Un indizio che c’è qualcosa di non proprio reale nel tempo consecutivo come viene da noi esperito sta nei vari paradossi del tempo che apparentemente passa e di un cosiddetto “presente” che si srotola sempre nel futuro creando sempre più passato alle sue spalle.
Come se il presente fosse questa macchina – bella macchina a proposito – e il passato la strada appena percorsa, e il futuro la strada illuminata che non abbiamo ancora raggiunto, e il tempo il movimento in avanti della macchina, e l’esatto presente il paraurti anteriore che fende la nebbia del futuro, sicché è ora e poi un attimo dopo un ora completamente diverso, ecc. Solo che il tempo passa per davvero, a che velocità va? Con che ritmo cambia il presente? Visto? Perché se usiamo il tempo per misurare il moto o la velocità – come facciamo, non c’è altro modo – 95 miglia all’ora, 70 pulsazioni al minuto, ecc. – come dovremmo misurare la velocità con cui si muove il tempo? Secondo per secondo?
Non ha senso. Come fai per parlare di tempo che fluisce o si muove vai subito a sbattere contro il paradosso. Perciò pensaci un istante: e se non ci fosse affatto movimento? E se tutto questo si svolgesse in quel baleno che chiami presente, questa prima, infinitesimale frazione di secondo dell’impatto quando il paraurti anteriore dell’auto in corsa comincia a toccare la spalla del ponte, appena prima che il paraurti si accartocci rincagnando il muso e ti stai proiettando violentemente in avanti e il piantone dello sterzo ti viene contro il petto come se scagliato da qualcosa di enorme?
Perché insomma se questo ora è di fatto infinito e niente passa in realtà nel modo in cui la tua mente è a quanto pare programmata a capire passa, per cui non solo la tua intera esistenza ma ogni singolo modo umanamente concepibile di descrivere e motivare quell’esistenza ha il tempo di balenare come il neon in forma di lettere corsive unite come quelle che le insegne e le vetrine amano tanto usare tutte assieme nella tua mente nell’istante letteralmente incommensurabile fra l’impatto e la morte, proprio mentre muovi incontro al volante a una velocità che nessuna cintura al mondo potrebbe frenare – FINE.
David Foster Wallace, Caro vecchio neon, Einaudi 2004, pp. 212-213 (in nota).

Emanuele GRAZIE. Se sapessi come scrivertelo gigante lo farei. Amo questo racconto, è uno di quelli che mi toglie il famoso e non originale dubbio (per i lettori di DFW): ci è o ci fa?
“Ci è” almeno qui.
E’ un crescendo di angoscia, in cui tutto ciò per cui non troviamo parole (come il tempo) diventa improvvisamente incandescente fino ad uno dei finali più duri e sconvolgenti che abbia mai letto.
Wallace a volte fa il gigione, ma ha il dono di far parlare quello su cui generalmente il linguaggio s’inceppa.
Yeats diceva che le parole sono un bene sicuro. Forse, ma prima di esserlo ci fanno molto male, ci affatica la loro insufficienza.
CARO VECCHIO NEON è di quei testi che quando arrivi alla fine ti dici: è proprio così – non se ne esce salvi.
D’accordo con te, Francesca. E poi Wallace a volte (come in questo caso) ci da giù proprio nelle note.
Emanuele – tu ce l’hai fatta a leggere INFINITE JEST? (restando nelle note…). Io ce l’ho in inglese, anche se credo cederò e prenderò quello della Fandango. Non ho il coraggio di avvicinarlo. Lo rimando sempre all’estate…
Pezzo stupendo.
Veramente un passo notevole. Complimenti per la scelta!
Un caro saluto
Infinite… ce l’ho da un’infinità di tempo. Anche io Fandango (ora c’è anche Einaudi): sono fermo alla copertina. Mi spaventa sono sincero. E’ uno di quei libri (non solo per dimensioni, ne sono certo) che potrebbero mettere in pericolo altre attività della giornata. Ecco, devo decidere cosa sostituire per lasciargli il tempo adeguato…
Grande pezzo di un grande scrittore, non sempre così efficace ma comunque sicuramente da leggere! Bravo EK, hai scelto molto bene.