Queste righe le ho scritte nel marzo 2004. Mi sembra che possano costituire un contributo al dibattito che prosegue intorno all’ultimo post di Binaghi.
L’Isola che non c’è esiste, è qui fra noi, è l’Italia di oggi, è l’Occidente di oggi. È il luogo dove l’adolescenza non esiste più in senso classico, come passaggio tra l’infanzia e l’età adulta, ma si offre come condizione permanente e intrascendibile. Ovviamente, il luogo in cui avviene la consacrazione di questo fenomeno è la televisione, ove il trionfo dei reality show, che presentano giovani adulti che bamboleggiano, segna l’avvento di una nuova condizione umana, quella del differimento sine die della maturità. Inutile stracciarsi le vesti, occorre invece comprendere perché ciò avvenga ( e significhi, tra le altre cose, che il lavoro degli insegnanti nella scuola come educatori è un paradosso insostenibile). Ciò avviene a seguito di una grande rivoluzione nella natura del desiderio, di quel desiderio la cui gestione è il collante fondamentale di tutti i gruppi umani, grandi o piccoli che siano. Il desiderio tende per natura alla propria soddisfazione (che non lo esaurisce mai, sicché esso passa senza fine di oggetto in oggetto), tende quindi al consumo, non alla produzione. La nostra società è una società del consumo, cioè della soddisfazione dei desideri, ovvero genera continuamente desideri particolari, che non sono altro che manifestazioni contingenti del desiderio in sé. Se non c’è desiderio non c’è consumo, ma se non c’è la possibilità di consumare non ci sono desideri, come dimostra lo studio antropologico delle società tradizionali. La possibilità di consumare è determinata dal lavoro, che produce gli oggetti. Ma il lavoro, che produce gli oggetti e sostiene la circolazione del medium della loro acquisizione, ovvero del denaro, non è di per sé gratificante, poiché anche differisce il godimento degli oggetti del desiderio. Nella nostra società il bambino è colui che non ha bisogno del proprio lavoro per soddisfare il proprio desiderio. Perciò e soltanto perciò la condizione del bambino potrebbe apparire sostanzialmente la più desiderabile, ed è anche per questo che il lavoro infantile che altre società permettono ci appare così scandaloso. Ma la condizione del bambino presenta agli occhi degli occidentali contemporanei un limite essenziale: il bambino è escluso per natura dalla sfera dell’eros. Quindi è escluso da quello che costituisce per gli occidentali moderni il massimo della desiderabilità: l’attività sessuale. La quale invece è consentita agli adolescenti. Ne consegue che sono costoro oggi a rappresentare la fase più desiderabile della vita umana. Privi di responsabilità e obblighi di lavoro, finanziati dalle famiglie (in Italia sono per lo più anche figli unici), giovani e belli e in grado di fare all’amore: sono il modello di tutti. Ecco quindi che l’adolescenza viene prolungata il più possibile, ogni segno di maturità viene cancellato (dalla chirurgia, se occorre), gli ignoranti abominevoli “ragazzi” del Grande Fratello si pongono come oggetto collettivo di desiderio e come modelli. Aggiungendosi ai Totti, con questo merito in più: che per svolgere la loro funzione non è richiesto il possesso di alcuna qualità, anzi: essi debbono soddisfare l’esigenza della massa dei consumatori di potersi proiettare in persone che, nonostante il proprio essere prive di qualità, raggiungono la notorietà televisiva, quindi il successo. Poiché successo significa aver raggiunto una posizione desiderabile, e, in particolare, una condizione in cui i propri desideri siano soddisfatti immediatamente.
La scuola in sé, essendo un percorso di anni e anni, rappresenta il differimento della soddisfazione del desiderio, la negazione dell’immediatezza, l’esaltazione, di contro, della prospettiva a lungo termine. Lo studio non è gratificante in sé. L’allievo che lo trovasse gratificante in sé verrebbe denominato secchione (i popoli con molti studenti secchioni ci seppelliranno – vedi nel numero del supplemento del Corriere della Sera, Io donna, di sabato 27 marzo l’articolo che parla di una scolaresca liceale romana in Cina, in visita di scambio culturale con un liceo di Pechino). In una cultura che è essenzialmente cultura giovanile, in cui il modello umano fondamentale è l’adolescente, per cui i quarantenni vengono chiamati “ragazzi”, il ruolo tradizionale della scuola non appare dotato di senso. E infatti ormai anche molti docenti, non immuni al contagio mimetico, manifestano evidenti sintomi del morbo di Peter Pan.

“…quel desiderio la cui gestione è il collante fondamentale di tutti i gruppi umani, grandi o piccoli che siano. Il desiderio tende per natura alla propria soddisfazione (che non lo esaurisce mai, sicché esso passa senza fine di oggetto in oggetto), tende quindi al consumo, non alla produzione.”
“…sono costoro oggi a rappresentare la fase più desiderabile della vita umana. Privi di responsabilità e obblighi di lavoro, finanziati dalle famiglie (in Italia sono per lo più anche figli unici), giovani e belli e in grado di fare all’amore: sono il modello di tutti. Ecco quindi che l’adolescenza viene prolungata il più possibile, ogni segno di maturità viene cancellato…”
“La scuola in sé, essendo un percorso di anni e anni, rappresenta il differimento della soddisfazione del desiderio, la negazione dell’immediatezza, l’esaltazione, di contro, della prospettiva a lungo termine.”
Condivido, Fabio. I piaceri, tutti, da che mondo è mondo, tirano l’economia, conquistano mercati e clientela. E si torna immancabilmente all’uomo, al problema dell’educazione; per una consapevolezza dentro un equilibrio dinamico, non fanatico, ma forte di un contrappeso di valori che, in certi casi, faccia dire no, un secco no, seppure col sorriso. Se è vero che il nemico è in noi, è più facile debellarlo da piccolo:-)
Giovanni
Il fenomeno non è recente, ne parla Witold Gombrowicz in un romanzo del 1938, “Ferdydurke”, in cui, guarda caso, a essere coinvolto in un fenomeno di “infantilismo” è proprio un insegnante.
Bel testo.
A mia volta aggiungo un riferimento: un autore secondo me fondamentale, che mostra come la sindrome narcisistica sia l’unica vera e propria patologia sociale del capitalismo avanzato.
Christopher Lasch, La cultura del narcisismo, Bompiani.
Ottimo “pezzo” come sempre. Io penso che la nostra società, o forse una certa generazione abbia paura di prendersi le proprie responsabilità! Più comodo vivere sotto certe ali fino a 50 anni. La vita media si è allungata e quindi…Vero anche che poi ci sono certe dinamiche socio-economiche da non trascurare. Le colpe vanno ripartite tra padri e figli adagiati su un certo trand. Non sarà segno di una società in declino?
Un caro saluto
Il concetto del desiderio nella nostra società è ben espresso e influenza ogni età. Oggi si vive tutto all’eccesso c’è bisogno a parer mio di rallentare il passo e riflettere. Tuttavia non sono pessimista, ci sono giovani impegnati nell’associazionismo che operano in vari settori, giovani preparati che non fanno notizia, giovani che credono in un futuro migliore e come madre ci voglio credere anch’io.
Saluti
Sandra
Da qui un terribile dubbio: come crescere un figlio se le figure pedagogiche dei genitori sono del tutto vane rispetto alla pedagoia degli oggetti e dell’apparire a tutti i costi? Mi chiedo se valga veramente la pena mettere al mondo qualcuno che quasi certamente sarà abbruttito da questo sistema di cose.
Domenico
Vale sempre la pena mettere al mondo dei figli. Parola di madre. 🙂 Sandra