di avere subito un riscontro, come in un laboratorio cosa che alla scrittura fa benissimo – sapere se funziona o non funziona e questo, indipendentemente dal tono pesante o accordante delle critiche non può che far bene.

    Rispondi
  23. abteilung

    ecco, una cosa giustissima l’ha detta giovanni choukhadarian. questo è un racconto che suscita discusssioni e interesse. non è un semplice raccontino stile holden carino carino che non ti lascia niente. ha una struttura robusta che secondo me sopporta anche le critiche e uno stile non banale ma neache da “sperimentalismo abortito” (ma dove?). però non ha molto senso scindere forma e contenuto. se barbara ha scritto questa cosa con questa forma è perché ha un certo contenuto (conosco barbara abbastanza da sapere che la sua non è una scrittura manierista), quindi sebbene il racconto mi sia piaciuto molto non vedo perché non sottolineare alcuni punti su cui non mi sono trovato d’accordo, idem per gli altri che l’hanno fatto. quando invece si critica solo per demolire l’operazione mi sembra un po’ gratuita…

    Rispondi
  24. paola

    riapro e cerco di ricompor(mi).
    il racconto viene definito dalla stessa autrice un pout pourri di temi caldi, importanti con cui confrontarsi.
    uno tra i quali: il caso Welby che mi sta a cuore. come altri citati. benissimo, ma per me il testo è granitico. è un assoluto.
    non vi riesco ad accedere.
    non mi dà spunti di riflessione anzi mi indispone a questi. indipendentemente dal fatto che il contenuto sia denso di tematiche drammatiche e vibranti.
    sarà che a causa dei miei limiti non trovo le chiavi
    questo è quanto.
    ps: e non non credo sia esatto chiamare monologhi le diverse opinioni.
    non le vedo proprio così.
    paola

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  25. cf05103025

    Eh, però….
    qualche volta bisognerebbe prendere un po’ le distanze da tesi, ipotesi, contenuti e interiora varie.
    Con ‘sta storia che contenuto/forma sono una cosa sola, poi si va a finire non so dove. Non è un assoluto.
    Facciamo un 50%.
    Cioé: a me questo tema interessa fino a un certo punto, tuttavia noto lo stile, forte ma spigliato, non quotidiano, anche se vuol sembrare parte di confessione, è vivido, vivace e sentito, ovvero Rael ha trasmesso fortemente il suo sentire e se ne sono visti i risultati e qualcuno s’è pure incazzato, il che vuol dire che s’attaccò al contenuto, al papa, ai preti, alla polemica al trans e cosìvvia.
    Comunque, secondo me, anche se non c’era la precisizione trans, filava lo stesso: forse è un di più, forse.

    MarioB.

    Rispondi
  26. Rael

    Francesca: è una lista della spesa riferito a chi un po’ troppo insulta la chiesa senza sapere cosa faccia, davvero, la chiesa. Non è uno scegliere un argomento a caso e farci su un pezzo per bene, senza ripetizioni (che però, lo confesso, ho fatto apposta e diverse per blocco). Non oggi, non questo, con troppi riferimenti autobiografici. Eccetto quello transgender, vissuto di riflesso. Forse il vero pezzo sono e saranno i commenti, se si vorrà uscire dal mi piace-non mi piace, che è estremamente soggettivo e a cui non mi sento di rispondere perché credo che chi scrive deve soprattutto pensare a se stesso e non al lettore.

    Paola, come ho già detto non tutti i gusti sono alla menta, tanto per rimanere sul “non ci son più le stagioni di una volta”.
    Se ti urta, se ti è incomprensibile e non vi accedi non è la fine del mondo. Io mi son scontrata spessissimo così con autori decisamente migliori di me e mentre tutti gridavano al miracolo letterario io mi chiedevo che ci fosse di tanto speciale.
    Ma, ci tengo a precisare, non è una lista della spesa di cosa fa schifo secondo me nella chiesa: è una lista della spesa di chi, nell’immaginario generalizzato, denigra la chiesa senza neanche chiedersi se ci sia qualcosa da esaltare. Sotto sotto invidiando l’appartenenza a una comunità, rifiutandola perché non vi si sente accettato.(e anche questo NON è autobiografico)

    Per welby, preferisco astenermi da ogni considerazione, almeno in questa sede.

