Mezzi alla Meta (scrivo & leggo)

container-6.jpg

di Chiara Daino & Franz Krauspenhaar 

Scrivo nel mio Stato: lunatico Scrivo il mio ego è alter rogo, è gomitolo di filo giallo e nero: la bile – e rotolo nel brado di gatto Scrivo la voce mista del “sono”: presente – e mi dono Scrivo il vero che muta verso: anima (e animale!) Scrivo sopra le righe, dentro la corda – rotta dal tuo quadrettare la mia camicia, dirotto la forza: vivo Scrivo non è morte è vetro non lesina Scrivo per la modifica e non si mortifica – chi morde il frutto bianco di letto: ti rendo il succo, ti stendo il sangue del mio piccolo globo (tutto vede tutto sente) Scrivo lontana dal loro lupo comune: il pelo perso è manto, è sullo stomaco di chi muove Scrivo e parto: un foglio nuovo – e giro, volto ( sia viso sia diretto) Scrivo e sono viaggio, sono nel dispari di un raggio che lotta Scrivo  in automatico: in folle credere – prima, decisa (non si asseconda!) e mai recisa la strada che destino: sterza è marcia perfetta per fare e non restare (fermi al patibolo) Scrivo e avanza nel senso (procedi!): non accettare negativa – l’accezione di “fine” Scrivo nell’anfora capace: ripetere il diluvio – tormento la luce nel vento che riverso (sono nudo di polvere) Scrivo il vivo di una genuina – è mosto (pesto) sempre in piedi (non voglio metro nel mio canto-chilometri): si tonda la fitta nell’abbraccio, si traccia di gioia (e taccia chi ingoia!)

Scrivo è motore e rugge (r’ossa!) nella messa in moto si fonde, corpo e corpus Scrivo opero e cambio – carta: due di picche a giuda (non pago trenta denari – allago tanti binari) Scrivo mi rimetto alla guida Scrivo  e una mano non basta al volante: più dita, più vita – nel viale del racconto: carica la tua valigia di sogni, discarica il tuo armadio di scheletri – e scegli: la tua pupilla (metti a fuoco, alimenta) Scrivo con destinazione: ricambio d’aria – faccio il pieno di adrenalina, sciogli i cavilli e intreccia la romanza: conduci tu – non è data coppia senza una doppia (apri le danze: chi balla e chi stalla!)
E Leggo e una mano scinde il senso – si aromatizza la notte in un doblone di luce – Leggo sul leggio della luna, albatros montante, tante Gitanes spente sul deserto francese dei druidi – e Leggo il manto stradale, con le luci afflitte dalla querida notte cantante – Leggo il libro scuro dei sorpassi, il libro dell’ibrido abbraccio di camicie di forza bruta – Leggo le capinere nella boscaglia nuda di te, in versi autoreverse  scuoiati come lucertole tra bimbi cattelanappesi nel gesto – Leggo il fumetto crepaxico, con muta nuda e pelle di plastica scoscesa su onde di destino adulto in Zeeland verdair – Leggo la gioia enciclopedica, la cultura impallinata nelle sfere del silenzio umbratile, violaceo – Leggo il destino sulle mani aperte nel sentiero vitale che trascende l’eco di questa corsa, rimembranze ortodosse lasciate al folle vento del giovedì – Leggo le salve di luce agli angiporti e tra navi scrostate di destini olandesi di Van Bruyden di Zwolle – Leggo tra la carta cantante di filigrana in pelle soda in grumo a lividi, dorata di ginger in aperitiva ascesa al cielo millenotturno – Leggo Baudelaire con una mano sola, come fosse una bicicletta appesa al collo della luce divina – Leggo le parole dure e acuminate, i sentieri di verbi ammaestrati e i congiuntivi slavati nelle pozze argentee di punti esclamativi – Leggo le bolle d’aria, come simboli carezzevoli di Ying e Yang portati al guinzaglio come cani d’autostrada, in settimana agostana, stramba – Leggo bersagli facili, crash tests all’orizzonte di guardia montante, con la luna spiritosa di Meliés che fa la spuma colorata in fessure di pellicola odorosa di muschio e caligine ossidata– Leggo le parole morte che combattono con quelle vive in un circolo infetto di proposizioni tronche affittate dal nullo senso del perduto giaciglio – Leggo nei sensi delle donne e nell’architrave di Salinger, in Sally e Phoebe, in misteri cilindrici e in ottovolanti pelvici incastonati in Disneyworld romanzeschi appuntati da reporter ottomani– Leggo le paratie e la salmastra altitudine del cormorano, che scende a impacchettare il pranzo come l’operaio tramezzato da lente scogliere di ore – Leggo sempre, leggo e scrivo sempre, scrivo il romanzo dell’anima del passato infibulato nel presente – Leggo il futuro sulla palla di vetro di un lampione bagnato di pioggia, a Parigi, 1997, in un pomeriggio d’aprile, quando per un secondo (assurdamente, senza un perché) fui felice.

