La liberazione dai nazi-fascisti
ho visto il tuo saluto su di un cipresso
il 25 aprile di questo anno parso sperso
a morirne
linciata di morirne da acrobata lontana
partigiana tinta da una macchia di papaveri
rossissimi sismi di pressa d’àncora
d’anfora disgrazia svista di politeama,
il plettro polis di lapidi
dadi di stemmi scori di soste.
[inedito, da Pecca di espianto, 2007-]
*
Delle partenze e dei ritorni vittime
Chissà se speran salva la corolla
lungo i binarî, sanguigni i papaveri.
[da Il giornale dell’esule, Crocetti, 1986)

alcuni versi
alcune tue poesie
sono vere e proprie Cripte
tutte da scoprire….
“rossissimi sismi di pressa d’àncora/
d’anfora disgrazia svista di politeama”.
rara perfezione formale.
la poesia è linguaggio, nel quale troviamo tutto il resto.
ciao
fabrizio
“…In Flanders fields
The poppies grow
Between the crosses
Row on row
That mark out place
We are the dead…”
(Siouxsie & The Banshees, Poppy Day, Join Hands)
In realtà è un pezzo traditional preso da una poesia di un soldato scritta durante la prima guerra mondiale. Il rosso del papavero era solamente il colore del sangue, il senso politico doveva ancora venire. Ma l’immagine sembra conservare la stessa efficacia, per qualsiasi morto.
Le poesie sul 25 aprile, anche se viste con altre prospettive, non dirette, mi commuovono sempre…Brava Marina!
Un caro saluto
e come non ricordare la “Guerra di Piero”…
Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma son mille papaveri rossi
lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente
così dicevi ed era inverno
e come gli altri verso l’inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve
fermati Piero , fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po’ addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce
ma tu no lo udisti e il tempo passava
con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera
e mentre marciavi con l’anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore
sparagli Piero , sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue
e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore
e mentre gli usi questa premura
quello si volta , ti vede e ha paura
ed imbracciata l’artiglieria
non ti ricambia la cortesia
cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato
cadesti interra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno
Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all’inferno
avrei preferito andarci in inverno
e mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi un fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole
dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.
carla, mi stringi con parole che sono dentro di me da quando avevo 16 anni: sentii cantare “Fila la lana fila i tuoi giorni” da una compagna di nome Susanna che lavorava con me nel campo di lavoro estivo presso Sottoilmonte a Pieve di Cadore: ne rimasi folgorata. ora, fabrizio, mi manca ogni giorno di più, di più. ti ringrazio con tutto il cuore per il pensiero, marina
Tu sei una stella gioia del pensiero….