Amanuense

Prima di tutto vedete questa mano. Voi mi capite: 5 dita contengono 14 ossa, e software e hardware, mente e corpo, ecc. (e infiniti appunti e curiosità serie; è il vostro turno; e a me: è il tuo) – [a loro ho parlato veramente così, e a me altrimenti, in segreto; e il mio linguaggio era tutto questo: fuso nell’oralità del momento, con mosse – povero uomo -che attiravano l’attenzione; e poi l’attiravano, veramente; entravo a scuola senza rumore, con la barba non rasata: perché il corpo si cancellasse e l’attenzione fosse alla voce: non alzatevi in piedi quando entro, non chiamatemi professore; né poeta]

vedete uno schema di 3 colonne. Non ho organizzato le parole, eppure non sono fiacche: 10 aggettivi, 10 sostantivi, 10 verbi (e le loro negazioni); articoli, prononi, avverbi sono liberi, liberissimi. Tocca a voi. Avete 5 righe, o 5 dita, ancora vuote: costruite uno scheletro di mano, con 2 termini al primo posto (il pollice) e 3 in tutti gli altri spazi. Ogni spazio si chiama verso. Scegliete.

Ora avete uno scheletro come questo:

MANO FREDDO
BAMBINO DOLCE VEDERE
OCCHI BIANCO IMMAGINARE
CASA MURO ESSERE
DONNA VERDE SAPERE

e questa vi sembra una poesia? Non ditemi che mancano le rime. La cosa non è formale. Dico che manca il pensiero: queste 14 parole non pensano. Sono ossa arida. Dovete immaginarle vive. Lavoriamo, così, ad esempio:

La mano fredda
di un bambino (è dolce), io vedo.
Qui con gli occhi bianchi
non è nella casa murata:
so bene che una donna non è verde!

Ma Voi – credete che un poeta scriva così? No. [il poeta suona un flauto di vertebre. volevo solo che i ragazzi capissero, attraverso il rigore quasi perverso, con parole impreviste e banali; le parole sono scelte la sera del 7 febbraio, tardi, senza lietezza, o per disamore o per solitudine o per povertà; con la sola sicurezza che meritavate molto: meritavate tutta la mia vita, non un gioco: e i primi risultati personali sono stati anche alti; ma non c’è pagina che non abbia il suo rovescio. Infatti:] nessun poeta scrive così. Volevo darvi un punto di partenza: uno qualunque, partendo da dovunque. Quelle 30 parole non sono migliori di altre, perché non siete stati voi a sceglierle. Scioglietele bene, ora. I sostantivi si possono trasformare in aggettivi (da muro a murato) e in verbi (da caldo a riscaldare) [e io pensavo già alle invenzioni dantesche: intuarsi, indonnarsi]. Improvvisate. Non solo “si può”, ma voi potete. [e io non avevo niente, niente, da insegnarvi, capite? se non la volontà di organizzare le parole – ma non posso insegnarvi ad essere poeti; non posso nulla; e potevo – potevo – mai illudere voi? Nessuno sa quanta luce ho trovato; badate: non vi ho idealizzati, e non posso, perché non amo la mia infanzia, prima di tutto; so chi siete perché sono ancora con voi, come voi; solo, ho studiato poesia e ne ho scritta; ne sono vissuto e consumato: è tutto, esattamente tutto; allora io vi ho chiesto aiuto, l’avreste mai pensato?]

[Quando ho capìto che nessuna sorella e nessun fratello virtuali – e la virtù dell’una o dell’altro – mi introducono in un nuovo tempo o mondo; e l’amicizia è grande, ma non è quell’amore totale; a cui credi – credo – e tendi, e tendo come posso; allora ho sentito che io non basto a me stesso, nemmeno come artista; ho bisogno di molte voci, unite alla mia, ho bisogno di aiuto: ho, prima di tutto, bisogno di questa unione: io a voi, a voi io, noi con noi, così, ad esempio:]

l’acqua luminosa salta tra gli argini.
il cielo può essere verde? no!
occhi bianchi lo immaginano? sì.
chi è vivace non dorme. questo è il rivo.

*

dove non è il caldo, la mano trema, è
bianca, trema, al caldo è rosa. la mano
disegna una scatola larga:
contiene la dolce madre,
che bacia il bambino; che dorme.
l’uomo geloso li vede:
dice: “bimbo, non devi respirare”:
qui il bambino cade.