    Rispondi
  27. paola

    @rael
    credo anch’io che ci sia invidia d’appartenenza,
    come l’occuparsi il pensiero con il credere che l’erba del vicino sia sempre più verde, dimenticandosi di annaffiare il proprio giardino.
    a rileggersi e grazie di aver accettato il dibattito con disponibilità.
    un saluto
    paola

    Rispondi
  28. pispa

    spaventa me, è una cosa personale; credo che sia un grosso trauma per una persona attraversare quel tipo di conflitto e risoverlo con un cambiamento totale.
    pura fantasia, è solo l’immaginazione che mi fa dire questo.

    Rispondi
  29. Malfredo

    Quello che a me dà un pò fastidio è che un autore debba spiegare quello che ha scritto; formalmente cos’è un racconto (o un romanzo, un film, o un quadro o addirittura una coreografia, e qualsiasi altra forma di comunicazione simbolica) se non una figura retorica. Una storia raccontata può essere metafora, allegoria, iperbole, metonimia ect. Nel linguaggio comune uno non usa una figura retorica per poi spiegarla: uno non dice “sono stanco morto” per poi precisare “cioè sono privo di energia e non ho la forza di fare nulla”, così qualcuno che abbia scritto una storia non deve spiegare quali erano le sue intenzioni, ne tantomeno bisognerebbe chiederglielo.

    Rispondi
  30. abteilung

    “Quello che a me dà un pò fastidio è che un autore debba spiegare quello che ha scritto”

    ehm, perché? pensavo fosse alla base della comunicazione più elementare il desiderio di spiegare quello che si pensa e si scrive. e alla base del diritto di critica di chiedere delle spiegazioni su ciò che non si è capito. non credo che un racconto sia solo (o anche parzialmente) una figura retorica. o almeno non credo che lo siano i buoni racconti come questo. i buoni racconti dovrebbero esere dei mondi, e di questi mondi dovrebbe venire voglia di parlarne con l’autore, di chiedergli quante più spiegazioni possibile, altrimenti si è creato un mondo morto. oppure l’unica cosa che si possa dire su un libro o su un racconto dovrebbe essere “bello, mi è piaciuto”? personalmente quando scrivo qualcosa i commenti che mi lasciano più a bocca asciutta son proprio quelli. occhei, ti è piaciuto (ma siam sicuri che non lo dici solo per tirar via, per non addentrarti in discussioni troppo complicate che non hai voglia di fare per non sprecare tempo?). e poi? perché ti è piaciuto? davvero ti è piaciuto tutto? e se ti è piaciuto così tanto e l’hai capito, come mai non mi fai la domanda che avrei voluto sentirmi fare? personalmente il racconto di barbara mi era piaciuto alla prima lettura, però leggendo le “spiegazioni” che ha dato nei commenti ho colto dettagli che mi erano sfuggiti e ho potuto apprezzarlo di più. forse sono scemo io, che ho bisogno delle note a piè di pagina per capire tutto, o forse è solo il piacere di discutere, di non lasciare il racconto lì come una cosa morta, con quell’aria di sacralità della serie “dell’arte non si può discutere, si può solo ammirare”.

    Rispondi
  31. fabry2007

    ecco, la prendo da qui: le note a pie’ di pagina. anzi, ancora più giù: è il bianco, il silenzio, il luogo in cui tutto comincia a vivere. nella memoria, ogni cosa acquista contorni più sicuri e parla con quella evidenza delle cose che non vogliono imporsi, che non hanno più nessuno da convincere, né da sedurre. sono lì, a dirci che un uomo, o una donna, sono passati per un attimo, a raccontarci la loro storia.

