“Gradisce del tè alla verbena …. o forse dovrei offrirle del limoncello?
Fatto come una volta, sa? Mia cugina lo prepara secondo la ricetta originale, con i grandi e succosi limoni della costiera amalfitana.” mi dice Amelia o piuttosto Amèlie come ama farsi chiamare “ e mai dimentica di farmene omaggio…” soggiunge vezzosa, abbassando per un momento i grandi occhi scuri per poi sollevare il viso di
lato, osservandomi in tralice.
Inspiro profondamente, abbasso gli occhi per mascherare il disagio e penso:
“ Cosa ci faccio qui? “
Allarghiamo il campo.
Mi chiamo Alessandro, ho 45 anni, ben portati dicono.
Sono militare di carriera. Ufficiale del Corpo degli Alpini.
Fisico massiccio, retaggio del mio genoma contadino, ma muscoloso.
Appena arrotondato da quello che si capisce essere l’amore per la convivialità.
Sono Ufficiale, da sempre direi.
Ai tempi dell’Accademia, a Torino, gli Istruttori mi pronosticavano una brillante carriera
Fronte spaziosa e sguardo volitivo. Attitudine al comando.
Intelligenza onnivora.
Come si sbagliavano!
Mi manca l’ambizione bruciante che tutto giustifica.
Forse.
Facciamo un passo indietro.
Torino, Corso Vinzaglio 6, Circolo degli Ufficiali.
La settimana scorsa.
Sono appena rientrato da una missione di sei mesi in Afghanistan e mi aggiro,
cercando di mascherare un senso di smarrimento tra i locali della mostra fotografica
ospitata dal Circolo.
Come dice il volantino che ho in mano la mostra prevede l’esposizione di fotografie che ritraggono luoghi insoliti della città.
Le immagini rappresentano scorci architettonici e storici di Torino, dando risalto ai suoi ambienti meno conosciuti ma altrettanto degni di considerazione artistica.
Stampate su ogni fotografia vi sono delle frasi e degli aforismi di personaggi famosi, come Luciana Littizzetto e Alessandro Del Piero.
L’obiettivo principale del progetto e’ la valorizzazione della città in alcuni dei suoi aspetti socio culturali legati al mondo giovanile, attraverso la messa in mostra delle numerose opportunità che la città offre dal punto di vista culturale e del tempo libero..
Sto appunto ammirando una fotografia di uno dei 110 cannoni di assedio della Cittadella su cui Luciana Littizzetto ha apposto il simpatico commento “uno dei pochi pezzi duri rimasti nella Torino di oggi” quando una voce alle spalle mi scuote dai miei pensieri :
“ L’intelligenza di una battuta non è tuttavia una buona scusa per la volgarità, non crede? “
Mi volto e la vedo.
O meglio, vedo i suoi grandi occhi scuri, intelligenti, penetranti.
“Come, scusi ? “ replico, completamente smarrito
“ Voglio dire che la Littizzetto a volte esagera,” risponde lei, abbassando gli occhi di lato e sorridendo divertita del mio smarrimento.
“ Esagera certo, ma lei gioca sul fatto che la volgarità già alberga nella mente di chi la legge.”
E penso che se avessi avuto la stessa lentezza di riflessi alcune settimane orsono
quando quel lampo metallico fu percepito dal mio corpo prima che dal cervello
non sarei qui in questo momento, e sento vampe di rossore salirmi al viso.
“Ufficiale di complemento?” mi chiede.
“Veramente sono un operativo, appena tornato dall’Afghanistan” replico leggermente stizzito.
“Posso chiederle se, durante le missioni, legge libri e se sì, quali sono ?”
Annaspo, continuo ad arrossire, percepisco ora il portamento elegantemente borghese della mia interlocutrice ed esalo: “Pascal Mercier. Treno di notte per Lisbona e anche Edoardo Galeano. Le labbra del tempo.”
E poi inizio a parlare. Parlo troppo di me e della guerra e più volte e mi perdo.
Ma nell’atto di parlare, di strutturare i miei pensieri mi sento come se, toccato il fondo del mare, lentamente risalissi alla superficie,
riacquistando la mia sicurezza.
Lei, cortese ed esperta, mi dà il tempo di recuperare il mio equilibrio.
Ha capito che se vuole continuare la conversazione, dovrà prima attendere che
io rimetta insieme i pezzi del mio ego smarrito.
La guardo con gratitudine. Un’occhiata di intesa; lei sa che io so che lei sa.
“Giornalista? – No scrittrice “
E adesso è lei che mi parla. E dice cose che non mi aspetto.
Mi parla di suo padre militare e del suo matrimonio con un impiegato Fiat, avversato tenacemente dalla famiglia perché “piccolo borghese”. E della sua tragica fine, suicida dal Ponte della Gran Madre dopo essere stato “messo in mobilità.”
La guardo, penso con vergogna ai miei sforzi di presentare una figura a tutto tondo a chi
sa vedere al di là delle apparenze e dico:
“ Mi chiamo Alessandro Chiocca. Alex per gli amici”
Un classico.
E le porgo il mio biglietto da visita.
