Enrico Piergallini, Giacimenti (Ed. La luna, 2006)

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“Catalogare i resti prima che si sciolgano […] sarà senz’altro un’operazione necrofila. Eppure essa tenta di scongiurare la maledizione che grava ormai sulla natura e sugli uomini”: così scrive il giovane poeta Enrico Piergallini (1975) ad apertura della breve raccolta Giacimenti, edita per le edizioni “La luna” a cura di Eugenio De Signoribus. Ed è infatti proprio un conflitto irrimediabile tra l’origine di un disegno umano, o umanista, e la sua deriva storica, la traccia principale del percorso poetico, e politico, affrontato dal trentaduenne autore marchigiano: quasi una traduzione collettiva (e non a caso la forma qui dominante è quella della vecchia canzone popolare, dagli accenti reiterati e dalla rima sporca a fine verso) di un discorso già intrapreso su un piano più strettamente lirico e personale nella precedente silloge Scavi e scogli (2001, in “Atelier” n.22). Dove prima era dunque la testimonianza diretta di un paesaggio marchigiano scavato e corroso dalla logica di un utile contingente e privo di reali prospettive comunitarie (secondo la tradizione dell’osservazione partecipata, dai quadri parigini di Baudelaire alle pasoliniane ceneri di Gramsci) l’io poetico si incarna adesso nell’oggetto stesso del testo: è la terra-mondo, scavata ed oltraggiata, «cariata e gonfia d’aria» (da piattaforma), il corpo del soggetto poetante. Si rilegga il Nietzsche della Nascita della tragedia a proposito del dionisiaco musicale nella poesia popolare: non si tratta più di un soggetto che analizza un oggetto, ma dell’oggetto stesso che si dispiega mediante il soggetto. Questa trasformazione dell’io lirico è forse uno dei cambiamenti più importanti che questo ultimo decennio di nuova poesia italiana ci offre, ed Enrico Piergallini è certamente uno dei principali e silenziosi artefici di questa innovazione. Non ci si stupisca di trovarsi dunque di fronte alla voce di una terra incarnata, o di una carne interrata, che canta: «ma dove siete andati voi lontani / mi sono fatta cava per accogliervi / se ho riempito la casa di veleni / era per conservare gli orti per nutrirvi» (da fosso). La poesia di Enrico Piergallini si gioca tutta nel segno di questa tradizione lirica-popolare, pascoliana nella scelta onnivora ed onnicomprensiva del lessico che può variare dal tecnico-scientifico al neo-volgare, senza perdere in alcun modo una linearità stilistica che possiamo definire sabiana. Come ho già scritto altrove: “paradossalmente nel nostro paese è molto difficile non fare poesia lirica, lo hanno già spiegato in molti; quello che però non si è detto è che allo stesso tempo farla è assolutamente impossibile”. Giacimenti, con le sue banchine abbandonate, i suoi asili gonfi di fango come pattumiere, le betoniere stridenti e i monti mutilati, è il frutto estetico più riuscito di questo paradosso. Ha parlato Luigi-Alberto Sanchi a proposito delle ultime poesie di Piergallini di “corpo della terra” come “metonimia della Storia”, e queste nove canzoni sono infatti delle vere e proprie scorie di civiltà sopravvissute al piallamento corrosivo del consumo globale: gli ultimi detriti di una storia prossima a sciogliersi definitivamente nell’oceano acido della contemporaneità. L’autore li raccoglie e tramanda, senz’altra speranza che non sia quella disperatissima della testimonianza: da nuovo sopravvissuto, ossessionato da un’idea della morte che lo perseguita, costringendolo a vivere in una perenne forma di precariato esistenziale. Così come tutti i suoi personaggi: da Renetta, spinta «verso il fondo», «in un tempo che ci trita come avanzi», ai pescatori «falliti» che «svendono le barche / tentano lavori altrove» e non sanno se fare alle corde un «cappio per l’attracco» o «per impiccarsi alla banchina»; dalla donna «inchiavata dentro la prigione» i cui «resti sparsi unghiate sulla porta» saranno presto cancellati dal cemento «vomitato» dalla betoniera, alla perpetua del paese morta «col suo naso schiacciato come un porco». È questo il mondo testimoniato da Enrico Piergallini: un universo di «corpi disperati», «tronchi tumefatti» sputati a riva, ferite parziali di un più ampio movimento tellurico: la deriva dei continenti. Se in Giacimenti possiamo quindi parlare di io-mondo, e non più di io lirico, è proprio per questa totale ed assoluta coincidenza di storia personale, collettiva e geologica. Enrico Piergallini ci dona con questa brevissima plaquette un tassello essenziale all’interno del variegato mosaico della nuova poesia italiana, promettendo una sicura evoluzione, forse traumatica, di questa «vita senza storia» «compressa / dentro strati geologici e calanchi».

4 pensieri su “Enrico Piergallini, Giacimenti (Ed. La luna, 2006)

  1. paola

    è quasi più lunga la recensione della plaquette – dove leggo molte citazioni autorevoli – quasi più di quanto si citi l’autore tra cui una per tutte: “si rilegga il Nietzsche della Nascita della tragedia a proposito del dionisiaco musicale nella poesia popolare”
    manco, ahimè di questa lettura e non so nemmeno dove andarla a cercare, sinceramente.
    mi ci vorrebbe tempo e concentrazione-
    comunque le parole d’incipit della raccolta coi i quali, Davide, hai introdotto il tuo testo, impongono al lettore un lungo respiro
    come prima d’un’apnea pericolosa. ed infatti.
    i pochi versi da te riportati sono testimoni accusatori di una nefandezza umana sorda, caparbia, nutrita da carni interrate disperanti dal suo stesso interno.
    carne che mangia carne prima ancora che la terra parlante mangi carne.
    – molto bello quando la terra parla e come parla – davvero interessante poesia quella di Piergallini ma come ho detto all’inizio
    forse un po’ penalizzata da questo sovrabbondante testo recensorio, mi permetto l’impressione, Davide.
    un saluto
    paola

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  2. Enrico Cerquiglini

    Ottima recensione Davide! Parlare della poesia di Piergallini è sempre un bene. Lo lessi per la prima volta inedito ad un’edizione del premio “Sandro Penna”. L’edizione che vinse.
    Un caro saluto
    Enrico

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  3. ophelia

    Complimenti per la recensione! è il mio insegnante. Brillante, unico nel suo genere. Ti confesso la mia difficoltà di trovare le sue opere, lette frammentariamente su Internet…potresti aiutarmi?
    So che potrei chiedere a lui ma preferisco evitare.
    Grazie mille,
    ophelia

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