GUARDA QUANTO AMO QUESTO MANZONI

GRManzoni 

È una miniera di riferimenti esoterici, una concentrazione di opposti che creano una miscela esplosiva, una costellazione di grandi simboli profondamente incarnati e tanto altro ancora questo cofanetto che raccoglie, in due volumi, una scelta delle opere di Gian Ruggero Manzoni (lungo l’asse temporale che va dal 1977 al 2003), nella bella veste grafica delle edizioni del Bradipo (via Lumagni, 23 – 48022 Lugo RA – Tel.Fax: 054533493, e-mail: [email protected]), sotto la cura precisa ed amorevole di Andrea Ponso, che illustra fin troppo bene tutti i punti di forza di questo scrittore e il senso di un’operazione che ha finalità non certo imbalsamatorie, semmai pratiche, visto che riproduce testi non più reperibili, e provocatorie, in quanto ci offre un profilo ben tornito per valutare, anzi propriamente riscattare da un’attenzione non ancora, forse, adeguata ai meriti, questo scrittore. E dicendo che davvero Andrea Ponso illustra con intelligenza quanto di buono si può spremere da tali pagine, qui vorrei indagare, per rapide sortite, peraltro disordinate e sconclusionate, qualche caratteristica della poesia di Manzoni filtrata dalla mia personale e inadeguata lettura, che non nasce ma anzi reagisce a qualche tratto di non empatia istintivo (che non è antipatia): tratto istintivo magari immotivato, che cercherò qui di vincolare, però, ad osservazioni testuali piuttosto che a dicerie, a presunzioni di conoscenza personale, a divinazioni caratteriali, in modo così da riscattarlo: è per me un atto piacevolmente dovuto, considerato il confronto, franco e dialogico, che si è aperto con l’autore, dopo qualche attrito causato dai nostri rispettivi caratteri, dalle circostanze e forse da qualche equivoco se non addirittura da qualche interferenza (di mosche intorno ne sento da tempo molte: e datemi pure dello stronzo per averlo notato). Nemmeno queste mie che seguiranno, dunque, potranno considerarsi delle note critiche, ma degli affondi da poeta a poeta (peraltro scrivo con due pupi che mi insidiano, non mi danno pace, e mi danno perciò la pace suprema della non disponibilità di me stesso). Anzi, più che da poeta a poeta parlerei di confronto da “morto a morto”, in senso iniziatico, perché voglio veramente dar credito alla svolta che il Manzoni ha in diverse occasioni, anche in questo blog, annunciato, che me lo rende particolarmente caro, in quanto anch’io, da tempo, mi sento liberato da me stesso. Uso le sue parole, per rendere meglio l’idea: “Perché dopo la morte si diventa invulnerabili e privi di rancore. Dopo la prova… intoccabili e generosi”. Sono, questi, versi che ho incontrato ora per la prima volta (mentre altre cose del Manzoni già avevo letto a suo tempo) e che consuonano con il poema che ho da qualche settimana terminato (ne accennavo qui) in cui ho, per quel che mi riguarda, fatto i conti con la morte. Definitivamente. Nella misura in cui, ovviamente, una cosa possa essere definitiva per chi continua a sprofondare nel divenire, e quindi rivive, magari, ma sempre ad altro livello, senza mai ripetere (ché ridire il Medesimo è l’unico compito della letteratura, ciò che la rende sempre uguale e sempre nuova: sempre originale, sempre legata alla sua ragione originaria).
La succitata bella curatela di Ponso mi provoca forti pruriti. È, sia chiaro, una reazione dovuta a me: il suo lavoro è davvero ben fatto, qui non mi contraddico. Di questi tempi, però, visto il mio abbandono dei panni critici nei quali per anni mi sono, per un senso di dovere, calato forzatamente, sono molto suscettibile di fronte alla capacità di motivare, alla pretesa di persuasione. Lo scrissi anche in merito a Cortellessa e Nove. Le sue ragioni mi sembrano tanto intelligenti quanto aeree, non obbligate al disciplinamento castrante sì, ma anche, nei casi migliori, onestamente probante, degno di credibilità, cui la critica dovrebbe umilmente sottomettersi. Si tratti, di volta in volta, di storicismo, di filologia, di analisi stilistica o quant’altro: qualcosa comunque di materico, di legato all’oggettività dei testi e della loro tradizione. Non sto dicendo che le sue ragioni siano false: dico che non sono falsificabili. De gustibus non si può certo disputare, tanto più in una società come la nostra, che giudica sulla base del chiacchiericcio, che non conosce la relazione ma il relativismo, che vive di bla bla e di pensieri di secondo grado (le opere le vede col binocolo, figuriamoci se le tocca): la civiltà dell’ironia, del tutto si può dire, perché siamo così sofisticati da nascere sofisti. Per cui: se scrivi spianando le parole in fette grossolane, sei materico ed energetico, piuttosto che approssimativo; se sei invece preciso come un laser, più che un poeta sei un uomo infinocchiato dalla letteratura. E così via: trottolano i testi che è un piacere e di loro si può dire tutto e il contrario di tutto, tanto ha ragione chi parla più forte, chi occupa più spazio, chi davvero si ripete, e martellando le sue opinioni te le inculca come un tormentone estivo, che ti canticchi mentalmente mentre ti lavi i denti anche se ti fa schifo, perché nemmeno di notte ti ha dato tregua. Conclusione: bisogna ripartire dall’abc, restare terra a terra. Abbracciare tutta la nostra ignoranza e restarne responsabili.
Dunque, radente al terreno: se la somma di riferimenti esoterici, di figurazioni simboliche, di opposti fatti collassare ecc. desse naturalmente come risultato la poesia, l’opera di Manzoni sarebbe davvero un capolavoro. Qui, urge qualcuno che rischi la faccia discernendo arte da fumisteria: ed è un compito precisamente critico, che io ho inadeguatamente tentato di fare e che adesso spetterà ad altri. A me interessa, adesso, testimoniare la mia ignorante, la mia fisica perplessità.
Da artista, Manzoni sa bene che ci vuole molto artigianato, molta sapienza pratica, per creare. E anche le parole sono una pasta, per quanto impalpabile. Eppure, ecco, Manzoni è un poeta che maneggia gli strumenti in modo a tratti maldestro, mi pare, per quanto in buona fede, ovvero divertendosi, usandoli con passione genuina. Nei casi più felici, ciò genera qualche effetto straniante positivo: il talento e l’urgenza espressiva si manifestano anche nell’irruenza, nello spreco di energia, negli eccessi di un gesto indisciplinato che esce dalle giuste traiettorie (e questo è un argomento intelligente che si presta, appunto, alla deriva di una lettura non falsificabile, non critica, apodittica). Noi resistiamo e restiamo all’abc: lessico e sintassi a parte, ciò che mi delude in Manzoni è la versificazione. E, per quel che riguarda me umile artigiano della parola, ben lontano dalle sublimi illuminazioni dei mistici e dalle visioni dei filosofi, saper far versi dovrebbe ancora essere indispensabile (per quanto non sufficiente!) per fare poesia. Questo, a ben vedere, è un nodo novecentesco: andiamo a capo un po’ a casaccio, oggigiorno, seguendo la falsa libertà di un automatismo che si adegua alle naturali scansioni sintattiche, che ripete con un orecchio privo di esercizio un ritmo che non sapremmo forse nemmeno spiegare non dico agli altri ma a noi stessi (ma tanto al finto critico basterà parlare di “respiro”, di “naturalezza”, di intenti poetici che trapassano la tecnica intesa come mera letterarietà da poeti laureati ecc. ecc. per attribuire valore ai nostri versi, battezzandoli tali…). Eppure, la rottura ungarettiana era il frutto maturo di un avvitamento cosciente della tradizione contro certi eccessi, mica una regressione bamboleggiante. Tant’è vero che il primo a superare Ungaretti fu Ungaretti stesso, così preoccupato di riscoprire il canto italiano. E noi, invece, siamo ancora qui, a dirupare, ovvero a mistificare, quello che a me sembra prosa (magari anche bella). Qualche prelievo casuale:
