Nel fotocolor ultrasaturo Walter Chiari nella pubblicità della Simmenthal, epoca d’oro anni 60. Il Walterone (da non confondersi col nostro baldo Binaghi con la V, come la scollatura dei migliori golf in cashemire) se ne va all’altro mondo alla fine dell’ 89 o del 90, in un residence, completamente solo, mentre guarda un film nel quale recita Lucia Bosè, il suo amore più grande; assieme – ma si tratta di amore ben diverso – al figlio Simone, avuto con la showgirl romana Alida Chelli, figlia abbastanza degenere del grande compositore di musiche da film Carlo Rustichelli (memorabile la sua colonna sonora de Signori e Signore, 1966, regia del Germi Pietro).
La Simmenthal era pure la squadra milanese di basket, allora; sport, il basket, che non mi ha mai sconfinferato più di tanto, un po’ perchè la mia altezza da terra non è mai stata abissale (viaggio sul metro e 72 senza tacchi), un po’ perchè in un torneuccio studentesco, quando facevo sport come un decathleta de l’ostrega invece di pensare all’altra metà del cielo, ebbi la sciagurata idea di sbagliare canestro, andando a segnare da lontano un autopunto leggendario e beccandomi gli strali di coetanei ben più robusti del sottoscritto o underwritten, mettetela sulla linea tratteggiata come volete.
Detto questo, è pur vero che la Simmenthal, intesa come carne in scatola in gelatina, era più per famiglie Benvenuti dall’omonima serie TV col noster Enrico Maria Salerno, mentre la Montana, sarà stato per il Carosello con El Gringo, dava l’aria di essere più per giovani, o per single (allora scapolazzi) di ritorno a mani vuote dalla rosticceria chiusa.
Walter Chiari lo ricordo molto bene in Bellissima di Luchino Visconti, nella parte del giovinastro che attenta alle mature virtù di mamma Magnani. In Io io io io… e gli altri, di Blasetti, nella parte di uno scrittore confuso ed egocentrico (personaggio quantomai d’attualità); Peter Pan svagatissimo e buono in La rimpatriata di Damiani (63) ambientato in una Milano notturna, struggente e livida; padre inadempiente ma anche tenerissimo e sognatore ne Il giovedì di Risi (sempre 63).
Lo ricordo anche in numerosissimi sketches comici recitati con la solida spalla di sempre, il torinese Carlo Campanini. Walterone è stato un grande milanese di origini pugliesi (Annichiarico il suo vero cognome) e nato a Verona credo per sbaglio. Un milanese grande dal grande coeur en man, sempre disposto ad inadempiere contratti e serate (celeberrimi i suoi ritardi sul palco e sui set), ma anche a regalare soldi, sorrisi, battute e cazzottoni a paparazzi impertinenti con lui e Ava Gardner, che lo scelse per accompagnatore dentro e fuori dal letto in un 54 de fuego, giusto per fare ingelosire il vero grande amore della diva, Frank Sinatra. Walterone era capace di vedere degli operai accaldati lungo la strada, salutarli come vecchi amici e invitarli tutti al bar per rifocillarli sul momento. Lo ricordo in una serata piovosa di primavera, in piazza del Duomo, che fa del cabaret gratis, tantissimi anni fa, quasi trenta; piovono d’un tratto anche fischi, in effetti l’attore non è in gran forma, spara battute a salve, ricicla vecchie barzellette senza metterci il giusto mordente. Dopo i fischi, ecco la protesta di Walter, il suo accanirsi contro il pubblico. Scena penosa e bellissima al contempo. Grande dilapidatore di se stesso, Walter Chiari. Io lo rimpiango.
Franz Krauspenhaar

Generoso, eccitato, grande dilapidatore di se stesso?
Ma è il tuo ritratto, Franz.
Anche a me piaceva un sacco Walter Chiari.
E poi con sto cazzo di nome straniero pesante da portare in provincia, condividerlo con lui mi dava sicurezza.
