L’intuizione è mandel’stamiana. C’è chi obbedisce alla tradizione per discendere al trono.
C’è chi la combatte per costruire un trono alternativo.
Tradizionalismo ed avanguardia possono apparire in questa chiave come la stessa brama di possesso.
Ho creduto un tempo fossero (inconsapevolmente) servili l’un nei confronti dell’altra.
Spinte involontarie del motore storico. Guerre funzionali ed illusorie: fascismo ed anarchismo.
Ordine e disordine. Istituzione ed Eliogabalo.
Piede destro e sinistro di un cammino impassibile.
Destabilizzare ai fini di stabilizzare, dicevano gli uni.
La reazione favorisce la rivoluzione, rispondevano gli altri.
In questo modo il mondo è andato avanti indisturbato.
Alternative all’utile determinato?
Nulla è più epifanico di una morte familiare: la fine della Storia.
Figliuol prodigo e frate ribelle, entrambi mireranno ad una successione.
Cambieranno i metodi di ascesa: il primogenito sventolerà l’attestato delle buone educazioni.
Il secondo esigerà diritti di partecipazione ereditaria svergognando pubblicamente i contendenti.
Il nipotino sarà l’unico a trovare in uno scaffale i diari del nonno, mentre i grandi litigano.
Li sfoglierà prima di correre in cortile, a giocare con il cane e con il tubo dell’acqua.
Sarà lui l’unico erede.

non un semplice “la fantasia al potere”, ma il vero potere fuori dagli opposti schemi. mi fa venire in mente il Bambino in Jung.
Confidiamo ancora, che i diari vengano sempre custoditi, in memoria di noi.
ciao Davide
Grande utopia “la fantasia al potere”. Che stagione deve essere stata! Putroppo l’ho sempre vissuta di ri-riflesso.
Un caro saluto
La favola del potere è sempre una maschera parodica di cosa “oscura”. Oggi la fine della storia è ribalzata nel disastro, rovesciata in parodia. E la televisione, come rappresentazione fantasma e ai limiti dell’isteria, può ben dare una precisa e icastica immagine. Qui sta la tragedia, in questo strozzamento sconsolante: e uno come Kafka l’aveva capito assai bene. Il potere è “paura”, sospetto dell’invisibile: che l’invisibile, l’omissis, il non detto sia in realtà “pieno”, riempito con “altro” (la scocezza dei signori de “Il castello”, oppure le immagini pornografiche nei libri dei giudici de “Il processo”) e che tutto si faccia pressante, opprimente, come un incubo. Ed è questo “sospetto” che fa crescere, e che informa, ogni “potere”. Non conta primariamente se qualcosa esista o meno: ma che essa “possa” esistere, che ve ne sia una congettura. E peggio: come se si tentasse di dare la forma dell’incubo alla realtà. L’incubo come causa della realtà. E questo piace, in fondo all’animo umano: perché in fondo anche questo è anche dare un senso alla vita, piuttosto che il nulla. E questo, allora, “consola”. E sappiamo che ogni forma di potere rinvia all’energia di una potenza, che si muove come capitale tra le pedine che la gestiscono. Questa è la beffa: sapere che ogni forma di potere rinvia a una potenza, non necessariamente collegata ma che con essa stabilisce un vincolo. Quello di generare altra potenza che si mostri, e si nascondi, sotto diverse forme del potere.
Nemmeno col potere i vincoli puerili: il gioco vale la candela, ma la candela non vale tutto il gioco, lo brucia prima (Mandel’stam, Pasolini)
Non si parla col potere
Gianluca
E’ vero ed è incredibile come gli unici che ne siano morti, letteralmente e fisicamente, di potere, siano tra le fila di quelli che nella favoletta didascalica ho chiamato gli innocenti nipoti (parlo di Pasolini e Mandel’stam) e non dei ribelli tout court, che casomai la guerra l’hanno fatta per spartirselo, quel potere (come da sempre ammesso con molta -cinica- onestà da Sanguineti stesso). Forse anche perchè come intuito già da Cavour, che è il primo e vero ideatore della strategia italiana della tensione, l’eversione è un’arma formidabile per la stabilizzazione del potere.
Chi muore per davvero poi è chi esce fuori dalla catena di montaggio.
P.s. Chi è cioè realmente pericoloso in quanto “fuori” dalla funzione. Il discorso può essere esteso dal punto di vista di Artaud nel Van Gogh il suicidato dalla società, o dal punto di vista più propriamente politico razionale: resta cmq centrale il tema del “non potere” come unica forma di disobbedienza al potere e all’alter-ego del contro-potere.
Io ho vissuto “la fantasia la potere”, o, almeno, la sua ultimissima stagione, e vi assicuro che non è stato un periodo piacevole… tutte leggende metropolitane… grande ansia, grande spasimo, grande ‘sfiga’, come si dici da noi in Emilia-Romagna. Metà dei miei amici morti di ‘pere’ o Aids. Una generazione decimata. Un buttarsi allo sbaraglio. Tutto pagato sulla pelle. Nulla da lasciare in eredità, nessun testimone da passare, se non il nostro fallimento. Ultimo rigurgito di un romanticismo ammantato dalle ideologie. Ore e ore perdute nell’inseguire dove il bandolo della matassa… e nessuno è mai giunto a farlo suo… stiamo, ancora, leccandoci le feriti (chi è rimasto vivo).
…le ferite
PS. Parlo del ’77 bolognese.
In genere non si spediscono “lettere al mondo che a noi non scrisse mai”, ma con gli scritti postumi, libri o diari che siano, si confezionano mine a tempo, dei regolamenti di conti programmati per quando si sarà ormai fuori portata di qualsiasi arma beninteso terrena. Così i nostri eredi li concepiamo in realtà come nostri vendicatori.
(Scusate, tutto questo c’entra solo in parte e come le mezze verità è una non-verità tout court. Devo essermi alzato peggio del solito.)