“Io mi chino / ai tuoi comandi. / Sono schiavo / nell’attesa di un rimedio. / Sono servo alla straniera. / Qui lei mi ha raggiunto / per poi farsi inseguire. / Oggi convinto. / Oggi ripreso”.
“La nostra è una corporazione dittatoriale e dogmatica / che di semplice ha il fine e le cause. / Eleggeremo un Consiglio, deciso e autoritario, / che ci guiderà contro i vigliacchi, i cialtroni, i venduti, / i traditori, gl’infiltrati e le ignobili mezzemaniche. / […]”
Insomma, io fatico a sentire la verticalità di questi pensieri: anche laddove ne apprezzo la densità, la ricchezza figurale, l’energia e quant’altro.
Ho deliberatamente pescato le due citazioni (scelte nella differente lunghezza data al verso) dalle zone del libro meno debitrici di tante amenità da poesia sperimentale, di cui sono ampiamente decorati i testi delle prime pagine. Le accolgo, tali decorazioni, benevolmente, come il precipitato di un’epoca che ora mi sfugge, e le riaggancio alla prima provocazione: forse non basta l’accumulo di dotte stranezza per fare poesia. Ci ha già preso in giro abbastanza il furbetto Eliot, con i suoi ghirigori fantasmagorici. Shantih shantih shantih. Ciao ciao Novecento.
Mi fido dunque ciecamente di Ponso: i capolavori della poesia di Manzoni sono Il dolore, Le battane di bronzo, L’evento: una trilogia, guarda caso, di prose poetiche.
Dalla prima opera abbiamo prelevato la frase con cui concludevamo la premessa a questo discorso. Si tratta, a mio avviso, di un’opera che non farà epoca, ma che si presta a una lettura intensa e ben al di sopra degli standard delle pubblicazioni poetiche delle nostre principali case editrici nazionali. E, tuttavia, la felicità (paradossale, ovvero felicità della scrittura, considerato il tema) di quest’opera consiste anche nella circostanza, che permette di inquadrare in una scena, efficace e suggestiva, l’insieme di ricordi, di aneddoti, di pensieri che qui prendono forma. Il riferimento è al tema della morte del padre: tema per nulla originale, ma che viene affrontato con la necessaria sincerità, con il disarmo, con l’abbandono delle furbizie (anche la furbizia dell’a capo?), che ci consegnano un’opera aderente a se stessa: non sopra tono, non mistificata. Qui l’autore non bara, e la sua voce emerge, con la calma e la generosità di chi ha fatto i conti con la morte. Bel libro, dunque, anche se (mi si scusi per l’esibita ignoranza che mi conduce alla mancanza di tatto, al giochino dei confronti) resta qualche piano sotto a Tema dell’addio di Milo De Angelis, tanto per far riferimento a un libro poetico a noi prossimo, giusto per mettere un paletto di riferimento.
