di Francesca Matteoni & Franz Krauspenhaar
Si spengono le luci all’atterraggio.
Il mondo è irrespirabile – aguzzato nel piombo sopra gli ossi – espelle troppo forte acqua e sudore sulle mappe, sulla pelle contusa delle pelvi – balugina di pesci elettrici, abissali. Le mascelle sformate, i denti chiodati fino agli occhi, le lucciole sfocate sui crani in una bolla d’aria. Si attende l’impatto per uscire, un caglio malinconico dai tubi, dalle dita assenti, fin quasi nella pancia – pulsare sulle teste ignare sottostanti.
Prima che mi ritorni la vita insufficiente, frazionata, le borse prelevate dal carrello, sopprimo le parole, il nero uniforme che si allarga, la madre con il figlio di sei mesi premuto al buco trasparente, sull’esterno. Vorrei appiattirmi nelle ginocchia, sotto i corpi in questo rombo scartavetrato dove un posto è uguale all’altro, le ciminiere e gli alberi s’infettano in grumi di sporco e di vapore.
I volti mi cacciano lo scherno giù nel petto, nello stomaco, sondando le difese, l’esubero patetico di pillole, di sonno incattivito, di richieste, di interpretazioni, di tentativi spenti di colpire.
Nei documenti non c’è niente che sia me, neppure la fotografia – il pallore sotto il nastro di capelli non scrive dell’amore, spinato a doppio giro sulla sciarpa per potermi strozzare, dell’angoscia rampicante dal cuscino – strisciavo sotto i letti tra la polvere e la rete, gli insetti schiacciati nelle fenditure, cercando il buio a nido in basso, per dirmi “ora esisto – gli altri non lo sanno”.
Mi scoppia il sangue dal naso. Come quando trovai la rondine nel parco, di notte, viva, la portai a lui, nel cartone, in una scatola di cartone forata per respirare, che mi vedesse l’anima, tornasse a chiederne ancora.
Appiccica la bocca come un pianto sbagliato, nessuno lo può accogliere, toccare. Fa un urto d’unghie e tagli, un fiotto spesso di rigetto.
Cammina-cammino fuori dal tunnel, cercando bianco latteo di quell’aria ora bassa, e trovando invece il nero della suola stradale. Per ogni contrasto segnico mille freni a ferodi dividono la strada come spine d’un pesce malato, lessato all’acqua di radiatori color malga-falloppio. Sul nero devitalizzato come in un dente di squalo catturato da vendicativi piranha a scogliere, m’incammino roboando i tacchi sulla linea bianca continua, che si sperde per l’infinito tangenziale tagliando la crosta terrestre come fosse un plumcake di follia a mantide rete stradale. Le masse infinite dei chilometri cubi svettano alle finestre dei miei occhiali come minacce di serietà e rispetto del consumo, si erigono come peni di cemento fermi da polluzione cittadina. Dopo l’incubo e l’atterraggio nel rosso pallido in aeroportuale distacco d’aria e cielo, ecco questo ammarare duro nel nero incrostato della città rampicante su se stessa, pezzi d’edera morta che fingono la crescita con la natura impazzita, il soffocare in un cuscino di cielo eiettato da gocce di polvere liquida, scrostata da una pioggia che cade alzandosi verso il cielo a forma di livido pugilistico, il knock out della pelle zigrinata sotto fantastilioni di raggi K. Taxi mortuari segnano le vie con biacca bollente fiottante sorda dagli scappamenti come cessi ingorgati, autobus nitriscono when the saints go marchin ‘ in in versione laconica, le poche biciclette s’alzano in impennate fantastiche come in Chagall furenti con degli Emilio Vedova neri, e in lontananza gasometri spiantati di Sironi fumano N80 colossali al petrolio spettrale di Finistere. Meglio appiccicarsi a finestrini parlanti, che sbollano vetri bagnati contro facce assenti nella sera, sul cavalcavia dei ricordi smozzicati come panini di ripidi pensieri, accavallati al trambusto scemante, col traffico che smorza decomprimendosi il dolore, tramontando grigio su nero, la città sul colore primario della fine che smangia tutto quel che c’era prima, che prima c’è stato, prima della partenza dell’aereo, la città che smangia fino alle ossa, e attacca di varechina fino al bianco d’avorio dell’ultima consunzione, chiude la porta alla vista e si confonde con la notte in un buio acetato che tutto rapprende in sé, calando l’asso definitivo del nulla su tutte le cose.
(Ispirato a “Light red over black” di Mark Rothko, nella foto.)


il rosso e il nero
orizzontale la linea di confine
e un cammino
di chi ancora non ha luogo.
Magnifico commento, grazie.
cari Compagni di sventura-ventura!? avete descritta/o la nostra, la mia vita! grazie infinite e la gentilezza borghese la affoghiamo con estrema tenerezza! marina
Grazie Franz,
Gioia del cuore….
Grazie Carla e Marina! Se il pezzo è nato inizialmente da Rothko poi arrivando a Franz si è contaminato con Flight (Flying Blind), la canzone del suo guru Peter Hammill, appena ho un po’ di tempo provo a tradurla, sebbene non sia semplicissimo. Intanto ecco qui il testo originale:
Flight
Flying Blind
I always forget how crazy things are
so sometimes it catches me off my guard
when they make sense.
The line on the road trail the arrow in the sky,
I search for the mote in my brother’s eye
beneath the pence…
a time of blunt instruments.
Still uncertain when I’ve woken
or what constitutes a conscious mind,
though the thought remains unspoken
I know I’m flying blind.
Breaking into cold sweat on the white-hot coals
the pennies from heaven drop through my soul:
it don’t relent.
At the back end of dreams I’m amazed to awake…
I offer my theories but just can’t shake
that seventh sense
to which there’s no defense.
It seemed the time was for action,
it seemed so cool to be that kind…
my tongue writhed to form some retraction
but I knew I was flying blind.
I want things to be fast, down to the power-dive;
I want the zero-gravity heroes to play dead,
but stay alive.
We want it to be slow, all the way to stall;
we talk about a thousand things that never change at all.
No, it never change…
It was then that I knew I’d been thoughtless,
something had slipped my mind:
I’d strapped myself into the Fortress
but the Fortress was flying blind.
We got full clearance,
so someone down there ought to know
the truth of our disappearance –
If even that still shows it accuses and blames me,
but nothing was quite what it seemed.
Sometimes things work out so strangely
that it might as well all be dreamed.
il quadro mi dice una finestra con due possibilità o fissarsi sul rosso della cornice,del bordo o del contorno delle cose e rimanere al chiuso circondati dal buio o buttarsi a capofitto con lo sguardo dentro quella notte cercando segnali che annuncino un barlume di luce.
inquietante
saluto tutti
elena f
“ecco questo ammarare duro nel nero incrostato della città rampicante su se stessa”.
scrivere sempre lo stesso libro, ma sempre più in profondo – o sempre più in alto: non è questa l’arte?
ciao, francisci tosco-lombardi.
Trovo davvero interessanti questi “esperimenti” a quattro mani!Due ottime penne che hanno datto vita ad una prosa ricca di spunti e vitale.
Complimenti!
Un caro saluto
Strane e interessanti ibridazioni, che producono una scrittura pirotecnica (assai interessante).
Non conosco molto Francesca Matteoni e non riconosco l’amico Franz Krauspenhaar, in questo testo (e questo, caro Franz, è un complimento per la tua versatilità).