14 pensieri su “Mezzi alla Meta (scrivo & leggo)

  1. Marco Saya

    Mezzi all'”intero della misura”, un bellissimo spartito dal respiro ampio, scritto e letto-interpretato da magnifici orchestrali.

    Rispondi
  2. carla

    un piccolo suggerimento,
    senza il grassetto, il respiro sarebbe ancora più ampio…
    Buona domenica ragazzi!
    🙂

    Rispondi
  3. lucaariano

    “…Mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo…” (Francesco Guccini)

    Bravi Chiara e Franz!
    Un caro saluto

    Rispondi
  4. elena f.

    Scrivo nel mio Stato: lunatico Scrivo il mio ego è alter rogo, è gomitolo di filo giallo e nero: la bile – e rotolo nel brado di gatto Scrivo la voce mista del “sono”: presente – e mi dono Scrivo il vero che muta verso: anima (e animale!)

    è sempre chiara la luna per chi ama contemplarla anche quando si nasconde la si riconosce nelle

    parole dure e acuminate, i sentieri di verbi ammaestrati e i congiuntivi slavati nelle pozze argentee di punti esclamativi –

    saluto tutti

    elena f

    Rispondi
  5. fk

    Grazie mille. In realtà è Chiara che ha dettato i tempi, io mi sono adeguato al suo passo. E’ stato un bell’esperimento. Vi abbraccio.

    Rispondi
  6. fabry2007

    Scrivo è di Chiara e Leggo è di Franz? comunque sia, una bella prova, davvero. lo Scrivo è un prezioso arabesco linguistico; il Leggo è un poetico abbandono.
    chiunque abbia scritto il finale, bisogna dire che è un colpo da maestro:

    “Leggo il futuro sulla palla di vetro di un lampione bagnato di pioggia, a Parigi, 1997, in un pomeriggio d’aprile, quando per un secondo (assurdamente, senza un perché) fui felice”.

    salutone a entrambi
    fabrizio

    Rispondi
  7. Stella Maria

    Non posso che associarmi a quanto dice Fabrizio da esperto, ma io leggo con il cuore non avendo la cultura del letterato.
    “…carica la tua valigia di sogni, discarica il tuo armadio di scheletri – e scegli:…” ciò che tutti almeno una volta nella vita dovremmo fare.
    Stella Maria

    Rispondi
  8. Chiara Daino

    In primis: un inchino a Franz (che leggo solo ora – dopo avergli scritto!) – dovrai rassegnarti a dialogarlo sul tetto di un container;-)

    E un sorriso nudo di ombre a tutti: felice che il duetto vi abbia fatto vibrare in alterne emozioni.

    Chiara

    P.S: un bacio di farfalla alla mia “esegeta” personale – Elena saprebbe distinguere un mio sospiro anche nel pieno di un concerto allo stadio – e mi commuove sempre (specie alla luce della maestria con cui Franz si è fatto sicrono del mio tamburare).

    Smacky

    Rispondi
  9. Chiara Daino

    Io voto per Parigiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii
    (devo vedere Parigi, ho fame di Parigi, è l’unico vizio del sogno, il tango negato che vorrei mulinare…OUI!OUI!OUI!)

    VISSE SCRISSE (LESSE!) AMò

    Grazie Francesca, scusa il delirio (aggiuntivo)- ma sono 5 lustri che la vita mi separa da quel lampione!

    Chiara

    Rispondi
  10. fk

    Orca, il tetto d’un container! Sperém!
    (Di non cadere).
    Grazie a tutti. Mi piacciono questi esperimenti, magari servono a svecchiare un po’ il panorama. Kiara è un tornado.
    Il lampione è davvero esistito, e davvero, quel giorno fui felice per qualche attimo; eppure ero solo, e lavoravo. Ma davvero, a volte la felicità e la bellezza ti vengono a visitare nei momenti più inaspettati, più assurdi. La cosa strana fu che di lì a qualche mese inizio il periodo più brutto della mia vita. Dunque quegli attimi assurdamente felici mi servirono; per ricordarmi che c’è altro, nella vita, oltre alla sofferenza, e che si puo’ risorgere dopo la caduta, anche se con fatica.

    Rispondi
  11. Stella Maria

    ciao Franz,
    Gibran dice: “… quanto più profondo è il solco scavato dal dolore tanto più grande sarà la gioia che potrà colmarlo…”
    mi auguro che dopo che ciò sia stato vero anche per te.
    ciao
    Stella

    Rispondi
  12. Chiara Daino

    Franz,
    non può crollare (dall’alto di un tetto) chi “al vento ha detto Sì!” – nessuna caduta, solo voci in feroce picchiata e risalita (per quanto in basso sia giunto).

    E alla fine – di ogni livido e di ogni brivido – ci troveremo tutti là, sotto quel lampione.

    Have the time of your life!

    Chiara

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *