di Mauro Baldrati
Roger Caillois è uno dei grandi sconosciuti della cultura europea. Ha esordito giovanissimo nel gruppo surrealista, arruolato da Breton. Ci ha lasciato alcune testimonianze davvero curiose sull’attività del gruppo. Una volta, per esempio, lui, Eluard e Tanguy entrarono in un cinema in cui si proiettava un film tipo Quo Vadis. Il loro scopo era applaudire sonoramente quando i cristiani venivano dati in pasto alle belve. Cosa che puntualmente avvenne, e i tre furono invitati a uscire dal locale. Ma con gentilezza. E questa fu una delusione, perché speravano che il fatto avvenisse in malo modo, con urla, insulti e magari una rissa… Un’altra volta il poeta Réné Char gli chiese di essere presente mentre pestava un tipo che lo aveva offeso. Voleva un testimone che attestasse che aveva fatto tutto da solo, che non si era trattato di un pestaggio organizzato ma di uno scontro leale. Andarono quindi a cercare la persona, la trovarono, Char la riempì di botte e Caillois fece il suo dovere di testimone.
Ma presto Caillois litiga col gruppo e rompe per contrasti insanabili. Lui stesso racconta che il pretesto furono “i fagioli saltatori del Messico”: Breton voleva esaltare il fenomeno in sé come surrealista, Caillois voleva invece aprirne uno per vedere se dentro si muoveva un insetto. C’era dell’altro, ovviamente: contrasti sulla scrittura, sul concetto di rivoluzione dell’arte ecc. Nel 1937 fondò, con Bataille, Klossowski, Leiris, il Collegio di Sociologia, che aveva come scopo lo studio del sacro e la sua influenza sulle aggregazioni sociali. Lo scritto che segue si riferisce proprio a quell’esperienza ed è contenuto in Le rocher de Sisyphe (1943) – in Italia La roccia di Sisifo, Lucarini editore, 1990.
“Eravamo troppo deboli, troppo innamorati di cose assai vecchie e assai fragili, cui tenevamo più di quanto credessimo: la bellezza, la verità, la giustizia, ogni delicatezza. Non abbiamo saputo sacrificarle. E quando abbiamo capito che era proprio quello il sacrificio cui dovevamo consentire, abbiamo indietreggiato e ci siamo ritrovati al posto nostro, dall’altra parte, in questo mondo vecchio e guasto, che ha fatto il suo tempo e che è ormai ora di liquidare. Vengano dunque, a distruggerlo e a spazzarci via insieme ai suoi rifiuti, i giovani e rudi operai che avevamo creduto di diventare noi e che, per essere ciò che sono, non avranno dovuto tradire niente, abbandonare niente, non avranno neanche avuto bisogno di forzare radicalmente la loro natura e che sono violenti e brutali in sé, ardenti e rozzi, avidi e generosi, che non si riempiono di principi, di scrupoli, di eleganza, di esattezza.”

Certo che rilette oggi queste righe sugli “operai” fanno un triste sorriso, almeno quanto quelle di Junger. Gli operai di oggi sognano i gettoni d’oro di Jerry Scotti e per le loro figlie una carriera di letterine.
non sarei così sicuro valter, la forza brutale e distruttiva verso il mondo vecchio e guasto di un surrealista oggi probabilmente può rivolgersi verso nuove classi di giovani e rudi operai extracomunitari fondamentalisti e pazzi che non si riempiono di scrupoli e di eleganza – pensaci, o vecchio lupo dell’underground.
Se ci penso mi vengono i brividi. Il sottoproletariato che abbiamo mitizzato negli anni Settanta aveva una carica eversiva fatta solo di rabbia e risentimento, mentre la rivoluzione è sempre l’utopia strategica di intellettuali ben educati: nè l’uno nè l’altro hanno la saggezza che è più roba da padri di famiglia.
Quando il professorino e il galeotto mescolano le loro frustrazioni sono dolori per tutti, e bisogna avere la faccia di culo di un Toni Negri per non pentirsene.
ho succhiato un biscotto surreale
prima di storicizzarmi.
mario
Il mio surrealista preferito era Henri Michaux
Lo scritto di Callois parla della crisi del borghese di sinistra. Che tenerezza, specialmente adesso che non ci sono più borgesi, non ci sono più operai, e la sinistra non si sa più che cosa sia. La classe televisiva ha preso il posto dela classe operaia, e poi che altro? Una folla vociante, berciante e gaudente. Ho dimenticato qualche cosa? Ci sono io, ci sei tu, c’è la comunità di tutti quelli che non hanno comunità. Hai visto che posto strano è questa terra… hypocrite lecteur, mon semblable, mon frère? E dire che tutto è rimasto sempre lì intatto dietro l’uscio di casa. Niente si è aggiunto e niente è andato perduto. Sarà per questo che il blues e il rock, proprio come Eraclito, ogni tanto ci ricordano di ricordare anche quelli che dimenticano dove porta la strada?
Cari Valter e Lorpat, non bisogna confondere la realtà con la mediatizzazione della stessa, per cui i giovani sono quelli della Regina dei Dannati Maria de Filippi, gli operai degli ammiratori di Jerry Scotti e l’amore è quello di Federico Moccia. Ma no. La vita, per fortuna è più varia e reale di così; stiamo parlando del mito, non degli anatemi della Chiesa sulla diabolica materializzazione della società. Il mito ci aiuta a capire, a superare e, per chi vuole, cambiare. Il mito siamo noi, il mito E’ noi. Così i surrealisti di allora avevano il mito degli operai giovani e barbari; vent’anni dopo il mito si è reidentificato nei Ragazzi Selvaggi di Burroughs, poi nei vampirelli assassini di “Io sono leggenda”, poi nei giacobini del punk, con le ghigliottine ecc., poi nei movimenti dei vari 77, autonomia e così via. Al di là delle mazzate morali, sono questi i miti di sempre, la distruzione dei vecchi valori, del vecchio mondo. E’ il mito che aguzza la vita, non la Morale o la Vergogna o il tornaconto politico o Il Giusto o Sbagliato.
E vai Mauro !!!