di Marco Saya & Franz Krauspenhaar
“L’ho trovato prima io”, ora gli spacco la testa. Prendo un’aspirina, no un aulin, mi scoppia la testa, c’è troppa gente, lui è lì in mezzo, la cubista mi strofina la nera bellezza di una pelle sudata, cade un cubetto di ghiaccio, porfido per quel bastardo nascosto. Ora lo vado a prendere. Il dj Tony spara luci come paillettes variopinte. Sono cieco. Siamo ciechi.
Il poetucolo si insacca. Minuscolo ex-gallico trapiantato nella city-leggo. “Dov’è il mio socio?”. Cazzo, con quel trans-peruviano dalle zampe corte, gli lancio un gintonic, schegge impazzite di vetro feriscono quattro miserabili bipedi al ballo, tamarri della new-economy. Andiamo a prenderlo, gli sputo in un orecchio! Il “bulgaro” deve morire, prendo l’accendino, afferro il mio Jack Daniels, lo scovo, maledetto ideologo di parole consunte, lo scaravento per terra, gli do fuoco, come godo, il porco sta morendo, poi toccherà a quella cagna di sua moglie, anche lei poetessa abortita…, gli strappo il pene, incido quella pancia da Obelix, grasso privilegio della casta editoriale, muore versando sangue in quegli schifidi versi tracciati con le due dita rimaste sulla bianca moquette: “Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente” . Si, porca troia, sei un perduto-fottuto-poeta-bulgaro, un coro da ultras mi accompagna nella lenta, gustosa e soddisfacente esecuzione: Devi Morire! Devi Morire! Il bagagliaio della vecchia Citroen accoglie gli avanzi di quel nazi-maoista di merda, capostipite di una setta di pensiero che aveva dichiarato sterminio al nuovo mondo, alle idee del terzo millennio, arroccata alla voce sordida di un tossico del 200’ , confinata al novello Gran Ducato di Toscana che nei panni di un guitto da circonvallazione periferica portava tra le genti quel miserabile verbo. La caccia ai bulgari era aperta. Andiamo dalla cagna, grido al drugo. Il vomito metropolitano m’assale all’improvviso, apro la portiera, ancora quel pene tra le mani, lo sbuccio, un ricordino da portare alla troia…
Sulla bukomobile sfrecciamo al menefottoassai sforando alla Pecos Bill tutti i limiti di velocità della notte boia e tampaxstosa. Frenata in derapata dakarica. C’è una fresca notte alla lira non ci sono bambole, io e il drugo number zwei ci facciamo sotto tra un’illuminazione a casotto e i setti nani di porfido tramezzato da sette fili di canapa indiana. In casa bulgara si autoproducono il fumendum. Suoniamo il kampanels che fa dlinnedlonne con chiarità di suono al decibel sotto zero. Apre un maggiordomo bulgaro dai baffi a manubrio Weider, gli piazzo villico e giocosa un punch à ball che è tutto un programma dell’ascesso. Quello geme come un poppante Mellin al rutto della servetta veneta misonderovigo. Entriamo alla Guadalcanal con tanto di paracoglioni d’ordinanza nella magione bulgara da intellettuale fanculista cattointegrato. Appena vedo la biblioteca la mando giù senza perdere tempo a sbirciare i titoli. Una valanga di tomi scende ad altezza microbo. Intravedo titoli come “Bucolici sempre”, e “Poesie per un agreste ballo con le sirene nuragiche cagliaritane”. Il porcatroia che m’esce dall’esofago singultante è oro in bocca come il mattino nei docks a sparare dai flobert agli scassacazzi mulettanti.
Fanculo. C’infiliamo come veri durex nel soggiorno, mentre il magillagorilla continua a gemere di dolore gravido. Dico al drugo di sistemargli la existenz una volta per tutte. Lui piroetta gallico e mena calci come Uli Stielike il nazidefensor del Real Madrid di Butragueno. Finché sangue non ci separi and God save the Queer. Quello schiatta in bocca e chi s’è visto s’è visto e chi s’è solo letto va a letto senza cena.
Io vedo l’orgasmica pupa del mondatodipene che sventola carne viva sulla cyclette. Ha una tuta aderente made in Pippesport. Color Rosa Fumetto. La divelgo dall’attrezzo ginnico e le sparo quattro schiaffoni quattro. “Lasciate ogni speranza voi che non ne uscirete vivi”. La parafrasi è una mia specialità doppiobrodica. Arriva il drugo s. r. l. a responsabilità limitata, uno davanti l’altro all’indrè, e ci diamo dentro come caramellle balsamiche vigorsol al fulmicottonfiocc’s. La signora sì che se ne intende. Ogni tanto urla ma io lo capisco che è piacere. Sono un esperto di bene- bene assaje.
Poi subito via, dopo il reinguino delle spade al roast-beef with meatballs nei pantaloni aderenti stile mutandoni militar police, di nuovo sulla bukomobile, sperando di mettere sotto qualcuno, un disperato, uno stronzo, una brava persona, per noi è tutto uguale.


Arancia meccanica?
Spiazzante. E’ molto molto postmoderno e anche a me ha ricordato Arancia meccanica. Forse ci facciamo troppi film? C’è anche un retrogusto amaro, quasi inquietante. Almeno, a me, da questa sensazione
Un caro saluto
Io invece avrei una domanda scema (anzi due): come avete gestito il racconto a 4 mani? ovvero, come è nato?
Quando l’ho visto sono stata male.
leggendo questo pezzo – per niente male ma per niente – mi ha fatto tornare in mente –
American History X
un ottimo Edward Norton e non solo in questo film
un saluto
paola
@carla
allora se tu guardassi “Society – The Horror”
di Brian Yuzna urgeresti d’un cardiotonico
ma se lo trovi, davvero, te lo consiglio.
un saluto
paola
@Vocativo.
è nato da uno scambio di mail. uno ha scritto un pezzo e l’altro ha scritto quello che mancava. tutto qui.
ciao e grazie a tutti.
Io sono un ‘drugo’ della Juve… per meglio dire un ‘gobbo’.