a Fabrizio
II
Eppure ogni anno voi tornate,
Santi, pel cuore che vi sa distinguere
contro lo sfondo delle vite che cadono
come questa pioggia dirotta, rovesciandosi
sulla terra che avida la beve,
diluvio dall’inizio del mondo alla sua fine,
attraversando oblique il cielo, linea
incolore di lacrime
fino all’erba del loro riposo.
In questo giorno che pei vivi è solo
la vigilia del giorno successivo
(la pietà della carne, la pietà della polvere
e i crisantemi in attesa
d’essere collocati sulle tombe)
voi tornate col vostro passo certo
e luminoso di pianeti
a rischiarar la pioggia delle nostre
esistenze che cadono
dentro la pietà ma fuori della gloria.
Primo autunno di Elisa
Che dirti, amore mio, che dirti?
Che l’uva è vendemmiata
ed ogni succo disfatto in dolcezza?
Che ragnatele di nebbia
hanno striato la terra? Nel bosco
tutte le bacche sono ormai cadute,
rimane il legno bruno e lucido
e l’anno corre alla sua foce
lungo le vene dell’ultima foglia.
Che dirti, amore mio, che dirti?
Le parole hanno un senso
soltanto se le nutre la memoria.
Ma tu non hai ricordo di stagioni,
tanto meno ricordo di ricordi:
sei nuova e fresca, intatta dal declino
che rattrista lo sguardo di tua madre
mentre fissi serena
questo tuo primo autunno.
Iniezione serale
Ecco il bianco drappello che semina la pace
in punta di siringa.
In un fruscio confuso
si levano i nostri demoni
e vanno ad aspettarci
un po’ più in là, verso l’alba.
Subentra un vuoto dirupato
come di febbre ad un tratto caduta.
La stanchezza è di piombo.
Ogni lancetta immota, verticale.
Come fu lieve la pungente grazia!
“Voltatevi di fianco, presto, è tutto”.
E l’anima
Più facilmente fu ammainata
di qualsiasi vela o bandiera.
Tre campanule bianche ad Annarosa
Poiché il fiore era falso ma la pietra era vera
ci concentrammo sulla pietra:
spigoli schegge macchie asperità.
Ad essa ci aggrappammo, la stringemmo
negando ogni altro scampo.
Pure, nel fondo della mente, ancora
ritornava un effluvio, un tremolio
di petali leggero – tre campanule bianche
nel cantuccio d’un quadro di Klee.
Noi cercavamo disperatamente
di non badarvi, e sapevamo bene
che ne saremmo morti.
(tutte le poesie sono tratte da: Le poesie, Firenze, Le Lettere, 1999.)
Nacque a Firenze, figlia unica di genitori toscani, perse giovanissima la sua famiglia, a causa di una malattia. La sua infanzia estremamente solitaria, influenzò fortemente il suo carattere, incline all’introspezione e alla creatività. Margherita passò molte estati in una piccola cittadina, nella regione del Mugello, i cui ricordi di passeggiate tra le amate colline ed i paesaggi toscani, furono un’infinita fonte di ispirazione nella sua poesia.
Accompagnata nelle sue escursioni, dal cugino Nicola Lisi, noto per il suo stile limpido, fu intensamente influenzata, da quest’ultimo, nella sua poetica, che ella definì “come un canto di uccelli”. Contrariamente alla voga del periodo, che vedeva l’affermarsi dell’ermetismo di Ungaretti, la Guidacci rimase sempre originale nei suoi scritti.
Dopo aver frequentato il liceo Classico Michelangelo, a Firenze, si iscrisse all’Università di Firenze, dove si laureò in Letteratura Italiana, con una tesi proprio su Ungaretti, le opere del quale comparò alle sue, sottolineando le differenze stilistiche.
Si specializzò, quindi, in Letteratura Inglese ed Americana, e tradusse le opere di John Donne e le poesie di Emily Dickinson. Nel 1945, iniziò ad insegnare Letteratura Inglese ed Americana nei licei pubblici, per poi passare all’Università di Macerata ed, in fine, all’Università Maria Assunta in Vaticano. Visse per il resto dei suoi giorni a Roma, dove si spense nel giugno del 1992.
(tratta da: http://www.italiadonna.it/public/percorsi/biografie/f091.htm)

Le parole hanno un senso
soltanto se le nutre la memoria.
radici di memoria nutrono ogni nostro respiro: e il dire si fa parola che rimane.
grazie luca
saluto tutti
elena f
Grazie Elena a te per aver dedicato un po’ di tempo alla Guidacci!
Un caro saluto
“Che dirti, amore mio, che dirti?
Le parole hanno un senso
soltanto se le nutre la memoria.”
senza ricordi
non potrei sopravvivere…
Eh sì Carla sempre bello avere dei ricordi, possibilmente positivi… 🙂 Grazie!
Un caro saluto
he si, Luca….
cosa saremmo, senza i ricordi, senza la storia….
Carla mi hai fatto venire in mente quella canzone di De Gregori: “La storia siamo noi attenzione nessuno si senta escluso. […] La storia siamo noi questo piatto di grano.” Scusami se sono andato fuori tema ma la mia mente a volte vagola… 😉
Un caro saluto e grazie per la lettura!
Eh sì Antonella, complice la vita travagliata della Nostra. Grazie!
Un caro saluto
Ricordi che si acquattano nel retrovia della mente, ogni tanto riaffiorano e deliziano o sfiniscono, pur sempre ricordi da considerare!