[ho anche cercato – l’ho voluto – di fondermi con il vostro parlare: non ne ho vergogna, e posso unire la mia scrittura alle vostre: ché di imberbe, qui, c’è solo l’apparenza; c’è già un’esperienza, sotto, come garanzia; voi sapete molto oltre ciò che credete di sapere – e che vi è insegnato, da noi -; chi aspetta a lungo trova la sua consolazione; lo credo; e ho ben creduto!]

[volevo insegnare il peso di una competenza, attraverso la quale ci si libera; dalla quale, dopo, ci si libera. questo è il pianoforte; una volta, una volta sapevo suonarlo bene, e ora riprovo – quasi un asino che tenti la tastiera, imitando il Bach delle Invenzioni a 3 voci e del Clavicembalo;  quasi senza errori, per miracolo, la musica riappare, riesco a suonarla; e tu Mario, scusami, ti coinvolgo ora – sai suonare il pianoforte? no, non sai. Mario, da’ un pugno alla tastiera. Sì, un pugno. E Mario – l’architetto Mario, il professore Mario – dà il suo pugno sulla tastiera, delicatamente. Dopo, do anch’io il mio pugno, fortissimo. E un cluster con l’avambraccio. Ragazzi, avete sentito Bach, poi il pugno di Mario, e il mio. Che differenza c’è tra pugno e pugno? Qualcuno dice: nessuna, perché la forza è forza; altri notano l’intensità diversa. Ma non è questo che interessa, ora: vedete, la differenza è che io so suonare, e Mario no. Mario può solo dare pugni o suonare un tasto alla volta; ma io posso dare un pugno e suonare Bach. Arrivate a capire questo: dovete saper fare bene, per essere liberi di dare i pugni] [la distruzione della “forma sonata” in Beethoven; e Emily Dickinson, che non scrive in inglese; e l’alchìmia di Rimbaud; e Uncle Pound; e Amelia Rosselli e Dylan in Tarantula e i testi di Patti Smith, e le deformazioni di Bene – sono altrettanti pugni, e derivano dal sapere, perché si denuda; e poi gli scheletri ritmici di Giuliano Mesa; non avrò mai pace, è impossibile, finché queste meraviglie non scuotono voi; e so che vi scuotono]

[a me non furono insegnate dalla scuola: le trovai nate e viventi all’esterno di tutti i possibili gusci italiani: e piangevo pensando che Varèse scriveva quella musica al tempo della madre di mia madre]

[ad una ragazzina magra, pallidissima – una specie di giovanissima Patti Smith, o Diamanda – ho detto: ricòrdati di Emily Dickinson, perché le assomigli…; un altro ragazzo mi dice: ho scritto un rap; un’altra ragazza – il viso intelligente, la faccia un po’ rotonda, e i ricci – mi fa domande che hanno un senso (le sussurro: tu scrivi canzoni… – sì, le scrivo). non dibitavo di voi. il buon sangue non mente! Tra le cose buone che mi avete dato, c’è il permesso di dirvi che la poesia – la poesia – non è un’attività sciocca: vedete, siamo venticinque e non riusciamo – e siamo venticinque – a dare un titolo ad una poesia di cinque versi. vedete, vedete com’è difficile]

[la violenza assume pose minuscole o maiuscole, caso per caso; la circondano alcuni atti di amore, grandissimo. Discordo forte. Discorso vero. e di che cosa, e in che cosa, ti chiamerai re? voglio dire: nel tuo mestiere. e nel tuo mestiere ti chiamerai re. e qui non ti conoscono, o riconoscono; lì sei come morto. sei il più vivo. e sei utilissimo: bricoleur e performer. o non servi a nulla, o sei servo, cadi servendo. ascolta, hai fame: e all’affamato si mostra un cibo, e sparisce. cioè sparisce l’affamato. questi pensieri sono discordi e brutti, ogni giorno. è vero che non è ambiguo l’interno, ma le condizioni esterne lo sono. questo secolo è appena iniziato e la durezza sarà inconsistente, tra due generazioni: come chi scriveva, cent’anni prima, su riviste che si credettero engagées: i fenomeni diventano epifenomeni, poi niente]

[ho cercato, e trovato, la fusione nella vostra voce: quello che è nuovo per voi, lo è anche per me: da poco so ciò che so. perciò ve lo mostro, mi giustifico quasi razionalmente e insegnando]

*

Occhi, non respirate!
Il bambino si crede nuovo.

Il cielo è aperto:
una mano indica ai cattivi
quella terra che, dal basso, sa tutto.

*

Chi ha la pelle morbida?
La dolce seta.
Gli occhi luminosi
creavano
progetti nuovi.

*

Il ruscello cadeva
in una scatola
splendente… moriva
sul fondo dell’ultimo
pensiero.

[da Amanuense, in corso di pubblicazione per Cantarena, Genova 2007: è il resoconto del lavoro con gli studenti della scuola media Virginia Centurione di Genova. Diario di lavoro e testimonianza, interiore ed esteriore, dei lavori] [fotografia: massimo sannelli in una foto di Patrizia Bianchi]

13 pensieri su “Amanuense

  1. elena f.

    Arrivate a capire questo: dovete saper fare bene, per essere liberi di dare i pugni]

    Non ditemi che mancano le rime. La cosa non è formale.
    Dico che manca il pensiero: queste 14 parole non pensano. Sono ossa arida.

    le ossa aride mi hanno fatto venire in mente la visione di Ezechiele: uno sterminato campo di parole aride che attende il soffio dello spirito del poeta per incarnarsi in un dire-dare la parola non serva ma libera.

    grazie massimo

    elena f

    Rispondi
  2. Roberto Rossi Testa

    Chi non sa giocare non sa vivere.
    Insegnamenti come questi rimangono per la vita, fortunati quei ragazzi.
    Ciao,
    Roberto

    Rispondi
  3. massimo

    cara Elena, ciao… sì, pensavo proprio agli ossa arida di Ezechiele. che aspettano il verbum… è una visione che ho spesso in mente.

    cara Marina, caro Roberto, non sono stato un bambino felice, in nessun senso. credo di poterlo dire lealmente, con rispetto per chi mi ha dato la vita ed educato. ho giocato pochissime volte con gli altri bambini; e di solito erano bambine. poi 20 o 25 anni dopo mi sono trovato ad insegnare poesia – e come? – a loro, ai bambini. e ho scoperto di aver voglia e bisogno di giocare – a modo mio (e loro). la formula “ma/e” di Marina è perfetta e non potrei dire di meglio. e le mani sono coperte di chiodi: anche quello è un gioco, perché quei chiodi – almeno quelli – si possono scrollare. a scuola ho capìto che il principe Myskin aveva ragione, quando diceva: mi sembravano uccellini… Hanno riempito molte mie giornate. e l’ultimo giorno del corso di poesia hanno coperto una lavagna di saluti per me, con frasi come W LA POESIA, W I PUGNI SUL PIANOFORTE. non è buonismo alla buona – è realtà. e vi voglio bene, davvero, grazie
    massimo

    Rispondi
  4. Pasquale Giannino

    Nella mia esperienza scolastica e universitaria ho avuto molti insegnanti, nessun maestro. Eccetto mio padre, ma l’ho scoperto dopo… Il 70% di quanto ho dovuto affidare alle mie doti mnemoniche (se no, col cavolo che passavi gli esami…) si dissolveva non appena avevo superato l’ostacolo. Senza rimpianti né inconvenienti poi nel lavoro o nella vita. Anzi, spesso diventa indispensabile rimuovere certi schemi che ti hanno impresso nella mente. E, in tutta onestà, ciò che più mi ha formato e di cui mi nutro l’ho scoperto per altre vie… La “formazione” dei ragazzi è un aspetto cruciale. E non è facile il compito delle istituzioni, oggi. Non è facile suscitare nei discenti la necessità della conoscenza. Non è facile indicare loro dei metodi che appaiano allettanti in questa società multimediale che li bombarda, li stordisce, li droga, li addormenta… Certo, il discorso è complesso, c’entra la motivazione del corpo docente (non solo economica), il prestigio perduto negli anni dalla scuola (con tutto il rispetto per il ’68, io appartengo a una generazione che affrontava l’esame di maturità senza troppe notti insonni su due discipline appena, in pratica scelte entrambe dal candidato… avrei preferito un percorso più serio – per fortuna mi sono rimboccato le maniche, in seguito, per conto mio: altrimenti sarei un analfabeta come tanti laureati che conosco…). Nondimeno, penso che l’esperimento che ci hai raccontato potrebbe suggerire la chiave giusta. Credere che tutti i ragazzi di quell’età siano dei potenziali poeti o scrittori sarebbe assurdo. Ma provare a stimolarli con dei veri “maestri” ogni tanto, chissà… forse ne potrebbe salvare qualcuno dalle molteplici insidie che rendono insicuro e fragile il loro cammino.