Anch’io ho avuto “da buon tardone che sono” la fortuna di sentirlo “live”. Come ha detto un regista teatrale con Walter Chiari scomparve anche “tutta quell’epoca, quel tipo di comicità e di televisione che oggi non c’è più”. Un’arte dell’”affabulazione, del racconto, ma anche della semplice barzelletta” che non trova spazio oggi, ai tempi di Zelig e di quello che il regista chiama “il ricatto del telecomando”. Un’arte totalmente diversa, quella di allora, dal “battutismo frenetico e liofilizzato” di oggi, dove il pubblico, se il “facce ride’” non si realizza ogni 20 secondi, cambia canale. “E’ incredibile se si pensa al legame che invece Walter Chiari riusciva a creare col proprio pubblico, una sorta di osmosi per cui lui non riusciva a staccarsi da loro e loro non potevano fare a meno di ascoltarlo, per oltre due ore e mezza”.
Walter Chiari è stato un grande!Ammetto che di quella “nidiata” ho preferito Tognazzi, Totò, Fabrizi (mi riferisco a comiciche poi è riduttivo, giusto per schematizzare), ma avercene oggi di Walter Chiari. Anche io lo rimpiango, eccome…Così come rimpiango il grande Pietro Germi, a lungo bistrattato dalla critica e, secondo me, mai del tutto valutato appieno. Solito bel post Franz!
Un caro saluto
il suo epitaffio recita così
“amici, non piangete, è solo sonno arretrato”
non prendere sul serio neppure la morte o forse considerarla per quello che davvero è.
il comico non svela il suo segreto e lo porta con sè
saluto tutti
elena f
Una tristezza rattenuta in faticoso tentativo di comicità, ricordo di lui nelle sue ultime comparsate in rai. Poteva deludere le attese del pubblico, sembrava dicesse dal di dentro di quella sua maschera umanissima? Non ridevo, allora, ma lo capivo. E penso ora alla comicità liofilizzata, saprofitica che si basa, spesso, solo sull’imitazione dei tic dei (ritenuti) personaggi mediatici; lontana dalla pura, sublime inventività dei comici del dopo (e ante)guerra (in particolare, Toto e Peppino De Filippo), ustionata dalla vita, dalle sue ferite.
Grazie Franz
giovanni
Era un grande attore. Come Tognazzi, cominciò con la comicità pura per poi spostarsi su corde più melò, a volte tragiche. Il cinema non gli ha voluto abbastanza bene, o forse lui non si è dato abbastanza alla causa. Ma se vi capita vedete (o rivedete) La rimpatriata. E’ il miglior film – e di gran lunga – di Damiano Damiani, e Chiari è meraviglioso. Un film poco conosciuto sull’amicizia, sul tempo che passa, su come si cambia e come cambiano i sentimenti. Davvero, ve lo raccomando.
Grazie a tutti voi per i vostri preziosi contributi. Io credo che la scrittura (a tutti i livelli, dalla divagazione blogghica come questa alla lirica pensata e ripensata) non sia altro, in definitiva, che un viaggio nel nostro passato (che puo’ essere anche il nostro immediato ieri) per farne uscire fuori il succo, la benzina preziosa che ci fa capire e vivere l’oggi, e il domani.
Lo fregò la sua bellezza, la sua eleganza e anche la sua dolente intelligenza. Per come la vedo io, Walter Chiari era un genio. (e non lo dico di tutti).
ma il tuo “avanzi di balera” si ispira al suo quasi omonimo, Franz? anch’io lo ricordo volentieri, il Walter, con quella tristezza che hanno tutti i comici, prima e dopo il Principe, il più triste di tutti.
fabrizio
No, president; fu una trovata abbastanza scontatella di un minuto, proprio un calembourrino da “avanzi di galera” senza pensare però a Chiari. Una certa aria, però, nel mio brevissimo romanzo d’esordio si respira, una certa Milano periferica della quale Walter è stato cantore in qualche film.
Ohmamma!
Arrivooooooo!
harf, harf…..
ero bimba, e innamoratissima di lui. Era così bello – e in più faceva ridere, una combinazione rara (già allora lo capivo). Ma ricordo poco, mai visto al cinema, nei film, per me è sempre stato solo l’ospite dei varietà tivù. Un frammento solo – il sarchiapone.
Grazie, Franz, per questo ritratto così partecipe.