La trilogia prosegue con Le battane di bronzo, che Ponso ci presenta così: “altra opera importante e centrale non solo per il percorso di Manzoni, ma, è bene sottolinearlo senza paura, anche per la produzione poetica italiana degli ultimi anni”.  Io, invece, quest’opera proprio non riesco a leggerla, ritrovandovi tutti i difetti e le presunzioni cui ho fin qui accennato. Non ci sento di certo il tono epico che vi avverte Ponso, ma la prosa-prosa condita di tanta sapienza un po’ a buon mercato: insomma il tentativo di darsi un tono, di mostrare i muscoli (e si legga davvero, in questo, l’introduzione di Ponso, che fa del “mostrare i visceri” un cardine della sua interpretazione del Manzoni), di centrifugare e distillare la propria intelligenza, che irretisce me ignorante (sia chiaro, dunque, che la colpa sarà tutta mia: shantih shantih shantih: ciascuno scelga al bivio la sua strada: boiata pazzesca o sublime capolavoro?). Mi gioco la faccia, anche qui, con un confronto miserello (se si crede davvero alla potenza delle parole, forse la biblioteca si fa da sé, e un libro incenerisce quello a fianco, se si osa accostarli). Leggo Manzoni, almeno l’inizio, … :
“I. Alla pianura, un cadere di foglie. / Un brivido: del mondo e del cosmo un’attenzione. / Un alito ancora possibile: “Il non trascurare, / nemmeno una foglia che cade. // II. Disse il rabdomante, seguito da un nugolo di / paesani: “Da qualche parte c’è un altro, / con cui divido la siccità e il fremito. / I suoi nomi sono: Fondo, Cima, Strano, Incantato, / Su, Giù, e da lui mi guardo, perché, se lo incontrassi, / in una folata spariremmo assieme. / Io sono il pro ed egli è l’ante, accomunati / dall’oscillazione e dallo stordimento. / Sovente ci scriviamo, attraversando le pianure e i / deserti, e sempre dei quesiti ci poniamo, per non / saldare le certezze… / Perché il cielo agli inizi era così caldo? / Perché la confusione aumenta nella stessa direzione / in cui la natura dilaga verso il niente? […]”
… e siccome oltre a ignorante sono anche un po’ feticista, e il cofanetto di Manzoni mi piace davvero, mi domando dove potrei mettere questi versi perché le pagine non brucino, perché trovino compagnia. Accanto a Kalil Gibran, mi rispondo.
Queste mie riflessioni, però, me ne rendo conto, hanno involontariamente preso una piega che rischia di sembrare cattiva, mentre davvero sto scrivendo di Manzoni senza rancore, anzi, persino con amore: da morto a morto, dicevo, tanto da arrivare a giocarmi la faccia andando controcorrente, ribattendo anche alle parole di amici cari (il curatore medesimo, in primis). Faccio dunque anch’io un appello a Manzoni (come lui mi chiedeva di non prendermela per l’esposizione delle sue perplessità nei confronti del mio Cielo di Marte) e ai lettori che si soffermeranno qui: credetemi, la mia sincerità costa più di un servizietto formale che mi avrebbe persino garantito qualche ipotetico ritorno, immediato o futuro. Credetemi: scrivo con il cinismo che riservo alle persone che stimo, che mi sembrano abbiamo passato la soglia iniziatica per capire quanto amore ci sia in questo mio azzannare, e paragonare, e prendere le misure al verso, e soffiare sulla troppa nebbia che ci circonda. Amore duro, amore per il lavoro comune nella pasta delle parole, che non è nostra: non certo amore vanesio, amore compiacente e compiaciuto.
Per questo, concludo queste mie note ricordando l’ultimo pannello della trilogia: Evento, libro speculare al Dolore, che lessi e apprezzai quando uscì. Speculare e opposto al Dolore, perché qui il tema non è la morte, ma la nascita.
Vi offro – offro a Manzoni in gesto propiziatorio, per la sua-mia rinascita iniziatica – la fine di questo principio:
“Ieri è venuta alla luce Maria Virgilia, prima di una stirpe millenaria, come poi tutti i neonati che affrontano l’universo, di tutti i calendari, di tutte le religioni, di tutte le specie.
Sarei come gli altri nel dire: ‘Ciò che ho tolto ho dato (quello che ci siamo tolti abbiamo dato)’, ma come i restanti uomini ho sentito la verità infrangersi sulla mente del palpito…
    un vagito che pesava tonnellate. Un ancora di sfida.
Una promessa d’aria”.

