Il nuovo lavoro di mio padre

di Emanuele Kraushaar

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Quando lo prendono a lavorare al Postiglione, mio padre torna a casa allargando la bocca da orecchio a orecchio e dice: “Mi hanno preso al Postiglione”. L’altra volta che ho visto mio padre così felice, se questo è un termine che ha ancora senso, è quando è tornato a casa con la mazza da hockey su prato dicendomi: “Torno a giocare”.

In effetti il Postiglione è il posto più frequentato di tutto il litorale. Al Postiglione ci va gente di un certo livello. E mio padre se la saprà cavare a servire in quell’ambiente. Poi quando arriverà l’inverno penseremo a cosa fare.
Da quando sua moglie/mia madre se ne è andata, mio padre è ingrassato molto e in mezzo alla testa qualche capello se ne è andato.
Mio padre è uno stupido, uno che non capisce niente riguardo a qualsiasi cosa. Ma – sia chiaro – io lo amo con tutto me stesso. E quando finirò di studiare e avrò un lavoro decente, ci toglieremo qualche soddisfazione.

Mio padre è anche molto sensibile e spesso scoppia a piangere.
Ogni tanto dice: “Scusami, non volevo” e si accartoccia su se stesso. E’ in quei momenti che vorrei abbracciarlo ed essere io suo padre. Invece gli dico: “Non devi piangere: tua moglie/mia madre non valeva niente. Troveremo di meglio”. Ma poi lui diventa tutto un singhiozzo e non so cosa fare per riempire il buco che ha dentro.
In ogni modo questa estate il vuoto è riempito dato che lavorerà al Postiglione e avrà poco tempo per pensare al resto.
Perché quello è un ristorante sempre zeppo di gente fino a tardi e non avrà tregua.

Una sera passo dalle parti del Postiglione e vedo che mio padre veste una divisa rossa e dei guanti bianchi. Ha anche un pennacchio violaceo, che gli hanno fatto mettere in testa. Inoltre c’è una scimmietta spelacchiata vestita di rosso chiaro che è legata a lui tramite un cordino.
E’ semplicemente ridicolo. Non fa il cameriere dunque, ma l’apriporta. Ed è un apriporta grassoccio e grottesco, messo lì a fare il circo che attiri più gente possibile.
Mentre la luna guizza dietro una nuvola e lascia un cielo nero di pece, coperto da un cespuglio, gli tiro dei sassi. La scimmia spaventata lo graffia e si crea un caos all’entrata. Un attimo dopo un tipo esce dal ristorante e gli urla contro dandogli dell’imbecille. Io riprendo la bici e corro a casa ad aspettarlo.

6 pensieri su “Il nuovo lavoro di mio padre

  1. Carla

    è triste,
    ma fa capire l’importanza del
    “perseverare nelle cose in nome dell’amore”.

    Ciao Emanuele,
    carla

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  2. mario pandiani

    Molto bello, mi ha ricordato un’amata lettura di quest’estate; “Ronnie mio padre” di Jonn Le Carré; vergogna, amore, invidia, ogni sentimento verso il proprio padre lo leggo volentieri, anche gli equivoci fiabeschi di Big Fish, (qui quasi al contrario), mi hanno commosso, e aspetto ancora, io, di vedere com’è veramente.

    Mario

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  3. Mario Ardenti

    Gradevolissimo, per me, il racconto, e mi piace pensarmi (e molto spesso lo penso, leggendo qui e altrove) come quel padre così ben dipinto:

    “Mio padre è uno stupido, uno che non capisce niente riguardo a qualsiasi cosa”

    e mi piace dubitare di quel “niente”: invero non v’è chi non creda, quantunque lo neghi, di aver capito “tutto”, non v’è sguardo che non lo veda tutto, il mondo, e che non si dia una qualche, ancorché solo privatissima, risposta.
    ovviamente “vera”, come qualunque risposta.

    un saluto
    mario

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  4. vbinaghi

    Tutte le cose hanno un centro. Secondo me il centro di questo racconto è:

    E’ in quei momenti che vorrei abbracciarlo ed essere io suo padre.

    Compassione. Caduto l’equivoco del potere, il padre che puoi cominciare ad amare.

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