    Rispondi
  32. Jop

    Ci sono molti modi di esprimere la rabbia.
    C’è chi la raffredda, analizzandola e rappresentandola.
    C’è chi la reindirizza, nuda e cruda, sul lettore.
    Barbara ce la riversa addosso, provocando amore e odio.
    Ed è talmente sincera che risponde anche alle critiche più pesanti, invece di ignorarle e gongolare (come la maggior parte dei mediocri) del fatto che in fondo, che si tratti di pubblicità negativa o positiva, sempre di pubblicità si tratta.

    Rispondi
  33. anfiosso

    Credo che Barbara, che forse se l’è anche un po’ presa per qualche giudizio pesante, dovrebbe essere nel complesso soddisfatta di sé, per essere riuscita a sollecitare tante risposte, anche discordanti.

    (Comunque è vero che non si può prescindere dal ‘contenuto’. Sostenere che la sola ‘forma’ è quello che importa di un testo letterario non è una difesa valida dell’autore, semmai una deminutio).

    Rispondi
  34. Malfredo

    “oppure l’unica cosa che si possa dire su un libro o su un racconto dovrebbe essere “bello, mi è piaciuto”?”

    Il lettore può e deve commentare, argomentare, riflettere, quello che mi dà fastidio è che si chieda all’autore “cosa hai voluto dire?”, “esattamente quello che c’è scritto” mi verebbe da rispondere se fossi io l’interpellato.

    P.S. Il racconto di Barbara è piaciuto anche a me come ho detto in un altro commento, quello che critico è il chiamare la stessa a giustificare alcune posizoni (altro argomento: chi ha detto che ciò che pensa e dice un personaggio sia quello che pensa e dice l’autore?)

    Rispondi
  35. Mauri

    Concordo con Malfredo…certo che si può commentare , criticare e discutere sui contenuti del testo che certamente un autore ha voluto impostare in una certa maniera ma ciò non vuol dire che siano in linea con le idee dell’autore molto più semplicemente si può conoscere un personaggio simile e si presume che la pensi in quel modo che dica certe cose e faccia certe cose . Si costruisce una trama e si inseriscono i personaggi , se si vogliono fare degli scritti etici non si ricorre a un racconto ma si scrivono esattamente le linee guida del nostro modo di pensare ed agire in tal caso è mettersi in gioco.

    Rispondi
  36. lorenzo prosperi mangili

    capita di incontrare siti curiosi e leggere curiosità di ogni genere e questa è veramente speciale, capita anche di conoscere certi argomenti, ma a me non pare possibile che la gente veda sempre tutto nero, come dice l’autrice del testo, forse chi parla è in preda a qualche crisi depressiva, a me non dispiacerebe che nel condensare tutte queste tetraggini non si riesca a pensare un pò più sul leggereo e fissare anche concetti forti ma con più spazio per la lievità, e forse il riso amaro, spesso fa più presa.

    grazie, Lorenzo

    Rispondi
  37. rael

    Lorenzo, ti ringrazio dell’opinione e ti chiedo di considerare un aspetto sollevato già da altri e a cui credevo di aver risposto più o meno chiaramente: non era mio interesse stilistico dare leggerezza e respiro. Detto più chiaramente di solito seguo i consigli di editing (qui c’è una ripetizione; se sposti questo periodo alleggerisci; se usi questo verbo piuttosto che quello è meglio: io non sono una scrittrice e devo ancora imparare tutto) ma sorvolo su come il lettore vorrebbe fosse scritto ciò che legge.
    E’ una cosa che -e lo dico senza il minimo spunto polemico, sia ben chiaro- può pretendere solo chi paga per avere un prodotto scrittorio.

    Rispondi
  38. rael - bd

    ma no, che provocare o ferire, si parla, se ne parla, ci mancherebbe.
    nessuna scusa, non sono necessarie.

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