11 pensieri su “GUARDA QUANTO AMO QUESTO MANZONI

  1. gian ruggero manzoni

    Caro Marco mi hai circondato di piacevoli compagnie defunte (oltre a me e a te, ovviamente) quali Ungaretti, Eliot, De Angelis e Gibran, e i riferimenti non sono da poco… sebbene il Milo sia ancora vivo, ma pur per anagrafe, visto che è uomo, anch’egli, del ‘900, secolo ormai andato, ahinoi, nonché sepolto, seppure gli strascichi più sconcertanti, per non dire malevoli, continuino a perdurare come fuochi fatui, ma il buono… la polpa… il muscolo è pur svanito e amen, non c’è altro da raccattare. Forse le ossa e qualche dente. Perché il fatto è proprio questo. Forse, entrambi, siamo ormai fuori gioco. Peccato che tu sia più giovane di me quel tanto (sempre anagraficamente parlando), io, di mio, i miei 50 li ho messi, e più nel di là sono, che nel di qua, ma anche questa è una facezia che non serve, oppure serve, se comparata con giusta misura alla misura che tu hai usato nel leggere. Di certo l’orgasmo della parola lo viviamo diversamente, e anche questo è tema del passato, così come, diversamente, tentiamo, entrambi, di tenerla viva, io fuori canone, tu entro un metro che canone forse non è, ma ragione d’esso può diventare… quindi non complice, non correo allo stesso (in fase di reato), ma mandante forse sì, e ciò, come ben sai, può esser peggio. Comunque che dire, cosa rispondere da magmatico a un ‘limatore’, come mi è parso ti definisca? Ecco: il raccontare. Come sai io mi affido a una prosa che può diventare poetica, tu a uno spezzato che non è un abito bensì un a capo, e ciò determina differenza di ‘respiro’, di ‘andatura’, di ‘possenza’, di ‘levità’, financo di ‘dinoccolatezza’, se pensiamo a certi ritmi jazz alla bebop, ma americani ben lungi dall’esserlo, così come evocatori di tali categorie, perché, infine, siamo troppo calati nel nostro antico impero, per dedicarci a certe leggerezze d’analisi, a certi passi di danza… che pur su Marte c’è, la leggerezza, vista la gravità 0,376 volte quella terrestre… ma pare che non ci appartenga, sebbene in quei deserti rossi peserei 30 kg, quando qui ne peso 100 + quelli dovuti alla troppa conoscenza… ai troppi, che ho ingoiato, e sono i più, da triplicarmi le ciambelle che mi fasciano il grembo, i lombi, i lobi e le budella. Ebbene sì, ci troviamo appesantiti anche nel narrare, come i morti per acqua (tanto per rimanere con Eliot) che si gonfiano turgidamente, quasi ad esplodere, con debordanza egotica, per quindi, e infine, saponificarsi, smogliarsi, liquefarsi e diventare nulla… diventare niente. E che sia quindi il nulla che ci perseguita? Può darsi. Ci ho pensato lungamente. Quel nulla che tentiamo, con la parola, di riempire vanamente, già sapendo di quel vano, ancor prima di stendere una riga e poi di leggerla alla platea. Un rimbombo… non siamo che un rimbombo di quel che fu valore, fulgore, evento. Non siamo che un’accozzaglia di rimandi, riferimenti, collusioni, connessioni, intrecci, innesti, iperboliche volute, incanti, nella misura e nella non misura… nel culmine: il grido silente di un ossimoro riconosciuto, fattosi carne, fegato, memento, e quindi artificioso bagaglio dell’impostura. E di nuovo ci siamo. Ecco che risbuca. Ecco il rimasuglio… il fondo del cassetto che lo si fa passare come merce, come stoffa di prima, quando la smagliatura incombe, le tarme han succhiato, la trama si è infeltrita, la lana si è ingiallita, l’elastico ha perduto consistenza. Trilla e fibrilla ecco la nota dolente. La carie. L’ammanco. Il nostro tempo è perduto, e noi siamo gli assenti, perché orfani di noi stessi, quando, solo 134 anni fa, da un Inferno, ci dicevamo padre e madre a noi stessi. Ma quelli erano altri tempi. Allora si era vivi, allora campavamo d’inerzia, gettato all’aria il cappello, baciato in bocca l’amico, vendute le armi ai sauditi o ai cretesi. Ora non più. Sia tu che io siamo (almeno in questo) in accordo… seppure in dis-misura. Forse che siamo nati già morti? Forse che si sia, nel vero, già rinati un paio di volte? Quando scrivo mi pongo anche questo… tu forse no? Ma già sappiamo, già il conto l’abbiamo pagato, già la vita, con tale consapevolezza, è alquanto dura e pesante da trasportare, che ce lo possiamo permettere… ce lo possiamo concedere, di rigirarcela come meglio si crede. Quindi ti abbraccio e ti accarezzo il capo, come solo chi è dato può dare.
    Grazie a te dell’attenzione, Marco, e alla prossima pubblicazione, visto che l’esser morti e il dirsi rinati concede lussi che i più non possono intendere… lussi alla grande… lussi allo sbaraglio… visto che poi, con la parola, non rischiamo più niente.