“ Amelia Ma mi chiami Amèlie per favore. Sarei felice di poterla intervistare
a proposito della sua esperienza. Che ne dice di Giovedì prossimo a casa mia?”
“ Ne sarò felice”. E dopo un rapido scambio di informazioni ed i saluti di rito la vedo veleggiare elegante verso l’uscita.
Facciamo ora un passo avanti e torniamo all’inizio.
Accetto il limoncello. Un suo sorriso mi dimostra che la scelta è giudiziosa.
Mi prendo tempo per osservarla.
Lei è vestita in modo leggermente retrò, gonna plissettata, scarpe allacciate e camicetta immacolata, lunghi orecchini e braccialetti di varie fogge.
L’abbigliamento sottolinea in modo discreto la morbidezza del suo personale.
Un’elegante quarantenne piccolo borghese.
Mi guardo attorno. Vedo cura dei dettagli, mobili ereditati probabilmente dall’agiata famiglia.
Il pavimento del salotto è in listoni di rovere, così come in rovere massiccio è il tavolo da pranzo formale del salotto. La poltrona Voltaire su cui è seduta è sicuramente d’epoca ma ha conosciuto tempi migliori e necessiterebbe di una buona manutenzione artigiana.
Anche i vari tappeti Kilim, disposti sapientemente attorno a noi, mostrano qualche segno di usura.
Lei parla del suo progetto. Sta scrivendo un libro sui vari conflitti armati esistenti nel mondo.
Dal suo piccolo appartamento di via Madama Cristina il suo animo, la sua mente volano in Sudan, in Indonesia, in Afghanistan.
Il viso le si imporpora di interesse quando le racconto di miserie che lei non avrà mai la fortuna di vedere.
E’ sola nel suo volo.
Nessuno potrà condividerlo, tantomeno io.
Avanza a fatica. Come una vettura con freno a mano tirato.
Ed io penso a quel lampo metallico, al mio riflesso, la caduta a terra, la bocca impastata di sabbia, nella narici l’odore della
mia paura ed io che salendo con un balzo sulla Jeep
urlo al mio driver: “ Via, via, via ….” e sento alle nostre spalle i crepitii dei fucili.
E percepisco le nostre solitudini.
Ciascuno è solo sulla faccia della terra.
Ci vorrebbe un atto forte, risolutivo ma, mi chiedo,
sarebbe capito o finirebbe con l’essere, più probabilmente, equivocato?
Sono passati alcuni giorni.
Mi preparo a riprendere la missione.
Il mio attendente mi consegna un messaggio, recapitato al centralino.
Dice:
“ Ti ho cercato alcune volte, ma non sono stata fortunata. Riproverò domani. Amèlie. ”
Domani sarò in volo per Kabul.
Ti scriverò ? Forse.
Ma cercherò il tuo libro al mio ritorno. Forse.

L’autore nasce a Torino, laureato in Chimica Fisica Quantistica,
si trasferisce nella seconda metà degli Ottanta in un villaggio
dell’entroterra ligure. Cerca non solo di allungare la propria vita, ma soprattutto di allargarla, cercando amici veri, leggendo
libri, cantando e suonando musica rock…attività chiaramente
fuori moda. Si accosta alla scrittura con il timore di chi ha qualcosa da dire e tutto da imparare.
Vamos, Dario!
i grandi e succosi limoni….
dalle infinite proprietà benefiche!
nel giardino dei miei c’è una pianta di limoni, è così delicata che va protetta dal freddo.
Ama il sole e il clima mite.
Ciao Marino, me lo offri un limoncello?
Dalle parti in cui mi trovo potrei offrirti un Jenever, che io personalmente preferisco al limoncello. Adios señora del lago.
è un testo con inizio un po’ confuso o forse meglio scrivere adolescenziale, scritto con tutta la passione acerba di un serbatoio emozionale – e disilluso quel tanto che basta –
serbatoio non sempre gestito sobriamente – come a mio parere richiederebbe il testo – ma piuttosto un utilizzo di esso un tantino disordinato e frettoloso soprattutto nelle molte dislocazioni temporali un po’ ostiche almeno a me da riagguantare a tempo debito- nel tentativo anche qui – molto bella la frase usata da marino – di allungare la vita, sramandola e lasciandone intendere il suo proseguire in chiusa che mi è piaciuta molto.
ps:
(disclaimer)
questo è quanto del mio leggere il racconto e di dirne qualche parola.
mi scuso già da ora della eventuale malcomprensione vostra rispetto alle intenzioni mie.
paola
Grazie della tua lettura Paola. La bella frase che mi attribuisci
in realtà é dell’autore che mi ha consegnato la nota biografica
a pubblicazione avvenuta. Dario, per il suo lavoro, ha viaggiato
per mezzo mondo e ha scritto di cose indiane che mi fece leggere
una sera durante una presentazione a Finale Ligure e che mi piacquero molto. Spero ci torni a parlare di quel mondo che conosce bene. Non direi, secondo me, scrittura adolescenziale, Paola, ma volutamente acerba. Nessuna malcomprensione naturalmente e ti ringrazio ancora. buona domenica.