    Un caro saluto.
    Pasquale

    Rispondi
  5. elena f.

    non credo che tutti debbano diventare poeti nel senso letterario del termine, ma tutti dovrebbero poter diventare poietès della propria esistenza. dare strumenti per imparare la bellezza e la libertà della parola, del segno, del tracciato artistico, la sua responsabilità, fatta non solo di pugni ma prima di regole e canoni, può far nascere uomini nuovi.
    uomini capaci di creare il nuovo suggendo linfa dalla radice del passato e non cloni di un eterno presente che prima o poi imploderà in se stesso
    per questo il lavoro di massimo e di tutti coloro che si impegnano in tal senso è prezioso.

    saluto tutti

    elena f

    Rispondi
  6. domenico

    Caro massimo
    anch’io, come te, non ho un bel ricordo dell’infanzia e se ci penso provo un misto di rimpianto e di esclusione, soprattuto un’esclusione dagli altri (a volte, riesco ad intuire questo disagio negli occhi di un’altra persona, così, d’acchito) Ora, adulto, mi ritrovo con quei bambini-adulti con cui tuttora non mi sento a mio agio, nutrendo al contempo, come te, uno slancio pedagogico per i bambini veri e propri, forse per cercare di redimere un’infazia sbagliata. Da tutto questo, naturalmente, nasce anche il bisogno di esprimersi con la lingua poetica (o no?).

    Domenico

    Rispondi
  7. carla

    O Massimo, che belle parole!
    Intensa la foto!

    Fa bene sentire che ci sono persone come te, così sensibili, così leali nell’ammettere un bisogno, un bisogno che infine credo appartenga a tutti noi, ritrovarsi in un’infanzia che necessita del gioco, un gioco pulito, un gioco che allevia le pene.

    Leggendo queste due poesie io mi tuffo nell’infanzia, grazie a te!

    l’acqua luminosa salta tra gli argini.
    il cielo può essere verde? no!
    occhi bianchi lo immaginano? sì.
    chi è vivace non dorme. questo è il rivo.

    *

    dove non è il caldo, la mano trema, è
    bianca, trema, al caldo è rosa. la mano
    disegna una scatola larga:
    contiene la dolce madre,
    che bacia il bambino; che dorme.
    l’uomo geloso li vede:
    dice: “bimbo, non devi respirare”:
    qui il bambino cade.

    Un caro saluto, e un grande abbraccio.
    carla

    Rispondi
  8. fabry2007

    “vedete, siamo venticinque e non riusciamo – e siamo venticinque – a dare un titolo ad una poesia di cinque versi. vedete, vedete com’è difficile”.

    basterebbe questo, di fronte alle scuole di scrittura creativa, di fronte agli innumerevoli tentativi di far passare un’illusione, con grave scapito di quello che oggi si festeggia col primo giorno di primavera, per dire, con dolcezza: alzatevi ragazzi, sta arrivando il professore, un poeta.
    che tu sia qui, Massimo, è un dono: idealizzare è un torto, fatto e ricevuto; riconoscere qualcosa di prezioso, è altro.
    fabrizio

    Rispondi
  9. maria pia

    Ho apprezzato la lezione.
    L’amore totale è una stagione della vita, come insegnava Jimenez, ma temo, poco accessibile, qui ed ora, in quelli terreni. Nei cieli dell’amicizia forse, o dell’amore madre-figlio, e padre-figlio.
    Infatti qui, si respira a fondo, concordo. (grazie, Fabrizio!)
    Il flauto di vertebre allude a un bisogno di amore gridato, che chiama in causa gli altri,stile agit prop, alla Majakovskj??
    Noi non l’abbiamo avuto un futurismo così bello, forte e lirico, una crescita vitale del moderno in Europa, senza dovere “provocare” ad ogni costo,forse nel cuore, dopo, ma era la generazione anni settanta che lo riscopriva,qui in Italy..
    Se parliamo dell’infanzia, chi si salva, ma ognuno è stato infelice a modo suo, direbbe Tostoj(che parlava dei matrimoni infelici, ma anche della “individualità” dell’infelicità).
    Io volevo chiederti dove poterti scriverti, Massimo,perché non ho una tua mail,(qui, dalla home non la leggo),
    la mia è dopo il messaggio, credo.
    Ci conosceremo a Camaldoli, poi.
    Ti saluto,per ora, e grazie.
    Maria Pia Quintavalla.

    Rispondi
  10. massimo

    cara Maria Pia, grazie… sì, è Majakovskij – la piena voce. sono a Roma di corsa per un colloquio di lavoro, prega per me. la mail è questa

    [email protected]

    ciao, ogni bene per tutto
    massimo

    Rispondi

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