    Una carezza anche ai tuoi figli. A presto. Sei stato molto gentile nel dedicarmi il tuo tempo.

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  2. fabry2007

    “Non siamo che un’accozzaglia di rimandi, riferimenti, collusioni, connessioni, intrecci, innesti, iperboliche volute, incanti, nella misura e nella non misura… nel culmine”.

    un incontro che è anche un confondersi e un separarsi, perché la letteratura è questo grande snodo autostradale, dove la voce dell’uno finisce col fondersi con la voce dell’altro, e tra marte e la terra la distanza può annullarsi. sono contento che questa congiunzione sia avvenuta proprio qui, e non sarà un caso. se due scritture così diverse, e forse antinomiche, hanno trovato il modo di respingersi e abbracciarsi, vuol dire che siamo sulla strada giusta. anzi, al giusto svincolo.
    fabrizio

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  3. Carla

    Bellissima quasta prefazione di marco
    in quanto al nostro Gian Ruggero,
    mi piacerebbe leggere qualche tua poesia quì,
    – lascio a te la scelta –
    perchè tu ti dedichi troppo agli altri…..
    lascia che gli altri si dedichino un pò a te.

    Buon pomeriggio
    carla

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  4. marcomerlin

    Ti ringrazio per il pensiero in risposta, Ruggero.
    Più che limatore mi direi scalpellino, anche in onore della tradizione del mio paese, ma l’importante è riconoscersi, in quanto “artisti”, “formatori”. Nostro compito è dare misura, anche alla dismisura.
    Il canone non sia un alibi. E’ un falso problema. Un’arma, che si può usare bene o male. Un prodotto dei nostri prodotti. Il canone lo facciamo noi, con le nostre opere anzitutto. Sempre che ci riusciamo.
    Sul fatto di essere già rinati, e più di una volta: certo. Ogni giorno. Passata la soglia iniziatica, ogni gesto preme per essere creativo. Ogni battito pretende coscienza. Ogni automatismo vuole mostrare il suo vero volto: di semplice miracolo. Scandalo scandalosamente banale.

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  5. mariapia

    Caro Gian Ruggero,
    già una presentazione “innamorata” come questa di Marco, attira noi a leggerti al più presto, a cercarti, in quell’oltremondo che racconti poi, in una seconda postfazione al tuo libro,( che dev’essere infuocato), rispondendogli..
    Che bello ascoltarvi, e pensare che ti immagino soltanto!
    ma devo procurarmi il libro.
    Coome si fa?Si telefona a Ravenna,all’editore, o lo distribuiscono: e da una Feltrinelli si può? emiliana, meglio.
    Intanto un grazie commosso. da MPia Quintavalla

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  6. lucaariano

    Non ho tempo per leggere questa critica che leggerò con piacere domani con più tempo. Essendo estimatore dell’opera poetica di Gian Ruggero e apprezzando Marco come critico ci tornerò su e dirò.
    Un caro saluto

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  7. GiusCo

    La considerazione dell’essere già morti è in effetti abbastanza diffusa, fu alla base dei dialoghi con Rendo che diedero il via a nabanassar nel 2002; ne resta una traccia nel volumino “atto unico”, uscito l’anno successivo. Essenzialmente vedevamo l’insussistenza dei benefici pratici (riconoscimento, pubblicazioni, influenza) rispetto all’imperativo del dover fare la nostra vita come singoli, obbedendo solo alle nostre istanze artistiche che ci portavano a ruoli diversi, inesistenti nella prassi.

    Ne è derivata in noi una misura più consapevole, intesa anche come ruolo nella comunità, e una ricerca di voci altrui, se il cammino (ciò che spesso è chiamato in un confuso surplus: etica) è lo stesso. Quanto ciò pertenga ad una iniziazione, ad un codice o ad una economia di respiro, non saprei dire.

    Trovo piacevole questo dialogo sui libri, anche se allo stadio iniziale, di chi cioè appena inizia a levarsi l’armatura (da una parte e dall’altra). Resto dell’idea che queste letture incrociate siano gli atti principali della nostra esperienza comunitaria di intellettuali e vederle anche sui blog mi rende abbastanza fiducioso sul futuro di questo mezzo.

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  8. gian ruggero manzoni

    @ Fabry. Come sempre sai cogliere le sfumature più significative. Grazie.

    @ Carla. Presto inserirò in questo blog una qualche mio nuovo testo. Grazie.

    @ Marco. Indubbiamente rinati. Attendiamo altre tue in questo spazio. Ancora un abbraccio.

    @ Maria Pia. Grazie anche a te delle parole. Per il cofanetto puoi chiedere direttamente a Massimo Berdondini, responsabile delle Edizioni del Bradipo via Lumagni, 23 – 48022 Lugo RA – Tel.Fax: 0545-33493, e-mail: [email protected]).

    @ Luca. Attendiamo la tua lettura.

    @ GiuSco (Giuseppe Cornacchia). Interessante questa tua con Rendo. Anch’io reputo che tramite questo mezzo si possano riedificare ponti… cosa che solo una qualche mese fa non credevo, pessimisticamente, fattibile. Cmq, per i ponti, ci dev’essere disponibilità da ambo la parti… e ciò, in definitiva, è avvenuto, deposte, in effetti, le armature. Grazie della tua testimonianza e della tua sempre partecipe attenzione.

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  9. Pasquale Giannino

    E poi dicono che internet sia un mezzo alienante… Qui sbocciano amicizie, si ricompongono fratture, si usa ancora il verbo “amare” e non per diffondere un verso mellifluo nel giorno di San Valentino… Gian Ruggero, tu e io non ci siamo mai incontrati eppure mi conosci forse più dei miei cari, visto che ti ho affidato tutta la mia produzione inedita. Mi hai detto che non sono un poeta, e di darci dentro con la mia prosa. Non mi sono mica offeso, tutt’altro. Ti stimo ancora di più. Tu e Marco vi siete scannati, tempo fa. Ora il vostro legame si rinsalda ma non a fronte di pensieri stucchevoli, bensì dopo un reciproco scambio di critiche severe. Altro che defunti! Tutti i sedicenti “vivi” che ci rompono le scatole ogni giorno coi loro presenzialismi inutili prendano esempio dal vostro coraggio intellettuale. E dalla vostra onestà.

    Un caro saluto.
    Pasquale

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  10. lucaariano

    Eccomo finalmente qui. Sono riuscito a leggere questa lunghissima analisi. Un po’ di cose;
    Mi piaciono le critiche chiare e che arrivano al nocciolo, senza fronzoli o “accademismi”. In questo devo dare adito a Marco che sento così lontano dal Marco/Andrea poeta. Ma questa è una mia impressione, ci mancherebbe.
    Per quanto riguarda i 3 libri che lui predilige concordo. Sono anche i mie, Gian Ruggero lo sa, più “Gli Addii” che in questa edizione non sono presenti. Secondo me nelle prose poetiche Manzoni raggiunge le sue vette. Non parlo della narrativa perchè qui andrei fuori tema.
    Per quanto riguarda l’epocalità delle opere di oggi io su questo vado molto cauto. L’ho già detto e non voglio ripetermi, siamo in un’epoca di crisi e chissà davvero cosa rimarrà? A volte io stesso mi chiedo se la poesia non sia un genere morto? Lo dico senza ironia, vale anche naturalmente per me.
    Avrei tanto altro da dire ma qui mi fermo perchè il lavoro incalza.
    Complimenti a Gian Ruggero per la sua opera, attendo futuri scritto e a Marco per la sua “critica”.
    Un caro saluro

    P.S. Lo stesso discorso vale per De Angelis che in Tema dell’addio ho molto ammirato: rimmarrà? Davvero vista la stagione ho forti dubbi

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